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“La tregua dei tre giorni”: dentro la guerra dimenticata tra Cambogia e Thailandia

Un fragile cessate il fuoco regge a fatica lungo 800 chilometri di confine. Mentre Phnom Penh denuncia occupazioni sul suo territorio e gli aiuti arrancano, centinaia di migliaia di civili restano senza casa, scuola, cure.

“La tregua dei tre giorni”: dentro la guerra dimenticata tra Cambogia e Thailandia

“La tregua dei tre giorni”: dentro la guerra dimenticata tra Cambogia e Thailandia

All’alba, nel cortile polveroso di una pagoda nel nord della Cambogia, una fila di bambini si tende verso una cisterna blu. Hanno in mano bottiglie di plastica tagliate a metà. Dietro di loro, un cartello scritto a pennarello: “Scuola chiusa fino a nuovo ordine”. Siamo a pochi chilometri dalla frontiera con la Thailandia; in questo villaggio improvvisato di sfollati è arrivata l’eco di una promessa: il cessate il fuoco del 27 dicembre 2025, valido “dalle 12:00 in punto”. Tre giorni dopo, le armi avrebbero dovuto tacere abbastanza a lungo da consentire la liberazione di 18 prigionieri di guerra. Ma i colpi, dicono gli abitanti, ogni tanto tornano. E la paura non se n’è mai andata.

Il quadro ufficiale racconta una tregua raggiunta in fretta e furia dopo venti giorni di combattimenti, con una formula tanto precisa nei tempi quanto ambigua nei contenuti: stop a “tutti i tipi di armi”, congelamento delle linee e niente rinforzi. A firmarla, i ministri della Difesa di Phnom Penh e Bangkok, Gen. Tea Seiha e Gen. Nattaphon Narkphanit, sotto la supervisione della ASEAN Observer Team (AOT) e dentro il perimetro del General Border Committee (GBC), lo strumento bilaterale che dovrebbe gestire gli incidenti e prevenire “miscalcoli”. Il cessate il fuoco ha avuto effetto immediato alle 12:00 del 27 dicembre 2025.

Il giorno stesso, la presidenza ASEAN (allora in mano alla Malesia del premier Anwar Ibrahim) ha salutato l’intesa come “base per la stabilità”. Gli stessi ministri si sono impegnati a non cambiare la disposizione delle truppe, a non spostare pattuglie verso le posizioni avversarie e a riaprire canali di comunicazione diretta, riconoscendo il ruolo di verifica dell’AOT. Eppure la premessa più importante – che il congelamento delle posizioni non incidesse sulla definizione del confine – è diventata in fretta il cuore della disputa.

Poche ore dopo la firma, i comunicati ufficiali dei due governi hanno iniziato a divergere. Da Phnom Penh si sono moltiplicate le denunce: l’esercito thailandese occuperebbe “porzioni di territorio cambogiano” in almeno quattro province – Banteay Meanchey, Pursat, Preah Vihear e Oddar Meanchey – comprese aree popolate come Prey Chan, Chouk Chey e Boeung Trakuon. Bangkok ha respinto le accuse, sostenendo che le operazioni si svolgono “interamente in territorio thailandese”. La verità, in un paesaggio segnato da demarcazioni incomplete e memorie di vecchi arbitrati, resta una linea tremante.

I numeri spiegano la portata della crisi meglio di qualsiasi schermaglia diplomatica. Secondo il Humanitarian Response Forum (HRF) delle Nazioni Unite, al picco del 27 dicembre gli sfollati interni erano circa 649.163. All’inizio del 2026, con l’allentarsi dei combattimenti, il totale è sceso ma resta enorme: circa 409.000 persone risultavano ancora fuori casa al 1° gennaio, con 186.246 accolte in 161 siti di accoglienza temporanei. Il costo umano del mese di dicembre: almeno 32 civili uccisi e 94 feriti, oltre a danni diffusi a scuole, strutture sanitarie, ponti, strade e linee elettriche.

La chiusura delle scuole è stata sistematica e prolungata: si parla di oltre 880 istituti sospesi a metà dicembre (circa 209.000 studenti e 7.278 docenti coinvolti), con nuove chiusure nei giorni più violenti. UNICEF ha lanciato appelli ripetuti già da luglio, chiedendo la protezione dei minori e dei servizi essenziali. Sul terreno, squadre umanitarie – dalle agenzie ONU alle ONG come World Vision – hanno allestito spazi a misura di bambino, latrine, punti d’acqua, distribuito kit e cibo, sostenuto la ripresa psicosociale. Ma i bisogni superano le risorse.

