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Chernobyl senza corrente: quanto siamo davvero al sicuro quando salta la rete elettrica

Blackout, droni e danni alle infrastrutture: cosa succede davvero al sito più radioattivo d’Europa quando l’alimentazione esterna viene interrotta e perché, oggi, il rischio non è zero ma nemmeno quello del 1986

Chernobyl senza corrente: quanto siamo davvero al sicuro quando salta la rete elettrica

Chernobyl senza corrente: quanto siamo davvero al sicuro quando salta la rete elettrica

La rete elettrica ucraina è finita più volte sotto attacco e anche la sottostazione che alimenta l’area di Chernobyl è rimasta senza collegamento esterno. L’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA) ha chiarito che non si è verificata alcuna minaccia immediata per la popolazione. Resta però un dato di fatto: tra blackout, droni e danni a infrastrutture considerate intoccabili, la sicurezza nucleare europea è entrata in una fase nuova e più fragile.

Quando l’alimentazione esterna è venuta meno, il sito di Chernobyl ha continuato a funzionare grazie ai sistemi di emergenza. Non è la prima volta dall’inizio della guerra. Già nel marzo 2022 la linea elettrica principale era stata interrotta e i tecnici avevano dovuto affidarsi ai generatori diesel, con un’autonomia stimata di circa 48 ore. In quell’occasione l’AIEA aveva spiegato che la perdita di alimentazione violava uno dei sette pilastri della sicurezza nucleare, ma non comportava un impatto critico sulle funzioni essenziali dell’impianto. La corrente era stata ripristinata dopo alcuni giorni, salvo poi subire nuove interruzioni, a conferma di una vulnerabilità strutturale legata al conflitto.

Situazioni analoghe si sono ripetute negli anni successivi. Nel 2024 e nel 2025 diversi attacchi alla rete energetica ucraina hanno colpito sottostazioni e linee ad alta tensione, lasciando al buio vaste aree del Paese e costringendo anche Chernobyl a operare in modalità isolata per alcune ore. Secondo le autorità ucraine, queste interruzioni hanno ridotto temporaneamente la capacità di monitoraggio radiologico in tempo reale. Il presidente Volodymyr Zelenskyy ha parlato apertamente di rischi crescenti legati agli attacchi deliberati alle infrastrutture critiche.

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La domanda centrale, ogni volta, è sempre la stessa: esiste un pericolo immediato di rilascio radioattivo? La risposta degli organismi tecnici è rimasta coerente. A Chernobyl non ci sono reattori in funzione. Il combustibile nucleare presente è esaurito da decenni e il suo carico termico è molto basso. Questo significa che, anche in assenza temporanea di elettricità, il calore residuo può essere smaltito senza difficoltà immediate. L’AIEA ha ribadito che la perdita di alimentazione esterna non ha avuto un impatto critico sulla sicurezza del sito. Posizioni analoghe sono state espresse dalla American Nuclear Society e da esperti indipendenti europei.

Per capire perché il rischio non è paragonabile a quello del 1986, bisogna guardare a come è gestito oggi il combustibile. I reattori 1, 2 e 3 sono stati definitivamente spenti tra il 1991 e il 2000. Le barre di combustibile sono state inizialmente conservate nel deposito a piscina ISF-1 (Interim Spent Fuel Storage Facility 1). Dal 2020 è entrato in funzione anche ISF-2 (Interim Spent Fuel Storage Facility 2), un deposito a secco basato su contenitori a doppia parete inseriti in moduli di calcestruzzo. Questo sistema è progettato per raffreddarsi per convezione naturale e per funzionare in sicurezza per almeno cento anni, senza bisogno di pompe o alimentazione continua. Il trasferimento del combustibile verso ISF-2, avviato operativamente nel 2021, ha ridotto in modo significativo la dipendenza da sistemi attivi.

In questo quadro relativamente stabile si è inserito però un elemento nuovo e preoccupante. Il 14 febbraio 2025 un drone ha colpito il New Safe Confinement (NSC), la grande struttura in acciaio che ricopre l’ex reattore 4. L’impatto ha causato un incendio localizzato all’interno della cupola. In una prima fase l’AIEA ha escluso aumenti dei livelli radiologici e danni alle strutture portanti. Successive ispezioni hanno però evidenziato la perdita di alcune funzioni di sicurezza, in particolare quelle legate al confinamento. Non si è verificato alcun rilascio acuto di materiale radioattivo, ma la protezione dell’area più contaminata del sito non è più completa come previsto dal progetto originario e richiede interventi urgenti.

