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Indennità di Pronto Soccorso: i sindacati litigano.... Riboldi se la ride

CISL, FIALS, NURSIND e NURSING UP attaccano CGIL e UIL e difendono l’accordo sulle indennità. Intanto davanti agli ospedali si protesta: “Siamo tutti Pronto Soccorso”

Indennità di Pronto Soccorso: i sindacati litigano.... Riboldi se la ride

Indennità di Pronto Soccorso: i sindacati litigano.... Riboldi se la ride

Mentre l’assessore regionale alla Sanità Federico Riboldi continua a raccontare l’accordo sulle indennità di Pronto Soccorso come un “atto concreto” e CGIL e UIL ne denunciano limiti e disuguaglianze, nel panorama sindacale piemontese si apre un fronte tutto interno. A sollevarlo sono CISL FP, FIALS, NURSIND e NURSING UP, che scelgono di spostare il mirino non sulla Regione, ma su chi quell’accordo lo contesta.

C'è un comunicato e il tono è tutt’altro che dialogante. La protesta di CGIL e UIL viene definita senza mezzi termini “strumentale”, mentre le critiche all’accordo vengono archiviate come “disinformazione scorretta e irresponsabile”. Un lessico che lascia poco spazio alle sfumature.

A firmare il documento sono Andrea Bertaina (CISL FP), Francesco Coppolella (FIALS), Danilo Baldinu (NURSIND) e Carmine Delli Carri (NURSING UP), sigle che rivendicano di rappresentare la maggioranza del personale del comparto sanità e che difendono l’intesa così com’è stata costruita.

La premessa è tecnica, ma diventa subito politica. “La norma nazionale ha destinato risorse finalizzate a un’indennità per il personale dei pronto soccorso” e il CCNL, all’articolo 69 comma 2, stabilisce che tali indennità siano “differenziate per profilo”. Da qui discende l’accordo che prevede fino a 500 euro al mese per gli infermieri e fino a 250 euro per gli altri profili.

Secondo le quattro sigle, raccontare questa scelta come un’esclusione sarebbe semplicemente falso. Nel comunicato si legge che è “totalmente falso dire che qualcuno ne è rimasto escluso e che solo gli infermieri ne abbiano beneficiato”, così come sarebbe falso sostenere che l’accordo sia stato revocato. Anzi, rivendicano che “dal 2022 tutti prendono l’indennità”, che “dal giugno 2023 a tutti è stata incrementata” e che oggi viene riconosciuta anche al personale dell’emergenza territoriale 118.

Il bersaglio resta però chi contesta. CGIL e UIL, ricordano i firmatari, “non hanno partecipato alla trattativa in quanto non firmatarie di contratto e non perché non sono state convocate”. Una puntualizzazione che suona come una rivendicazione di legittimità, ma che fotografa anche una frattura sindacale sempre più evidente.

Nel comunicato non manca la giustificazione di fondo: “Dovremmo tutti finirla di dire che nessuno vuole fare più l’infermiere”. Se i corsi di laurea in infermieristica sono vuoti mentre altri sono pieni, spiegano, è perché “i rischi, i disagi, le responsabilità e le condizioni di lavoro non sono le stesse”. Anche per questo, ammettono, “perfino con questa indennità abbiamo difficoltà a trovare infermieri che vogliono andare a lavorare in pronto soccorso”, soprattutto in una regione che registra una carenza di circa 5.000 unità. Da qui la conclusione: “almeno salvaguardiamo la prima linea”.

Una lettura che finisce per sovrapporsi, almeno in parte, alla narrazione dell’assessorato regionale. Ma mentre nei comunicati si discute di profili e differenziazioni, fuori dagli uffici qualcosa si muove davvero.

Tanto per dire (ma non solo), oggi, giovedì 23 gennaio, davanti ai Pronto Soccorso degli ospedali di mezzo Piemonte, FP CGIL e UIL FPL hanno organizzato presidi-flashmob dal titolo eloquente: Siamo tutti Pronto soccorso. Un’iniziativa che rientra nella protesta regionale contro l’esclusione dall’indennità di alcune figure professionali, come tecnici di laboratorio, radiologia, amministrativi, OSS e ostetriche. 

