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Per chi suona la campana
25 Gennaio 2026 - 07:00
Umberto Eco
Da giorni si celebra il compleanno di «la Repubblica», il quotidiano che, come si dice, piace alla gente che piace, dal quale i soliti retrogradi indietristi che si riconoscono nei «principi non negoziabili» dovrebbero stare alla larga in quanto primo fautore di aborto, divorzio, eutanasia, fecondazione in vitro, rivendicazioni Lgbt e via discorrendo, per cui il giornale fondato nel 1976 da Eugenio Scalfari sta sempre e orgogliosamente dalla parte «giusta» della storia.
Esso è molto letto dai professori – presenti, futuri e in pensione –, da chi vuol darsi un tono da radical chic, dai maggiorenti dell’amichettismo di casa ai Parioli e a Capalbio, dallo stuolo immarcescibile dei pensionati Olivetti, sempre intenti a deprecare gli «italiani alle vongole», che sono sempre gli altri.
La cosa riuscita meglio in questo mezzo secolo a Repubblica è stata la demonizzazione dell’avversario politico più in vista: per molti anni è stato Silvio Berlusconi, il Cavaliere nero, poi è venuto Matteo Salvini, oggi tocca naturalmente a Giorgia Meloni, domani chissà. Sempre con lo spauracchio di quel «fascismo eterno» di Umberto Eco, non a caso storica firma della testata. Ciò che conta è rilanciare sempre, ossessivamente, un sentimento di ostilità ideologica viscerale e talmente insistita da far apparire, dopo un po’, simpatico il bersaglio di tutti quegli editoriali e quelle inchieste.
Repubblica rimane la bibbia quotidiana dei «sinceramente democratici» anche mentre si celebra un compleanno amaro. Sì perché le vendite stanno crollando, i dati ufficiali di settembre 2025 parlano di una crisi nera: sotto le diecimila copie, meno della metà di quelle del «Corriere della Sera». A ciò si aggiunga il cambio di proprietà per cui gli Elkann hanno messo in vendita il non più redditizio giornale, che dovrebbe essere acquistato da un armatore greco.
Ma c’è anche un’altra considerazione da fare, più sociologica e politica. Il «partito di Repubblica» ha costituito negli anni un circuito autoreferenziale in cui il giornale dettava l’agenda, promuoveva i suoi intellettuali e politici di riferimento e definiva i confini del progressismo accettabile; la sua sezione culturale è diventata, per un certo mondo, il canone del «buon gusto» progressista, promuovendo tutto ciò che appariva modernizzante, elitario e di rottura, spesso a scapito della cultura popolare legata alla storia della sinistra.
In questo modo il giornale sostituì la narrazione della lotta di classe e delle diseguaglianze economiche con quelle della modernizzazione dei costumi e delle libertà individuali, relegando la questione sociale in secondo piano ed esaltando la sinistra della ZTL: un’élite istruita, urbana e benestante, ossessionata dalla «correttezza politica», incapace di parlare alle periferie o alla classe lavoratrice.
Chi vuole capire qualcosa di più della disfatta della sinistra italiana in tutte le sue sottospecie, anche ecclesiali, provi a studiare la storia di Repubblica.
* Frà Martino
Chi è Fra Martino? Un parroco? Un esperto di chiesa? Uno che origlia? Uno che si diverte è basta? Che si tratti di uno pseudonimo è chiaro, così com’è chiaro che ha deciso di fare suonare le campane tutte le domeniche... Ci racconta di vescovi, preti e cardinali fin dentro ai loro più reconditi segreti. E non è una santa messa ma di sicuro una gran bella messa, Amen
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