Cerca

Attualità

Ave Piastra che sei in Municipio, e ci regali l’olio

Tra storytelling social, Emporio solidale e quasi 800 mila euro di fondi pubblici: quando il welfare diventa gestione politica del bisogno e costruzione del consenso

Ave Piastra che sei in Municipio, e ci regali l’olio

Ave Piastra che sei in Municipio, e ci regali l’olio

Dopo la notizia pubblicata ieri sull’olio “regalato” all’Emporio solidale e sulla foto puntualmente comparsa sul profilo social del Comune, ci aspettavamo – siamo onesti – una levata di scudi. Un dibattito, una reazione, almeno una domanda. E invece niente. Silenzio. Tutto liscio. Come se fosse normale, ovvio, indiscutibile. Siamo di nuovo al rimbambimento collettivo, a quella zona grigia in cui lo storytelling politico viene scambiato per buona amministrazione e l’uso disinvolto dell’immagine istituzionale passa senza colpo ferire. Nessuno che si chieda ruoli, confini, competenze. Nessuno che si domandi se davvero sia questo il modo di raccontare il welfare. Tutti a guardare la foto. E a scorrere oltre. E allora? Allora ritorniamo sull'argomento. Questa volta senza lasciare nulla al caso e andando diritti al nocciolo delle incongruenze...

****

Oggi la foto con 100 litri di olio, domani quella con 50 latte di pomodori, poi il latte, la pasta, il riso. Una sequenza ordinata, prevedibile, quasi liturgica. Un nuovo capitolo della saga social della sindaca Elena Piastra, che si aggiunge senza sforzo alla collezione delle immancabili “visite ai cantieri del Pnrr”. Là con l’elmetto e la posa da amministratrice competente, qui con l’aria da volontaria della Caritas, lo sguardo leggermente rivolto verso l’alto, tra Dio e la Madonna. Ave Piastra che sei in Municipio, prega per noi.

Non è beneficenza, è storytelling. Una narrazione studiata, ripetuta, martellata. E soprattutto personalizzata. Perché l’Emporio solidale viene raccontato attraverso il volto della sindaca, come se fosse una sua creatura diretta, una sua emanazione naturale. Peccato che non sia così.

L’Emporio solidale di Settimo è formalmente una emanazione della Fondazione Comunità Solidale, un ente che sulle carte dovrebbe essere autonomo, con una propria governance, una propria presidente, una propria responsabilità politica e gestionale. Il Comune, almeno sulla carta, è soltanto un socio. Ma nella realtà comunicativa questa distinzione scompare del tutto. La Fondazione non esiste, la presidente non pervenuta. Esiste solo Elena Piastra, che va a prendere l’olio, che ringrazia le aziende, che parla di welfare cittadino. Chi governa davvero la Fondazione? Chi decide? Chi rappresenta chi? Domande che restano sospese, mentre le foto scorrono.

E qui sta il nodo vero. L’Emporio non è una cosa “buona” in sé. Non è una scelta tecnica, né un semplice progetto di sostegno alle famiglie in difficoltà. È una scelta politica, che costruisce un rapporto diretto tra potere e bisogno. Un rapporto che passa attraverso bandi, elenchi, tessere, punti, selezioni. Centocinquanta nuclei familiari beneficiari, individuati tramite bando pubblico. Un numero che viene sempre ripetuto, sottolineato, esibito. Non per trasparenza, ma per controllo simbolico.

In questo schema la povertà non è una condizione da rimuovere, ma una leva da gestire. L’aiuto non è un diritto universale, ma una concessione amministrata. E chi concede, governa. È qui che l’Emporio diventa uno strumento perfetto di costruzione del consenso, una macchina che trasforma il bisogno in riconoscenza e la riconoscenza in legame politico.

Si dirà: non c’è nulla di illegale. Vero. Ma questo non lo rende meno grave. Perché questo è voto di scambio politico-sociale, non nel senso penale stretto, ma nel senso sostanziale e culturale. Non c’è la mazzetta, ma il pacco alimentare. Non c’è l’ordine esplicito, ma la dipendenza. Non c’è la minaccia, ma la gratitudine indotta. È una forma moderna, presentabile, socialmente accettabile di scambio tra potere e fragilità.

 

Il comunicato ufficiale è la prova plastica di tutto questo. Si racconta della donazione di oltre cento litri di olio biologico da parte di Pilkington Italia – NSG Group, prodotto a San Salvo, in Abruzzo. Si spiega il funzionamento dell’Emporio, le tessere a punti, il recupero dell’invenduto, persino il cibo non consumato nelle mense scolastiche. E poi arriva lei, la sindaca Elena Piastra, che ringrazia e rivendica: “Questo progetto sta diventando un elemento portante del sistema del welfare cittadino”. Welfare cittadino. Non comunitario, non autonomo. Cittadino, quindi politico.

A questo punto la domanda non è più se l’Emporio solidale funzioni o meno. La domanda è un’altra, molto più scomoda: la sindaca Elena Piastra capisce davvero tutto questo, oppure no? Capisce che trasformare il bisogno in racconto politico significa spostare il welfare dal terreno dei diritti a quello della concessione? Capisce che personalizzare un progetto che dovrebbe essere autonomo equivale a svuotarlo di ogni credibilità istituzionale? Capisce che mettere la propria immagine accanto a elenchi di beneficiari, numeri, pacchi alimentari e tessere a punti non è inclusione, ma esercizio di potere?

