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Gaza, tre giornalisti uccisi da un raid israeliano: stavano documentando un campo per sfollati

Abdul Raouf Shaath, Mohammed Salah Qashta e Anas Ghneim sono morti mentre lavoravano ad Al-Zahra. L’IDF parla di un drone “affiliato a Hamas”, ma non fornisce prove pubbliche. AFP, CPJ e RSF chiedono un’indagine indipendente

Gaza, tre giornalisti uccisi da un raid israeliano: stavano documentando un campo per sfollati

This video, filmed earlier, shows journalist Abdul Raouf Shaat from Khan Younis, in the southern Gaza Strip, recounting the moment an Israeli missile struck a journalists' tent near Nasser Medical

La scena, ripresa pochi minuti dopo l’esplosione, è rimasta fissata nelle immagini diffuse dai soccorritori: una vettura completamente carbonizzata, ferma di traverso su una strada spoglia; tutt’attorno tende e teloni di un campo per sfollati dove il silenzio non dura mai a lungo. All’interno dell’auto, secondo quanto riferito dai primi soccorsi, si trovavano tre giornalisti palestinesi: Abdul Raouf Shaath, Mohammed Salah Qashta e Anas Ghneim. Stavano documentando la vita nel campo quando un attacco aereo israeliano ha colpito il veicolo. Nella stessa giornata, le autorità sanitarie locali hanno registrato almeno undici palestinesi uccisi, tra cui due ragazzi di tredici anni. È stato uno dei giorni più letali dall’annuncio della tregua del 2025, una tregua segnata da continue violazioni e operazioni militari che hanno continuato a produrre vittime.

Secondo ricostruzioni concordanti di diverse testate internazionali, Mohammed Salah Qashta, Abdul Raouf Shaath e Anas Ghneim stavano lavorando per un comitato di soccorso egiziano e stavano filmando il nuovo insediamento per sfollati di Al-Zahra, a sud-ovest di Gaza City. L’auto è stata colpita mentre si muoveva nei pressi del campo. I corpi sono stati trasferiti all’Ospedale Al-Aqsa Martyrs di Deir al-Balah, una struttura che da mesi opera in condizioni di emergenza costante, tra carenza di personale, reparti sovraffollati e afflusso continuo di feriti.

Di Abdul Raouf Shaath, 34 anni, è emerso che collaborava regolarmente con AFP (Agence France-Presse) e lavorava anche come contributor per CBS News. Al momento dell’attacco, ha precisato l’agenzia francese, non era in missione per AFP. L’agenzia ha espresso “immensa tristezza” e ha chiesto un’indagine completa e trasparente, ricordandolo come un collega stimato e profondamente impegnato nel suo lavoro. CBS News ha sottolineato le sue competenze tecniche e la determinazione con cui continuava a documentare la realtà di Gaza nonostante i rischi evidenti.

La versione fornita dalla IDF (Israel Defense Forces, Forze di difesa israeliane) parla di un’operazione contro “sospetti” che stavano utilizzando un drone affiliato a Hamas in modo ritenuto una minaccia per i soldati israeliani presenti nell’area. È una spiegazione diffusa nelle ore immediatamente successive all’attacco e ribadita a più media internazionali, accompagnata dalla formula secondo cui l’episodio è “in fase di revisione”. Non è stato chiarito se, prima dello strike, fosse stata identificata la natura giornalistica del gruppo né se il presunto drone fosse effettivamente impiegato in modo da costituire una minaccia immediata.

Il riferimento ai droni utilizzati da reporter a Gaza non è nuovo. Nel gennaio 2024, una inchiesta del Washington Postaveva documentato un caso in cui la versione ufficiale israeliana sulla pericolosità di un drone giornalistico era cambiata nei giorni successivi all’attacco, sollevando interrogativi sulle regole d’ingaggio e sui criteri di identificazione dei bersagli quando sono coinvolti operatori dell’informazione. Quel precedente viene richiamato anche oggi, perché evidenzia la necessità di verifiche indipendenti e analisi tecniche approfondite.

