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19 Gennaio 2026 - 12:27
Bloccato in Iran e senza visto, uno studente di Medicina di Torino appeso alla decisione dei giudici
Il suo futuro accademico, e in parte la sua stessa sicurezza personale, dipendono ora da una sentenza amministrativa. È la vicenda di uno studente iraniano di 28 anni, iscritto al quarto anno di Medicina all’Università di Torino, che da mesi non riesce a rientrare in Italia dopo essere rimasto bloccato nel suo Paese d’origine. La possibilità di completare il percorso universitario passa dal Tar del Lazio, chiamato a pronunciarsi sul ricorso contro il diniego del visto di reingresso deciso dall’ambasciata italiana a Teheran.
Il giovane era rientrato in Iran nell’estate del 2024 per motivi di salute. Una vacanza nella sua città natale, Babol, affacciata sul Mar Caspio, si è trasformata in un lungo periodo di degenza dopo la diagnosi di una rara malattia autoimmune, che lo ha costretto a letto per mesi. Un evento che ha stravolto i suoi piani e interrotto bruscamente la carriera universitaria avviata in Italia.
Durante la convalescenza, però, la situazione si è ulteriormente complicata. Le autorità iraniane lo hanno convocato per il servizio militare obbligatorio, prolungando fino a luglio 2025 la sua permanenza nel Paese. Nel frattempo, il permesso di soggiorno per motivi di studio in Italia è scaduto. A gennaio 2025, non potendo rientrare di persona, lo studente ha incaricato un amico di recarsi in questura, munito di delega e passaporto, per chiedere il rinnovo. La risposta è arrivata sotto forma di un appuntamento fissato a luglio.
Poi, un nuovo ostacolo. A giugno è iniziata l’offensiva israeliana che ha portato alla chiusura dello spazio aereo in Iran, Iraq, Israele e Giordania a causa dei bombardamenti. Un contesto geopolitico che ha reso di fatto impossibile qualsiasi tentativo di rientro e che ha aggravato una situazione già fragile.

Il passaggio decisivo arriva a novembre, quando lo studente presenta domanda di visto di reingresso all’ambasciata italiana a Teheran. La richiesta viene respinta. Secondo i legali, il rifiuto si baserebbe su un documento «inesistente», circostanza contestata nel ricorso depositato al Tar del Lazio. Ma il punto centrale della battaglia legale va oltre l’aspetto burocratico.
Gli avvocati sottolineano infatti una condizione personale che, in Iran, può trasformarsi in una condanna gravissima. «Il ricorrente è persona omosessuale, il cui orientamento sessuale in Iran, come è noto, è fonte di gravi ripercussioni, financo la pena di morte», si legge nel ricorso. E ancora: «La situazione dell’Iran è tale da mettere in pericolo la vita dei suoi cittadini». Parole che collocano la vicenda su un piano che intreccia diritto allo studio, diritti umani e protezione internazionale.
La storia dello studente iraniano mette in luce le contraddizioni di un sistema che, di fronte a crisi sanitarie e conflitti internazionali, rischia di trasformare le procedure amministrative in barriere insormontabili. Da un lato c’è un giovane che ha costruito il proprio futuro in Italia, superando test, esami e selezioni per accedere a una delle facoltà più impegnative. Dall’altro, un Paese di origine dove il ritorno forzato non è solo una rinuncia agli studi, ma un potenziale pericolo per la vita.
Ora tutto è nelle mani dei giudici amministrativi. Una decisione che non stabilirà soltanto se potrà tornare a sedersi in aula a Torino, ma che dirà molto anche su come l’Italia intende muoversi di fronte a casi in cui burocrazia, salute e diritti fondamentali si intrecciano in modo drammatico.
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