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24 Gennaio 2026 - 11:16
Letizia Moratti
Esiste una proposta di legge. È di Forza Italia. Ed è una vaccata.
Non è un insulto gratuito, ma una valutazione giornalistica. Perché questa proposta non nasce da un’analisi seria dei problemi della sanità pubblica italiana, ma da una scorciatoia politica: aggirare il problema invece di risolverlo. E quando si parla di Servizio sanitario nazionale, le scorciatoie non portano mai a destinazione. Portano fuori strada.
La proposta interviene su un punto tecnico ben preciso: l’articolo 4 della legge 412 del 1991, quello che disciplina il vincolo di esclusività e le incompatibilità per i medici del SSN. L’idea è consentire ai medici – dipendenti e convenzionati, quindi ospedalieri, medici di medicina generale e specialisti ambulatoriali – di svolgere attività aggiuntiva volontaria una volta terminato l’orario ordinario, presso altre strutture del cosiddetto “perimetro SSN”, comprese le strutture private accreditate o convenzionate.
Il racconto ufficiale è rassicurante. Più ore disponibili, più prestazioni, liste d’attesa che si accorciano. Tutto senza nuove assunzioni, senza riorganizzazioni complesse, senza mettere mano davvero ai nodi strutturali. Una riforma “a costo zero”, almeno sulla carta. Ed è proprio qui che cominciano i problemi.
Perché il punto di partenza di questa proposta è sbagliato. Il problema della sanità pubblica italiana non è che i medici lavorano troppo poco o che sono ingessati da regole antiquate. Il problema è che il Servizio sanitario nazionale è stato progressivamente impoverito, sottofinanziato, reso poco attrattivo, svuotato di personale e caricato di burocrazia. Questa proposta non interviene su nulla di tutto ciò. Si limita a dire ai medici: arrangiatevi, lavorate di più, fuori orario, dove potete.
Il nodo più delicato, non a caso, è quello dell’indennità di esclusiva. Durante la conferenza stampa del 15 gennaio 2026, alla Sala Colletti della Camera, la rassicurazione è arrivata puntuale: l’indennità non verrebbe persa. A dirlo è stata Letizia Moratti, spiegando che l’attività aggiuntiva resterebbe “dentro” il perimetro del SSN, pubblico o accreditato. Una linea sostenuta anche da CIMO-FESMED, tra i sindacati favorevoli alla riforma.
Ma qui siamo al capolavoro dell’ambiguità. L’indennità di esclusiva nasce per garantire che il medico dedichi la propria attività al servizio pubblico, evitando conflitti d’interesse e doppie fedeltà. Se però si consente di lavorare anche in strutture private accreditate, che operano con logiche di mercato, di esclusivo non resta più nulla. L’indennità resta, l’esclusiva no. È un premio economico sganciato dal suo significato originario.
Il vero obiettivo dichiarato della riforma è la riduzione delle liste d’attesa. Ma attenzione: non attraverso nuove assunzioni, non attraverso investimenti strutturali, non attraverso il rafforzamento dell’organizzazione pubblica. Le liste d’attesa, secondo questa visione, si riducono comprando ore di lavoro in più, demandando alle Regioni la gestione e la copertura economica, compatibilmente con bilanci già in affanno. È la stessa cornice in cui il ministro Orazio Schillaci parla della necessità di maggiore flessibilità rispetto al “contratto fisso delle 38 ore”.
Peccato che questa logica sia già stata sperimentata. E abbia già mostrato tutti i suoi limiti. L’esempio più evidente è l’intramoenia. Un sistema che, nei fatti, ha prodotto un doppio canale: da una parte il pubblico, lento e sotto pressione; dall’altra il privato, rapido e ben pagato. Il medico, comprensibilmente, tende a concentrare energie, tempo e motivazione dove il lavoro rende di più ed è meno frustrante. Non è una colpa individuale, è una conseguenza sistemica.
Questa proposta estende quel modello a tutto il SSN. Lo rende strutturale. Lo normalizza. E questo è il vero motivo per cui va criticata senza sconti. Perché sposta il baricentro della sanità dal diritto alla salute al meccanismo del pagamento. Introduce una concorrenza interna che il pubblico non può vincere, perché il pubblico ha vincoli, tetti di spesa, carichi burocratici e responsabilità che il privato non ha.

La conferenza stampa del 15 gennaio
Il rischio è evidente: medici sempre più appiccicati al bancomat. Non per cinismo, ma per sopravvivenza professionale. Dove si paga meglio, dove le condizioni sono migliori, dove il lavoro è riconosciuto economicamente, lì andranno le ore extra. Il pubblico resterà formalmente aperto, ma sostanzialmente impoverito. Le liste d’attesa non scompariranno: diventeranno il meccanismo implicito che spinge il cittadino verso il privato.