Il 21 gennaio 2026 non sono morti solo i tre giornalisti. Secondo fonti mediche locali e corrispondenze indipendenti, il bilancio della giornata ha incluso almeno undici palestinesi uccisi. Tra loro due ragazzi di tredici anni, uno dei quali è stato colpito mentre raccoglieva legna, e, in un altro attacco separato nel centro della Striscia, tre fratelli. Episodi diversi che compongono un quadro frammentato ma coerente, segnato dalla vulnerabilità dei civili in una tregua che sulla carta avrebbe dovuto ridurre drasticamente le violenze.

Al-Zahra, come molte aree del centro della Striscia di Gaza, è diventata un agglomerato di tende, container e costruzioni improvvisate. Qui arrivano aiuti umanitari insufficienti e missioni di comitati che cercano di censire le famiglie, distribuire cibo e garantire servizi minimi. È in questo contesto che, secondo le testimonianze raccolte, i tre giornalisti stavano filmando e intervistando poche ore prima dell’attacco. I responsabili del comitato egiziano hanno affermato che il veicolo era riconoscibile e che la sua funzione era nota, dichiarazioni che richiedono riscontri ufficiali ma che delineano un’attività giornalistica inserita in un quadro umanitario e non militare.

Il contesto più ampio è quello di una guerra in cui l’informazione è parte del conflitto. Da oltre due anni l’accesso della stampa internazionale a Gaza è fortemente limitato, con rare eccezioni e visite in gran parte accompagnate dalla IDF. Di conseguenza, gran parte delle notizie provenienti dalla Striscia arriva attraverso giornalisti locali, spesso freelance, che lavorano con risorse minime e in condizioni di estrema insicurezza. Organizzazioni come il CPJ (Committee to Protect Journalists) e RSF (Reporters Sans Frontières) hanno chiesto ripetutamente accesso indipendente per i media stranieri e maggiore protezione per i cronisti palestinesi, segnalando che questo conflitto è diventato il più letale per la professione da quando esistono dati comparabili.

Le cifre, pur variando a seconda delle fonti e dei periodi considerati, restano elevate. Secondo i dati del CPJ e altre rilevazioni citate da media internazionali, dall’ottobre 2023 sono stati uccisi oltre duecento giornalisti e operatori dei media nell’area del conflitto, un numero senza precedenti che ha acceso l’allarme globale sulla libertà di stampa nelle guerre ad alta intensità.

L’uccisione dei tre giornalisti si è consumata sullo sfondo della tregua proclamata nel 2025 tra Israele e Hamas, una tregua che avrebbe dovuto fermare o almeno contenere le ostilità dirette. In realtà, sparatorie, attacchi mirati e operazioni di controterrorismo non si sono mai arrestati del tutto. Secondo stime diffuse da agenzie e media internazionali, le vittime palestinesi dopo l’avvio della tregua si contano in centinaia, e la giornata del 21 gennaio, con almeno undici morti, ne è stata una conferma.

Restano aperte diverse questioni cruciali sull’attacco. Non è stato chiarito se i tre giornalisti stessero effettivamente utilizzando un drone e, in caso affermativo, con quali modalità. L’affermazione della IDF su un “drone affiliato a Hamas” non è stata accompagnata, finora, da prove pubbliche verificabili. Non è chiaro nemmeno quanto il veicolo fosse identificabile come mezzo di lavoro legato a un comitato umanitario e se tale informazione fosse nota alle forze israeliane. Anche la tempistica dell’ingaggio resta centrale: sapere quanto tempo sia trascorso tra l’individuazione del presunto drone e il fuoco che ha distrutto l’auto potrebbe aiutare a stabilire se vi fosse una minaccia immediata o un errore di identificazione. In casi precedenti, dati come log operativi, immagini integrali e tracciati tecnici si sono rivelati decisivi.

Una indagine credibile dovrebbe includere l’analisi di tracciati radar, dati di telemetria, registrazioni degli armamenti utilizzati e testimonianze dirette, oltre all’accesso ai resti del veicolo e alle attrezzature professionali delle vittime. La AFP ha chiesto esplicitamente una inchiesta completa e trasparente, ribadendo che Abdul Raouf Shaath non era in servizio per l’agenzia al momento dell’attacco. Altri media internazionali che avevano collaborato con lui hanno espresso dolore e hanno sollecitato l’accertamento delle responsabilità lungo la catena di comando. Il CPJ e altre organizzazioni per la libertà di stampa hanno rinnovato l’appello a considerare i giornalisti come civili protetti dal diritto internazionale umanitario e a consentire verifiche indipendenti sul campo.

