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20 Gennaio 2026 - 16:15
L'imprenditore torinese Mario Burlò in Senato: “Quel carcere era come un campo di concentramento”. Il racconto dei suoi 423 giorni di prigionia (immagine di repertorio)
Quattordici mesi compressi in pochi minuti, ma sufficienti a lasciare un segno profondo. Mario Burlò, imprenditore torinese, è tornato a parlare pubblicamente della sua detenzione in Venezuela durante un’audizione al Senato, trasformando un’esperienza personale estrema in una denuncia politica e umanitaria. Davanti ai senatori ha ripercorso i 423 giorni trascorsi in carcere, definendoli senza esitazioni un “sequestro”, e ha scelto di farlo non per riaprire ferite private, ma per richiamare l’attenzione su chi, secondo il suo racconto, è ancora rinchiuso e senza voce.
Burlò ha raccontato la cattura, l’inizio della prigionia e le condizioni di detenzione, parlando di un sistema che non riconosce garanzie e che colpisce in modo indiscriminato. La sua liberazione, avvenuta dopo oltre un anno, viene attribuita a una decisione delle autorità venezuelane, maturata in un contesto politico che lui stesso ha descritto come complesso e opaco. In Senato si è detto un “miracolato”, ringraziando apertamente le istituzioni italiane per l’impegno profuso nel riportarlo a casa. Ma il centro del suo intervento non è stato il ritorno alla libertà: è stato ciò che resta dietro le sbarre.
Il passaggio più duro del suo racconto riguarda il carcere del Rodeo, a Caracas, indicato come luogo di detenzione di centinaia di detenuti politici. Burlò ha parlato apertamente di torture, di violenze sistematiche e di pratiche che, a suo dire, nulla hanno a che vedere con il concetto di detenzione previsto dallo Stato di diritto. Nel corso dell’audizione alla Commissione Esteri del Senato, l’imprenditore ha usato parole che hanno gelato l’aula, evocando immagini che rimandano a una dimensione di annientamento fisico e psicologico.

Mario Burlò appena rientrato in Italia
«Ho visto ragazzi musulmani che non mangiavano durante il Ramadan e venivano intubati. Ma non era come qui. Era fatta con tubi ben più grossi che venivano infilati anche nelle parti intime», ha raccontato Burlò. «Ci rasavano i capelli a zero, come in un campo di concentramento», ha aggiunto, spiegando che la prima notte fu costretto a dormire seduto, con il volto contro il muro. Un dettaglio, tra i più semplici, è rimasto inciso nella memoria: «Un signore mi prestò il suo materasso. Un gesto d’amore nella disgrazia che non dimenticherò mai».
Nel suo racconto emerge anche l’incontro con un parlamentare venezuelano, candidato alla presidenza, conosciuto durante la prigionia. Una figura che, secondo Burlò, gli ha dato forza nei mesi più bui e che, una volta uscito dal carcere, non era più la stessa persona. «Quando sono uscito non era più sano di mente», ha riferito, sottolineando l’impatto devastante di quella detenzione sulla salute mentale dei reclusi.
Il valore politico della testimonianza sta proprio qui: Burlò non chiede compassione per sé, ma attenzione per un sistema che, a suo dire, viola in modo sistematico i diritti umani. La sua denuncia chiama in causa la comunità internazionale, la diplomazia e le istituzioni europee, sollecitando monitoraggi indipendenti e una presa di posizione chiara sulle condizioni carcerarie in Venezuela. La gratitudine per la propria liberazione si trasforma così in un senso di responsabilità: chi è uscito sente il dovere di parlare per chi è rimasto.
L’audizione al Senato segna un passaggio simbolico forte. Un cittadino italiano che racconta allo Stato ciò che accade fuori dai suoi confini, chiedendo che la politica estera e la tutela dei diritti fondamentali non restino concetti astratti. Burlò ha lasciato il carcere, ma non l’urgenza del racconto. Ora la questione si sposta dalle parole ai fatti: capire quanto di questa testimonianza potrà tradursi in iniziative concrete, pressioni diplomatiche e attenzione costante verso i detenuti politici che, secondo il suo racconto, vivono ancora in condizioni disumane al Rodeo di Caracas.
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