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Giornalisti nel mirino: lo Stato reagisce, i sicari dei politici colpiscono online

Profili organizzati, campagne di delegittimazione e intimidazioni digitali: così la manovalanza politica prova a zittire chi racconta i fatti

Torino e Ivrea, il Prefetto Cafagna proroga la vigilanza rafforzata fino al 2026

Il Prefetto di Torino

La libertà di stampa sotto tutela, senza sconti e senza ambiguità. È questo il messaggio che emerge dalla prima riunione del Tavolo provinciale di coordinamento sugli atti intimidatori nei confronti dei giornalisti, convocata e presieduta stamane in Prefettura dal Prefetto di Torino Donato Cafagna.

Il Tavolo nasce in analogia a quello nazionale istituito presso il Ministero dell’Interno ed è stato costituito all’indomani del grave episodio di violenza ai danni della redazione del quotidiano La Stampa, un fatto che ha segnato un punto di non ritorno e ha imposto una risposta istituzionale chiara e strutturata. Attorno allo stesso tavolo si sono seduti il Questore, i Comandanti provinciali dei Carabinieri e della Guardia di Finanza, il Presidente dell’Ordine dei giornalisti, un rappresentante della Federazione Nazionale della Stampa Italiana e la Segretaria dell’Associazione Stampa Subalpina, a conferma della volontà di affrontare il tema in modo corale.

Nel corso dell’incontro, il Prefetto ha fornito un dato che fotografa una realtà tutt’altro che marginale: nel solo 2025 si sono già registrati sette episodi di atti intimidatori nei confronti di giornalisti, spesso perpetrati anche attraverso i social network. Un numero che non può essere archiviato come fisiologico o secondario e che chiama in causa non solo la sicurezza personale degli operatori dell’informazione, ma il cuore stesso del sistema democratico.

Da qui l’impegno ribadito, insieme alle Forze di Polizia, a mantenere la massima attenzione sul fenomeno e a contrastarlo con determinazione, garantendo non soltanto l’incolumità fisica dei giornalisti, ma anche la piena e libera espressione del diritto di informare, senza pressioni, condizionamenti o minacce di alcun tipo. Un principio che non ammette distinguo né giustificazioni.

In questo quadro si inserisce anche la conferma della vigilanza fissa dell’operazione “Strade Sicure” presso le sedi della Rai e de La Stampa, tuttora in atto a seguito delle minacce e delle aggressioni riconducibili ai centri sociali torinesi. Una misura che testimonia come il livello di allerta resti alto e come lo Stato abbia scelto di presidiare in modo visibile luoghi simbolo dell’informazione.

Proprio su questo punto, i rappresentanti della stampa hanno espresso gratitudine verso le Forze dell’Ordine, ribadendo al tempo stesso la netta contrarietà dell’intera categoria a qualsiasi forma di manifestazione violenta, indipendentemente da chi la metta in atto e da quale bandiera venga sventolata.

Lo sguardo, però, non è rivolto solo all’emergenza, ma anche alla prevenzione. Al termine della riunione è stata condivisa l’esigenza di rafforzare il coinvolgimento dei giovani in percorsi di avvicinamento alle istituzioni e di conoscenza delle regole della vita democratica, con l’obiettivo di intercettare e prevenire comportamenti devianti prima che degenerino.

In questa direzione si colloca il rilancio di iniziative come “I cantieri di educazione civica”, progetto a cui i giornalisti aderiscono da tempo e che verrà ulteriormente sviluppato, ampliando la platea dei soggetti coinvolti nel Protocollo coordinato dalla Prefettura e inserendo, tra i temi centrali, la libertà di stampa. Non come concetto astratto, ma come diritto concreto, quotidiano, da conoscere, difendere e rispettare.

Insomma, il segnale che arriva dalla Prefettura è chiaro: le intimidazioni ai giornalisti non sono un effetto collaterale del dibattito pubblico, ma un attacco diretto alla democrazia. E come tale vanno affrontate, senza timidezze e senza silenzi.

odio social

I sicari dei politici e l’odio su commissione contro i giornalisti

C’è una categoria che prospera nel fango dei social, che non firma articoli ma insulti, che non argomenta ma colpisce. Non ha un tesserino, non ha una redazione, non ha nemmeno il coraggio di metterci la faccia. Eppure lavora a tempo pieno. Sono i sicari dei politici, quelli che non minacciano con le pistole ma con i post, non con i manganelli ma con le campagne d’odio, non nelle piazze ma dietro una tastiera.

Non sono schegge impazzite, non sono “cittadini arrabbiati”, non sono nemmeno haters casuali. Sono manovalanza, spesso riconoscibile, a volte perfino rivendicata. Profili che entrano in azione sempre allo stesso modo, sempre negli stessi momenti, sempre contro gli stessi bersagli: i giornalisti che fanno domande scomode, che raccontano fatti che danno fastidio, che non si allineano al comunicato stampa o alla narrazione ufficiale.

Il copione è noto. Prima l’attacco personale: sei venduto, sei incompetente, sei fazioso. Poi la delegittimazione professionale: non sei un vero giornalista, scrivi su un giornaletto, non conti nulla. Infine l’intimidazione vera e propria: ti sappiamo, ti vediamo, stai attento. Tutto condito da like strategici, commenti a raffica, condivisioni mirate. Non è rabbia spontanea, è pressione organizzata.

E mentre questi plotoni digitali sparano a zero, i mandanti stanno altrove. Tacciono. Sorridono. Al massimo si dicono “solidali con la libertà di stampa” davanti a una telecamera, salvo poi non prendere mai le distanze dai propri ultras online. Perché in fondo fanno comodo. Perché sporcano le mani al posto loro. Perché intimidire senza esporsi è la nuova forma di vigliaccheria politica.

Chi attacca un giornalista non colpisce una persona soltanto. Colpisce il diritto dei cittadini a sapere, a capire, a farsi un’opinione. È un attacco preventivo: se ti faccio paura oggi, domani scriverai meno, parlerai meno, indagherai meno. È così che si addomestica l’informazione, non con la censura esplicita ma con il logoramento quotidiano.

E attenzione: non esistono intimidazioni “di serie B” solo perché avvengono sui social. Le parole pesano, scavano, restano. Alimentano un clima in cui tutto è lecito, in cui il giornalista diventa un bersaglio legittimo. Un clima che, come la storia insegna, prima o poi esce dallo schermo.

Per questo serve dirlo senza giri di parole: chi usa i social per intimidire i giornalisti è un sicario, e chi lo tollera, lo giustifica o lo strizza l’occhio è politicamente responsabile. Non bastano più le frasi di rito, non bastano più le prese di distanza tiepide. Servono nomi, prese di posizione nette, condanne chiare.

La libertà di stampa non si difende a parole, si difende isolando chi la attacca. Anche – e soprattutto – quando quei soggetti portano voti, consenso, pacche sulle spalle virtuali. Altrimenti il messaggio è chiaro: colpite pure, tanto qualcuno vi coprirà le spalle.

E no, non è questo il prezzo “normale” del mestiere. È un abuso. Ed è ora di chiamarlo con il suo nome.

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