Dal lato israeliano, la linea resta quella di una minaccia concreta legata al presunto drone. Tuttavia, come già avvenuto in altri episodi, la valutazione finale dipenderà dalla disponibilità di documentazione completa, comprese le regole d’ingaggio applicate e le valutazioni di intelligence, per stabilire se l’azione sia stata conforme ai principi di distinzione, proporzionalità e precauzione previsti dal diritto internazionale umanitario.

Dal 7 ottobre 2023, la guerra ha trasformato Gaza in un terreno estremo per il giornalismo di prossimità. Redazioni distrutte, archivi salvati su supporti di fortuna, generatori condivisi e connessioni intermittenti fanno parte della quotidianità. A questo si aggiunge una pressione narrativa costante, con accuse di militanza o propaganda rivolte a giornalisti uccisi senza che vengano presentate prove pubbliche, una dinamica che, secondo le organizzazioni di categoria, rende sempre più opaco il confine tra chi racconta i fatti e chi diventa bersaglio.

Il risultato è una informazione più fragile e una capacità collettiva di comprendere il conflitto sempre più ridotta. In assenza di accesso per la stampa internazionale e di tutele effettive per i reporter locali, la conoscenza della guerra si affida a frammenti di video, testimonianze parziali e comunicati militari che precedono le verifiche indipendenti. Quando a morire sono i giornalisti, viene meno una parte essenziale del diritto a essere informati.

Le uccisioni del 21 gennaio 2026 non riguardano solo Gaza. Chiamano in causa il rispetto del diritto internazionale, la responsabilità degli Stati e la qualità del dibattito pubblico globale. Ogni volta che un reporter viene colpito mentre documenta uno spostamento forzato, una distribuzione di aiuti o una fila per l’acqua, quel frammento di realtà rischia di non arrivare al pubblico o di arrivare distorto. In un contesto in cui i droni civili usati dai giornalisti si sovrappongono ai droni militari, la distinzione tra uno strumento di lavoro e un’arma diventa una linea sottile e pericolosa.

Ad oggi è possibile affermare alcuni punti fermi. Tre giornalisti, Mohammed Salah Qashta, Abdul Raouf Shaath e Anas Ghneim, sono stati uccisi da un attacco aereo nei pressi di un campo per sfollati ad Al-Zahra. Nella stessa giornata sono morte almeno undici persone, tra cui due ragazzi di tredici anni. La AFP ha confermato il ruolo di collaboratore regolare di Shaath e ha chiesto una indagine. La IDF sostiene di aver colpito sospetti legati a un drone attribuito a Hamas, senza però fornire finora prove pubbliche che dimostrino una minaccia immediata o la militanza delle vittime.

Resta quindi la necessità di una inchiesta indipendente, con accesso ai dati e ai luoghi, capace di stabilire se siano state adottate tutte le precauzioni possibili per evitare vittime civili o se vi sia stato un errore di identificazione. È un passaggio essenziale non solo per rendere giustizia alle vittime, ma anche per garantire che chi continuerà a raccontare Gaza possa farlo con un minimo di sicurezza.

L’ultima immagine di Abdul Raouf Shaath, Mohammed Salah Qashta e Anas Ghneim è quella di tre professionisti dell’informazione su una strada polverosa, intenti a lavorare tra telecamere e microfoni. A Gaza questo lavoro si è spesso tradotto in un rischio estremo. Oggi chiede almeno verità, perché senza verità la cronaca resta appesa a un filo, e ogni volta che quel filo si spezza si riduce la possibilità di capire ciò che accade.

Fonti utilizzate:
Agence France-Presse (AFP)
CBS News
Washington Post
Israel Defense Forces (IDF)
Committee to Protect Journalists (CPJ)
Reporters Sans Frontières (RSF)
Fonti mediche locali della Striscia di Gaza
Corrispondenze di media internazionali

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