Non a caso le reazioni sono tutt’altro che unanimemente entusiaste. CIMO-FESMED parla di maggiore attrattività del pubblico. ANAAO-Assomed è molto più prudente e avverte il rischio di una deregulation pericolosa se si tolgono le incompatibilità senza riscrivere completamente l’impianto delle regole. E una parte della stampa ha centrato il punto: le ore extra finiranno dove paga di più, favorendo un modello di medico sempre più “freelance”, sempre meno ancorato al servizio pubblico.
Restano poi irrisolti tutti i nodi tecnici che nessuno, per ora, chiarisce davvero. Quali prestazioni saranno consentite? Solo quelle con ricetta SSN? Solo in strutture accreditate? Con quali tariffe? E soprattutto: chi paga queste ore aggiuntive? Con quali tetti regionali? Il rischio è quello di un SSN sempre più a macchia di leopardo, dove alcune Regioni possono permettersi di comprare prestazioni e altre no, accentuando diseguaglianze già drammatiche.
Alla fine il quadro è chiaro. Questa proposta non rafforza la sanità pubblica. La certifica come insufficiente e prova a tenerla in piedi affidandosi al mercato, mascherandolo da flessibilità. È una resa culturale prima ancora che politica. Si accetta l’idea che il Servizio sanitario nazionale non sia più il pilastro del diritto alla salute, ma una delle tante opzioni disponibili.
Altro che riforma coraggiosa. Qui siamo davanti a una rinuncia travestita da modernizzazione. Una scelta che non risolve il problema delle liste d’attesa, ma le rende strutturali. E che prepara il terreno a un futuro in cui curarsi in tempi umani sarà sempre più una questione di portafoglio.
E questa, più che una vaccata, è una responsabilità enorme. Perché quando la sanità pubblica smette di essere una priorità, a pagare non sono mai quelli che firmano le leggi. Sono sempre gli altri.
C’è un momento, nella vita civile di un Paese, in cui ti accorgi che non stai partecipando a una riforma, ma a una manovra di distrazione. Un momento in cui ti dicono che lo fanno per te, mentre ti tolgono qualcosa. Con garbo. Con educazione. Con un sorriso rassicurante.
È esattamente quello che sta accadendo con la proposta di Forza Italia sulle incompatibilità dei medici del Servizio sanitario nazionale.
La raccontano come un atto di buon senso. Un’aggiustatina tecnica. Un po’ di flessibilità. Un favore ai cittadini, che così – promettono – vedranno accorciarsi le liste d’attesa. È tutto molto gentile. Talmente gentile che viene il sospetto che ci stiano facendo un favore mentre ci spostano il portafoglio dalla tasca al tavolo.
Il meccanismo è semplice, quasi elegante: non potendo (o non volendo) assumere, investire, riorganizzare, si consente ai medici di lavorare di più altrove. Sempre “nel perimetro del SSN”, dicono. Espressione meravigliosa, perché il perimetro è diventato così ampio da contenere cliniche private, logiche di mercato e tariffe che il pubblico può solo sognare.
Naturalmente l’indennità di esclusiva resta. Ci mancherebbe. È un’esclusiva che non esclude più nulla, ma suona bene e tranquillizza. Un po’ come dire “non ti preoccupare” mentre stai già firmando qualcosa che non hai letto fino in fondo.
La cosa davvero geniale è che tutto questo viene venduto come una vittoria del cittadino. Il cittadino, però, ha un ruolo molto preciso in questa storia: aspettare o pagare. Se aspetta troppo, paga. Se paga, smette di aspettare. Il sistema funziona benissimo, infatti è già in funzione da anni. Si chiama intramoenia, e ora si vuole estenderlo come se fosse una scoperta illuminata e non una resa certificata.
Ci dicono che così si riducono le liste d’attesa. È possibile. Come è possibile ridurre il traffico chiudendo le strade. Il problema non sparisce: si sposta. Dal servizio pubblico al bancomat. Dall’idea di diritto all’idea di opportunità. Dalla sanità come pilastro alla sanità come offerta.
Il bello è che non c’è nemmeno bisogno di complotti. Nessuno immagina medici cattivi o politici cinici. È tutto molto più banale: il sistema spinge dove rende di più. E quando lo Stato decide di competere con il mercato usando le regole del mercato, perde. Sempre. Ma lo perde con stile.
Così, mentre ci spiegano che è per il nostro bene, la sanità pubblica diventa il luogo dell’attesa, e quella privata il luogo della soluzione. Il cittadino resta formalmente al centro, come si dice nei convegni, ma concretamente resta inermi, educati e con il numerino in mano.
E a forza di rassicurazioni, flessibilità, perimetri allargati e buone intenzioni, succede una cosa curiosa: ci accorgiamo tardi di dove siamo finiti. Non perché qualcuno ci abbia spinto con violenza, ma perché ci hanno accompagnati, passo dopo passo, spiegandoci che era per il nostro bene.
Insomma, non è una riforma. È un’operazione chirurgica senza anestesia, ma con molta cortesia.
E quando finalmente capisci cosa è successo, ti dicono che è troppo tardi, che il mondo è cambiato, che non c’erano alternative.
Che è poi il modo più elegante per dirti che ti hanno sistemato. Con educazione, certo. Ma per bene.
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