La World Vision International ha dichiarato una emergenza di Categoria II, con interventi in cinque province (Banteay Meanchey, Preah Vihear, Siem Reap, Battambang e Oddar Meanchey) e oltre 108.000 persone raggiunte tra l’11 dicembre 2025 e il 2 gennaio 2026. Tra le attività: sostegno alimentare e ai mezzi di sussistenza, WASH, educazione, protezione dell’infanzia, supporto psicosociale e distribuzione di beni essenziali.

La tregua “a orologeria”: tre giorni per liberare i prigionieri

Il primo test della tregua è stato simbolico e concreto: la liberazione di 18 militari cambogiani detenuti per mesi in Thailandia. L’operazione è stata seguita come garante neutrale dal Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR) e si è compiuta il 31 dicembre 2025, dopo il rispetto delle 72 ore previste dall’accordo. Famiglie riunite, bandiere, abbracci: un gesto che ha dimostrato che gli impegni scritti possono tradursi in fatti. Resta, però, l’incognita più grande: la sostenibilità del cessate il fuoco nel medio periodo.

Sul piano diplomatico, l’ASEAN ha svolto un ruolo di “struttura portante”: dalla richiesta di “massima moderazione” del 22 dicembre alla spinta per un GBC straordinario, fino alla verifica sul campo affidata all’AOT. La Malesia di Anwar Ibrahim ha agitato dal primo giorno l’argomento più convincente per entrambe le parti: riportare i civili a casa “in sicurezza e dignità” e impedire che la controversia di confine facesse precipitare la regione in un nuovo fronte.

I “punti caldi” di una frontiera irrisolta

Dietro le statistiche ci sono luoghi: Preah Vihear, Ta Krabei, Ta Muen, O’Smach, Thmor Da. Nomi che evocano antichi templi khmer, ma anche una cartografia mai completamente risolta dopo gli accordi del 2000 e le sentenze storiche del 1962. Il dissidio non è nuovo: già in passato i due eserciti si erano fronteggiati con vittime civili e accuse incrociate; il nodo, tuttavia, è rimasto irrisolto: demarcazione incompleta, poligoni di frontiera contesi, mine ancora presenti, incidenti che riaccendono nazionalismi. Le ultime settimane del 2025 hanno visto anche l’uso di artiglieria e – secondo più fonti – raid aerei; Bangkok avrebbe impiegato F-16 in missioni oltreconfine, accusa che la Cambogia ha rilanciato come esempio di “uso sproporzionato della forza”.

La narrativa dell’“occupazione” è l’innesco più sensibile. Il Ministero degli Esteri cambogiano elenca 14 aree “poste sotto controllo di fatto” dall’esercito thailandese, con mappe e coordinate. Testate cambogiane indipendenti hanno riportato dettagli su villaggi e siti religiosi. Dall’altra parte della frontiera, portavoce dell’Esercito Reale Thailandese hanno negato incursioni, sostenendo che anche gli interventi umanitari si svolgono “entro i confini nazionali”. La verità giudiziaria, se mai arriverà, dipenderà anche da verifica indipendente e accesso umanitario.

L’economia del confine fermata e la vita quotidiana sospesa

La guerra di cui “nessuno parla” ha un prezzo visibile nei mercati di frontiera svuotati, nelle rimesse che non arrivano, nel turismo che sparisce. Con il commercio transfrontaliero bloccato a intermittenza, molte famiglie hanno perso la principale entrata. Le ONG segnalano che tra gli sfollati le risorse finanziarie si esauriscono in fretta, con un aumento del debito informale e dei rischi di tratta e lavoro minorile. Nei siti di accoglienza, la vita scorre tra latrine comuni, tende di plastica, cucine da campo e pazienza. Serve tutto: acqua, medicine, riparo, protezione.

La dimensione educativa è quella che più colpisce in prospettiva: decine di migliaia di bambini senza lezioni per settimane, con 600 scuole chiuse secondo stime UNICEF diffuse a metà gennaio. Per evitare una generazione “sospesa”, le agenzie hanno moltiplicato gli spazi child-friendly, distribuito kit scolastici, sperimentato forme di apprendimento temporaneo. Alcune aziende locali – come l’operatore SMART Axiata – hanno avviato partnership con UNICEF per sostenere nutrizione e continuità educativa nelle province colpite.