Questo episodio ha segnato un passaggio simbolico e concreto. Il NSC, finanziato anche da Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (EBRD) e Unione Europea, era stato concepito come una barriera definitiva contro gli effetti dell’incidente del 1986. Il fatto che sia stato danneggiato da un attacco convenzionale dimostra che nemmeno le infrastrutture nucleari considerate più protette sono ormai al riparo dalle dinamiche di guerra.

Anche senza reattori attivi, Chernobyl non può essere semplicemente “spento”. L’elettricità serve per la ventilazione, i sistemi antincendio, il monitoraggio radiologico, le comunicazioni e la sicurezza fisica. In caso di blackout entrano in funzione i generatori diesel, definiti dall’AIEA come l’ultima linea di difesa. La loro efficacia dipende dalla disponibilità di carburante, dall’accesso al sito e dalla possibilità di effettuare manutenzione. Ogni interruzione prolungata aumenta lo stress operativo e il rischio di errori umani.

La guerra ha inciso pesantemente anche sul fattore umano. Durante l’occupazione del 2022, il personale ucraino è rimasto per settimane senza rotazione. Gli organismi internazionali hanno definito quella situazione incompatibile con la sicurezza a lungo termine. La continuità elettrica, in questo contesto, non è solo una questione tecnica ma anche organizzativa: senza energia diventano più difficili i rifornimenti, la gestione dei turni e la manutenzione ordinaria.

Dal punto di vista sistemico, Chernobyl dipende da una rete più ampia. Quando una sottostazione regionale viene colpita, il sito entra in modalità isolata. Gli eventi del marzo 2022, con una disconnessione totale durata diversi giorni, hanno mostrato quanto questa dipendenza resti critica finché il conflitto prosegue.

Il confronto con la centrale di Zaporizhzhia aiuta a mettere in scala i rischi. Lì sono presenti sei reattori VVER (Vodo-Vodyanoi Energetichesky Reaktor), spenti ma con un carico termico residuo molto più elevato. Ogni perdita di alimentazione esterna costringe a usare i diesel per il raffreddamento attivo e riduce drasticamente i margini di sicurezza. A Chernobyl il rischio di surriscaldamento è minore, ma restano esposti il confinamento, il monitoraggio e la sicurezza fisica.

Se la corrente non tornasse per un periodo prolungato, gli effetti sarebbero lenti ma concreti. Nelle piscine di ISF-1 la temperatura dell’acqua aumenterebbe gradualmente, con possibile evaporazione e problemi negli ambienti interni. Nei depositi a secco di ISF-2 il raffreddamento passivo continuerebbe a funzionare, ma verrebbero meno sistemi di controllo e prevenzione incendi. Nel NSC la criticità maggiore riguarderebbe la ventilazione e il monitoraggio dell’atmosfera interna.

Il direttore generale dell’AIEA, Rafael Mariano Grossi, ha più volte richiamato i sette pilastri della sicurezza nucleare in guerra: alimentazione esterna stabile, personale non sotto pressione, catene di fornitura affidabili, sistemi di monitoraggio funzionanti. A Chernobyl la tenuta del sistema dipende oggi da un insieme di ridondanze e dalla capacità di intervenire rapidamente sulle linee danneggiate.

Le priorità indicate dagli organismi internazionali sono chiare: garantire corridoi tecnici sicuri per le riparazioni, intervenire sul New Safe Confinement per ripristinare le funzioni di confinamento, rafforzare la ridondanza energetica locale e proteggere i flussi di dati verso l’AIEA per evitare vuoti informativi.

Chernobyl resta un cantiere di lungo periodo. Il passaggio dal deposito a piscina a quello a secco ha ridotto i rischi più immediati, ma il sito continuerà a dipendere dall’energia elettrica per decenni. La lezione che emerge dagli ultimi anni è netta: non si tratta di attendere una nuova catastrofe, ma di gestire il rischio in modo continuo, in un contesto in cui la guerra ha reso vulnerabili anche infrastrutture pensate per durare un secolo.

Fonti utilizzate: Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA), American Nuclear Society, IRSN (Institut de Radioprotection et de Sûreté Nucléaire), Ukrenergo, Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (EBRD), Commissione europea, dichiarazioni ufficiali del Presidente Volodymyr Zelenskyy.

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