Perché se non lo capisce, allora il problema è politico e culturale, ed è enorme. Significa non distinguere più tra ruolo istituzionale e propaganda, tra solidarietà e consenso, tra amministrare e governare le fragilità. Ma se invece lo capisce benissimo, allora il quadro è ancora più chiaro. E molto più inquietante.

In entrambi i casi, una cosa è certa: qui non c’entra la carità. Qui c’entra il potere.

Altro che beneficenza: l’Emporio solidale e la Fondazione, 800 mila euro pubblici e un Comune che governa, finanzia e controlla

Dietro l’immagine rassicurante dell’Emporio solidale di Settimo Torinese – scaffali ordinati, spesa “dignitosa”, parole come inclusione e comunità – c’è una macchina economica ben più strutturata. I numeri non sono un’opinione, sono scritti nero su bianco nei bilanci ufficiali della Fondazione Comunità Solidale ETS, l’ente che gestisce l’Emporio e una fetta rilevantissima delle politiche sociali cittadine per conto dell’amministrazione comunale.

Nel solo 2024, il Comune di Settimo Torinese ha versato alla Fondazione 797.374,41 euro. Sì, quasi ottocentomila euro. Non contributi simbolici, non spiccioli, ma un flusso continuo e costante di risorse pubbliche, suddivise in tranche mensili, determine dirigenziali, trasferimenti diretti e progetti dedicati.

La voce principale di questo fiume di denaro è il progetto SAI – Sistema di Accoglienza e Integrazione, ex SPRAR/SIPROIMI, che da solo vale 667.939,15 euro nel 2024. Sei tranche da 100 mila euro ciascuna, più un saldo finale. Una cifra che da sola spiega il peso reale di questo progetto all’interno del bilancio della Fondazione.

Ma cos’è, esattamente, il progetto SAI? Di certo non è beneficenza e nemmeno volontariato. Il SAI è un programma nazionale dello Stato, gestito dal Ministero dell’Interno, che rientra a pieno titolo nelle politiche pubbliche sull’immigrazione. I Comuni che aderiscono – come Settimo Torinese – presentano un progetto, ottengono fondi statali e restano i titolari politici e amministrativi dell’intervento. La gestione quotidiana viene poi affidata a enti del Terzo settore, che operano su mandato e con risorse pubbliche.

Il SAI non prevede solo vitto e alloggio. Comprende un pacchetto articolato di servizi obbligatori: accoglienza in appartamenti sul territorio, fornitura di beni di prima necessità, corsi di lingua italiana, mediazione culturale, supporto legale, iscrizione al Servizio sanitario nazionale, accompagnamento al lavoro, tirocini, sostegno psicologico e percorsi di autonomia. Ogni beneficiario ha un costo giornaliero stabilito a livello ministeriale, rendicontato in modo puntuale. In altre parole: è spesa pubblica regolata, non assistenza spontanea.

A Settimo Torinese il Comune è il soggetto titolare del progetto SAI, mentre la gestione operativa è affidata alla Fondazione Comunità Solidale, in partenariato con altre realtà. Nel 2024 il progetto ha riguardato circa 50 beneficiari, diventando di fatto l’asse portante dell’attività economica della Fondazione.

Accanto al SAI si sommano altri finanziamenti comunali: 32 mila euro per il “Progetto Fondazione 2024”, 6 mila europer lo Spazio Giovani, 13.100 euro per progetti precedenti ancora in rendicontazione, oltre a 27.656 euro di 5 per mille che il Comune incassa dai cittadini e poi gira alla Fondazione.

Il quadro è chiaro e difficilmente contestabile: il Comune siede negli organi decisionali della Fondazione, ne esprime la presidente ed è il principale finanziatore. 

E l’Emporio solidale? È una parte del sistema, non il centro. Nei bilanci non esiste una voce autonoma che dica “costo dell’Emporio”, perché l’Emporio è inglobato in una struttura molto più ampia, che nel 2024 ha sostenuto costi complessivi per 790.307 euro. Di questi, 291.064 euro sono andati in personale retribuito. Altro che volontariato puro: la Fondazione ha dipendenti, TFR accantonato, contratti stabili. Funziona come un ente strutturato, non come una realtà spontanea nata dal basso.

I fondi privati? Marginali. Circa 76 mila euro tra donazioni, contributi di fondazioni bancarie e 5 per mille statale. Meno del 10% delle entrate complessive. Il resto arriva da enti pubblici, e in larga parte dal Comune di Settimo Torinese.

Tutto legittimo, sia chiaro. Tutto rendicontato. Tutto scritto nei bilanci. Ma allora diciamolo senza ipocrisie: l’Emporio solidale non è beneficenza, è politica sociale esternalizzata. È un servizio pubblico gestito da una fondazione partecipata, finanziata quasi interamente con soldi pubblici, e inserita a pieno titolo nell’architettura amministrativa della città.

Insomma, quando si parla di Emporio solidale, sarebbe più corretto smettere di evocare la carità e iniziare a parlare di scelte politiche, priorità di spesa, governance e controllo democratico. Perché qui non siamo davanti a una colletta tra cittadini, ma a quasi 800 mila euro l’anno di denaro pubblico.

Qui i bilanci di FONDAZIONE CLICCA

Commenti scrivi/Scopri i commenti

Condividi le tue opinioni su Giornale La Voce

Caratteri rimanenti: 400

Resta aggiornato, iscriviti alla nostra newsletter

Edicola digitale

Logo Federazione Italiana Liberi Editori