Mine, ordigni inesplosi e il rischio che resta quando i cannoni tacciono

Nel nord cambogiano, la guerra non finisce quando finisce la guerra. Lo ricordano le mine e gli ordigni inesplosi eredità di conflitti decennali. L’attuale ciclo di violenze ha aggiunto nuovi pericoli lungo piste e sentieri, con incidenti che alimentano diffidenza reciproca. Gli Stati Uniti hanno annunciato fondi per sminamento e per la stabilizzazione del confine, mentre le autorità cambogiane e i partner internazionali – dalla Cambodian Mine Action Centre (CMAC) alla Norwegian People’s Aid – tentano di accelerare le operazioni. Ma le esigenze superano i budget, e l’accesso alle zone “rosse” resta intermittente.

Il ruolo silenzioso dei mediatori e la diplomazia delle “verifiche”

La regione si è fatta avanti con discrezione. La Malesia, da presidente ASEAN 2025, ha promosso una cornice che tiene insieme verifica, linee dirette tra comandi e un esplicito richiamo alla Carta dell’ONU, alla TAC e alla legalità internazionale. Il passaggio di testimone alla Filippine per il 2026 non cambia la traiettoria: mantenere la tregua, consolidare i meccanismi di verifica e isolare gli episodi violenti. Altri attori – compresi Stati Uniti e Cina – hanno offerto aiuti e messaggi di sostegno al cessate il fuoco, mentre il CICR continua a proporsi come intermediario neutrale per visite ai detenuti e monitoraggio umanitario.

Sul piano mediatico internazionale, alcuni hanno attribuito a Washington un ruolo più assertivo nella messa in pausa dei combattimenti in estate e autunno; in realtà, la sequenza degli accordi – dalla tregua di luglio al GBC straordinario di agosto, fino alla Dichiarazione di Kuala Lumpur del 26 ottobre – mostra un mosaico in cui la mediazione malese è stata determinante, con supporti esterni variabili e, talvolta, rivendicazioni politiche nazionali sopra le righe. L’importante, oggi, è che la verifica ASEAN resti sul campo.

Una guerra “di cui nessuno parla”, ma che lascia segni profondi

Scegliere di raccontare la Cambogia oggi significa evitare le scorciatoie retoriche. Non è una “ri-edizione” del passato, né un semplice capitolo di cronaca di confine. È un conflitto che ha riportato la guerra nelle case di una popolazione già segnata da traumi. Nei villaggi lungo la frontiera, pagode e scuole sono diventate rifugi, le case – quando non distrutte – sono state abbandonate di fretta, gli anziani temono le mine, i genitori contano i giorni senza lezione. Chi ha una moto torna di notte a controllare campi e animali; chi non ce l’ha resta a guardare la linea degli alberi dove, a volte, si sente ancora un rombo lontano.

Le poche buone notizie – la liberazione dei 18 prigionieri, qualche colonna di famiglie in rientro, i mercati che timidamente riprendono – non cancellano il resto. La tregua c’è, ma è una tregua contestata, monitorata, condizionata. E il confine è un filo sottile: da una parte e dall’altra, la tentazione di usarlo come clava politica è forte. In mezzo, ci sono i civili.

Cronologia

  1. 7 dicembre 2025: nuova ondata di scontri lungo il confine; uso di artiglieria e, secondo più fonti, raid aerei. In poche settimane, oltre mezzo milione di sfollati.
  2. 22 dicembre 2025: dichiarazione del Chair ASEAN: “massima moderazione”, rilancio dei meccanismi bilaterali e della verifica AOT.
  3. 24 dicembre 2025: riunione GBC per definire modalità e verifica del cessate il fuoco.
  4. 27 dicembre 2025, ore 12:00: entrata in vigore del cessate il fuoco; “congelamento” delle posizioni; impegno alla liberazione di 18 prigionieri entro 72 ore di tregua effettiva.
  5. 31 dicembre 2025: il CICR supervisiona la liberazione e il rimpatrio dei 18 militari cambogiani detenuti in Thailandia.
  6. 1° gennaio 2026: gli sfollati ancora fuori casa sono circa 409.000; proseguono i rientri ma i bisogni restano elevati.
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