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22 Gennaio 2026 - 17:15
Elena Piastra
C’è un manifesto che circola a Settimo Torinese, elegante nei colori, solenne nei toni, apparentemente rispettabile. Parla di giustizia, di riforme, di democrazia. Ma basta abbassare lo sguardo di qualche centimetro per capire che non siamo di fronte a un semplice dibattito pubblico organizzato dal Pd. Siamo davanti a una forzatura politica istituzionale, di quelle che lasciano il segno.
In fondo alla locandina della serata “Riforma della giustizia – le ragioni del No” campeggia, senza alcun imbarazzo, il logo di ALI – Autonomie Locali Italiane. Non un’associazione culturale. Non un comitato civico. Non un gruppo di studio. Ma un organismo che rappresenta enti locali, amministrazioni comunali, sindaci e amministratori di tutta Italia.
E allora fermiamoci un attimo. Perché qui non stiamo discutendo se sia lecito dire No a una riforma. Lo è, ovviamente. Il problema è un altro, molto più serio: come fa un’istituzione che dovrebbe rappresentare tutti a schierarsi ufficialmente su un referendum nazionale?
Perché questo evento non è neutro. Non è pluralista. Non è un confronto aperto.
È un’iniziativa esplicitamente schierata, rivendicata già nel titolo, costruita come una presa di posizione politica netta su una riforma che divide il Paese. E dentro questa operazione compare il simbolo di un’associazione istituzionale, usato come bollino di legittimazione.
E qui entra in scena lei. Elena Piastra.
Non una relatrice qualunque. Non una simpatizzante. Ma sindaca di Settimo Torinese e, dettaglio tutt’altro che secondario, vicepresidente nazionale di ALI. Un doppio ruolo che spiega molte cose. Spiega perché quel logo sia lì. Spiega perché non si sia avvertito il minimo problema di opportunità. Spiega perché il confine tra partito, istituzione e associazione di enti locali venga attraversato con tanta disinvoltura.
Perché quando la stessa persona è sindaca, dirigente nazionale di un’associazione istituzionale e figura politica di primo piano del PD, il rischio – anzi, la certezza – è che i piani si confondano. E a confondersi non è solo il messaggio, ma il ruolo stesso delle istituzioni.
ALI, teoricamente, dovrebbe rappresentare amministratori di ogni orientamento. Nella pratica, a Settimo Torinese, diventa il megafono di una posizione politica precisa, dentro una sala consiliare comunale, su un tema che riguarda la Costituzione e l’assetto dello Stato. Il tutto con una naturalezza disarmante, come se fosse la cosa più normale del mondo.
Ma normale non è. Perché così facendo un’istituzione prende posizione. Perché così facendo un’associazione di enti locali entra a gamba tesa in una campagna politica nazionale. Perché così facendo si utilizza il prestigio istituzionale per rafforzare una tesi di parte.
E non vale rifugiarsi dietro la parola “dibattito”. Qui non c’è alcun contraddittorio annunciato, alcuna pluralità di voci, alcuna distanza istituzionale. C’è una linea politica chiara, sostenuta da nomi, simboli, ruoli e cariche pubbliche.
Insomma, non è una svista grafica. Non è una scelta casuale. È una decisione politica consapevole.
E allora la questione diventa nazionale, non più locale. Perché se ALI può schierarsi apertamente sul No a una riforma della giustizia, usando simboli, spazi e cariche istituzionali, allora salta definitivamente il principio di neutralità degli enti locali. E si apre una strada pericolosa, dove le istituzioni smettono di rappresentare tutti e iniziano a fare campagna.
Insomma: le ragioni del No possono anche essere legittime.
Ma le ragioni per cui un’istituzione presta il proprio logo a questa battaglia politica lo sono molto meno.
E il fatto che dietro tutto questo ci sia lo zampino di chi siede contemporaneamente su più poltrone rende la vicenda ancora più grave. Perché quando i ruoli si sovrappongono, a perdere non è il dibattito.
È la credibilità delle istituzioni. E' la credibilità di una sindaca ... E' la credibilità del Pd...
ALI, dicono, non è del PD.
E infatti non compare in alto. Compare sotto un manifesto che spiega le ragioni del No. Non del “parliamone”, non del “valutiamo”. Del No. Che almeno è una parola onesta: corta, chiara, senza subordinata.
ALI è trasversale. Così trasversale che, quando compare, non lo fa mai di traverso. Sta dritta. In fondo al manifesto. In una posizione molto studiata per sembrare non studiata.
A Settimo Torinese poi tutto fila liscio. La sindaca è anche vicepresidente nazionale di ALI. Una combinazione che evita inutili perdite di tempo. Niente telefonate, niente discussioni, niente “sentiamo anche gli altri”. Il logo arriva come arrivano le decisioni migliori: senza che nessuno sembri averle prese.
Qualcuno dirà che ALI rappresenta sindaci di ogni colore politico. Vero. Ma i colori, come si sa, dipendono dall’illuminazione. E qui l’illuminazione è buona. Professionale. Da palco. Il risultato è molto elegante. Un No che sembra un dibattito. Un’istituzione che sembra neutra. Un logo che sembra lì per educazione.
Sembra. Poi uno guarda meglio. E capisce che non è successo niente per caso.
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