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17 Gennaio 2026 - 15:06
Torino scopre – finalmente – il volto e il corpo di una donna nella sua toponomastica monumentale. E lo fa nel segno dell’impegno sociale, dell’accoglienza e della giustizia. È stato svelato in questi giorni, nel cuore del centro storico, il monumento dedicato a Giulia di Barolo (1786–1864), figura centrale della filantropia torinese dell’Ottocento, voluto dall’Opera Barolo in omaggio alla sua fondatrice.
La scultura è collocata sulla facciata di Palazzo Barolo, all’incrocio tra via delle Orfane e via Corte d’Appello, in un luogo tutt’altro che casuale: proprio lì dove prese forma una delle esperienze più avanzate di assistenza sociale dell’epoca. L’opera, una statua in bronzo alta circa 2 metri e 30, pesa circa 170 chili ed è installata a quattro metri da terra, quasi a vegliare sulla città e su quel pezzo di Torino che spesso resta ai margini.
A firmarla è Gabriele Garbolino Rù, artista e docente dell’Accademia Albertina di Belle Arti, che ha scelto una rappresentazione tutt’altro che celebrativa o retorica. Giulia di Barolo è raffigurata mentre tiene tra le braccia una donna carcerata, un gesto potente e simbolico che riassume tutta la sua opera: accogliere chi è caduto, restituire dignità, costruire possibilità dove c’erano solo esclusione e punizione. Non una nobildonna distante, ma una figura che si china, che protegge, che si prende carico.
Il monumento, patrocinato dalla Città di Torino e dalla stessa Accademia Albertina, ha anche un valore storico e civico preciso: è il primo monumento pubblico della città dedicato a una donna. Un dato che dice molto non solo di Giulia di Barolo, ma anche dei vuoti – lunghissimi – nella memoria urbana torinese.
Nata in Francia con il nome di Juliette Colbert di Maulévrier, Giulia di Barolo arrivò a Torino dopo il matrimonio con Carlo Tancredi Falletti di Barolo, con il quale condivise un progetto di vita e di impegno sociale che lasciò un segno profondo. Insieme fondarono quello che oggi è conosciuto come Distretto Sociale Barolo, considerato il primo luogo di accoglienza per donne in difficoltà, in particolare donne uscite dal carcere, ma anche un centro di servizi educativi e assistenziali innovativi per l’epoca. Un’esperienza che, con forme diverse, è ancora oggi viva e attiva.
Non a caso, in occasione dell’inaugurazione del monumento, per tutto il fine settimana Palazzo Barolo e il Distretto Sociale Barolo sono stati aperti al pubblico, con visite guidate, incontri, iniziative culturali e momenti di approfondimento. Un modo per non fermarsi alla statua, ma per raccontare una storia più ampia, fatta di scelte concrete, di riforme sociali, di attenzione ai più fragili.
Il progetto artistico ha richiesto circa due anni di lavoro e si inserisce in un percorso più ampio di valorizzazione della figura di Giulia di Barolo, per la quale – insieme al marito – è in corso anche un processo di beatificazione: entrambi sono stati riconosciuti come venerabili dalla Chiesa cattolica.
Ma al di là degli aspetti religiosi o istituzionali, ciò che resta è un’immagine forte e attuale: una donna che abbraccia un’altra donna esclusa, in una città che per secoli ha riempito piazze e strade di statue maschili, militari, sovrani, condottieri. Torino, almeno questa volta, sceglie di ricordare chi ha costruito comunità invece di esercitare potere.
Insomma, non solo un monumento, ma un segnale. Tardivo, certo. Ma necessario.
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