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24 Gennaio 2026 - 17:41
Giuseppe Depaoli
Il 22 gennaio, a Pavone Canavese, a due passi da Ivrea, non s'è officiato solo un funerale ma un pezzo di storia che se ne va. Una piccola folla composta, fatta di amici, appassionati, dirigenti sportivi e amministratori locali, si è stretta per l’ultimo saluto a Giuseppe Depaoli, morto a 88 anni dopo una vita interamente dedicata alle due ruote. Una di quelle vite che non fanno rumore, ma che restano. E restano a lungo.
A ricordarlo, con parole che sanno di affetto vero e memoria condivisa, è stato Franco Bocca, giornalista de La Stampa, grande e competente appassionato di ciclismo.
“Con lui se ne va un altro grande protagonista di questo nostro amato ciclismo piemontese, che uno dopo l’altro, per l’inesorabile legge del tempo, deve dare l’addio ai suoi personaggi più popolari, appassionati e rappresentativi”, ha scritto. Ed è difficile trovare una definizione più giusta.
Giuseppe Depaoli aveva iniziato a gareggiare negli anni Cinquanta, portando in alto i colori della Vigor Ivrea, quando il ciclismo era sudore, strade sconnesse e sacrificio puro. Poi, smessa la bici da corridore, non aveva mai davvero lasciato quel mondo. Aveva scelto di restarci dentro, mettendosi al servizio degli altri. Nel 1966 è tra i fondatori del Velo Club Eporediese, la creatura sportiva che più di ogni altra porta il suo nome inciso nella memoria collettiva. In quella società ricopre ogni ruolo possibile: direttore sportivo, dirigente, presidente. Fino a diventare presidente onorario, riconoscimento che vale più di mille titoli.
Ma per capire chi fosse davvero Depaoli, basta ascoltare un episodio raccontato da Bocca, che oggi suona come una piccola lezione di vita. “Non potrò mai dimenticare il nostro primo incontro”, scrive. È settembre 1972, a Lessolo si corre la Coppa Arduino Casale per dilettanti di terza serie. Franco Bocca è un giovane cronista di Tuttosport, mandato a seguire la gara. Durante il viaggio da Torino la sua vecchia Fiat 500 comincia a “battere in testa”. Arriva a fatica al ritrovo, affannato, preoccupato. Spiega il problema a Depaoli, che non conosce ancora ma che gli indicano come responsabile dell’organizzazione. “Mi disse di lasciargli le chiavi della macchina”. Il cronista segue la corsa su un’auto del seguito. All’arrivo, anche se è domenica, la vettura è riparata e pronta per tornare a Torino. “Erano proprio altri tempi…”.
Erano altri tempi, sì. Ma soprattutto c’erano uomini così. Uomini capaci di risolvere un problema senza fare domande, senza chiedere nulla in cambio. Uomini che vivevano lo sport come una comunità, non come una vetrina.
Al funerale del 22 gennaio hanno partecipato i dirigenti attuali del Velo Club Eporediese, guidati dalla presidente Lucetta Negro, dal vicepresidente Ivano Dernini e dal segretario Gianni Negro. E poi quattro sindaci del Canavese: Luigi Ricca di Bollengo, Marco Succio di Agliè, Claudio Succio di Bairo e Walter Degassolemi di Lessolo. Tutti legati a doppio filo alla storia del club e, inevitabilmente, al loro grande maestro Depaoli.
Perché Giuseppe Depaoli non è stato solo un dirigente sportivo. È stato un educatore silenzioso, un riferimento umano, uno di quelli che tengono insieme le cose senza bisogno di apparire. Uno che ha insegnato a generazioni di ragazzi cosa significhi appartenere a qualcosa, rispettare lo sport, rispettare gli altri.
“Ciao Giuseppe, i ‘tuoi’ ragazzi del Velo Club Eporediese non ti dimenticheranno mai. E nemmeno io”, ha scritto Franco Bocca. E viene da pensare che abbia ragione. Perché certi uomini non se ne vanno davvero. Continuano a vivere nelle storie raccontate sottovoce, nei gesti semplici, nei chilometri percorsi insieme. Continuano a pedalare, anche quando la strada sembra finita.
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