“La salute del cittadino è garantita da tutto il personale, in ogni servizio, e tutti hanno diritto allo stesso trattamento economico per non creare lavoratori di serie A e B”, spiegano le sigle, sottolineando che la richiesta non è togliere qualcosa agli infermieri, “che sono solidali con noi”, ma estendere il riconoscimento a tutte le figure che lavorano in équipe.

Non una crociata ideologica, ma una domanda molto concreta.

A Torino Cgil e Uil chiedono la convocazione di un tavolo in Prefettura.

Ed è forse qui che l’ironia diventa inevitabile. Da una parte comunicati che parlano di disinformazione, auto-esclusioni e contratti. Dall’altra lavoratori che presidiano un ospedale per chiedere che nessuno resti indietro. Nel mezzo, una sanità che continua a funzionare a fatica, mentre le sigle si rinfacciano responsabilità.

Insomma, la sensazione è che la battaglia sulle indennità stia diventando sempre più una guerra di posizionamento sindacale, combattuta a colpi di comunicati, mentre nei Pronto Soccorso il problema resta sempre lo stesso: personale che manca, carichi di lavoro insostenibili e risposte che, per ora, sembrano più simboliche che strutturali.

E forse, prima ancora di decidere chi ha ragione tra una sigla e l’altra, varrebbe la pena ricordare una cosa semplice: nei Pronto Soccorso non entrano i comunicati. Entrano le persone. In sottofondo le grosse e grasse, soprattutto "grasse" risate dell'assessore regionale alla sanità Federico Riboldi.






La sanità è grave. I sindacati, un po’ meno.

Succede che mentre nei Pronto Soccorso mancano persone, tempo, fiato e pazienza, chi dovrebbe rappresentare chi lavora in quei luoghi trovi comunque l’energia per fare ciò che gli riesce meglio: litigare tra sé. Non con la malattia, non con le liste d’attesa, non con le barelle nei corridoi. Tra sindacati. Una specialità tutta italiana, praticata con zelo e una certa coerenza.

Il copione è noto. C’è un accordo, c’è un comunicato, c’è un contro-comunicato. C’è chi accusa l’altro di fare disinformazione, chi rivendica la legittimità contrattuale, chi ricorda di essere stato escluso, chi precisa di non essersi fatto escludere ma di essersi escluso da solo, per coerenza. Tutti molto coerenti. Ognuno a modo suo.

Nel frattempo, la salute pubblica resta sullo sfondo. È il pretesto, non il soggetto. Il tavolo vero non è quello della sanità, ma quello della rappresentanza. Chi conta di più. Chi firma. Chi può dire “noi”. Chi può dire “voi”. La salute, in mezzo, serve solo a nobilitare lo scontro.

È curioso come il lessico si assomigli sempre. Tutti parlano di dignità, di rispetto, di equità. Nessuno parla di pazienti. O meglio: se ne parla come di un’astrazione, un’entità morale buona per tutte le stagioni, da evocare a fine frase, quando serve chiudere in bellezza. Come Dio nei discorsi dei politici o la Costituzione nei talk show.

Il sindacato nasce per tutelare i lavoratori. Poi cresce, si struttura, si organizza. E a un certo punto scopre una nuova missione: tutelare se stesso. Le sigle diventano identità, i contratti diventano bandiere, le percentuali diventano argomenti etici. È un passaggio naturale. Anche umano. Ma difficilmente compatibile con l’idea che qualcuno, nel frattempo, stia male davvero.

C’è qualcosa di vagamente surreale nel vedere uomini e donne discutere animatamente di indennità, profili, differenziazioni, mentre il sistema sanitario arranca. Non perché discutere di stipendi sia sbagliato – è sacrosanto – ma perché il tono da resa dei conti permanente tradisce una verità semplice: la salute è diventata il campo di battaglia, non l’obiettivo.

Ogni sindacato è convinto di avere ragione. E probabilmente ce l’ha. Il problema è che le ragioni, quando sono troppe e tutte giuste, finiscono per annullarsi. Come le corsie intasate: tutti hanno diritto di passare, nessuno passa.

Alla fine resta una sensazione modesta ma persistente. Che la sanità pubblica, oggi, non sia difesa da chi alza la voce, ma da chi continua a lavorare senza comunicati, senza flashmob, senza dichiarazioni virgolettate. Gente che non litiga su chi rappresenta chi, ma prova semplicemente a curare qualcuno.

Il resto è rumore. Sindacale, certo. Ma sempre rumore.

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