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16 Gennaio 2026 - 10:06
Genitori fuori dal campo, così si salva il calcio dei ragazzi: la lezione dura di Di Natale
Il calcio italiano non è malato solo nei risultati della Nazionale o nei bilanci dei club. La sua crisi più profonda parte molto prima, nei campi polverosi delle scuole calcio, dove il divertimento dovrebbe essere la prima regola e invece spesso viene soffocato da ansia, aspettative e protagonismi adulti. Antonio Di Natale, uno che il calcio lo ha conosciuto partendo dal basso e arrivando in alto senza scorciatoie, ha avuto il coraggio di dirlo ad alta voce, con parole che fanno rumore più di tante analisi tecniche.
Ospite a SportitaliaMercato, l’ex attaccante ha messo a nudo un sistema che ha perso il senso delle proporzioni. «I genitori non li faccio entrare, devono stare fuori dal campo. Noi andiamo a prendere i ragazzi con i pulmini, fanno allenamento e poi li riportiamo a casa. La domenica alla partita vengono a vedere i figli, ma in settimana devono stare da soli, altrimenti quando crescono questi ragazzi». È una presa di posizione netta, che tocca uno dei nervi più scoperti del calcio giovanile: il ruolo invasivo delle famiglie.
Di Natale non parla per teoria, ma per esperienza personale. «Mio figlio ha 23 anni e l’ho visto giocare solo due volte, non sono mai andato a vedere mio figlio anche perché il suo cognome è Di Natale». Una frase che pesa, perché racconta una scelta educativa precisa: proteggere i ragazzi dalla pressione, anche quando il cognome potrebbe aprire porte invece di chiuderle. Non c’è distacco, c’è fiducia nel percorso individuale.

Il punto centrale è proprio questo: oggi i giovani calciatori crescono sotto osservazione continua, giudicati a ogni tocco di palla, trasformati troppo presto in progetti, investimenti, occasioni. «Oggi un ragazzo di 14/15 anni ha il procuratore, pensa come siamo messi. Lasciateli giocare. Io vent’anni fa non avevo il procuratore». È una fotografia impietosa ma realistica di un sistema che ha anticipato tutto: contratti, pressioni, illusioni. Tranne una cosa fondamentale: la maturazione.
Di Natale ricorda anche il proprio percorso, lontano da ogni comfort. «Io sono partito da solo a Empoli, senza i miei genitori, quando avevo 13 anni. Mamma e papà non sono mai venuti a vedere una partita. Solo una volta, a Roma, venne mio padre. E basta». Non nostalgia, ma un messaggio chiaro: crescere significa anche cavarsela da soli, imparare a gestire sconfitte, panchine, errori, senza avere sempre qualcuno pronto a protestare al posto tuo.
Il calcio giovanile italiano, invece, è sempre più spesso un ambiente tossico. Urla dalla tribuna, offese agli arbitri, pressioni sugli allenatori, episodi di razzismo che partono dagli spalti e arrivano fino ai bambini in campo. I fatti di cronaca lo confermano: genitori che insultano, minacciano, trasformano una partita Under 12 in una guerra personale. In questo contesto, parlare di crescita serena diventa quasi un’utopia.
L’idea di tenere lontani i genitori dagli allenamenti, come suggerisce Di Natale, non è una punizione ma una forma di tutela. Serve a restituire ai ragazzi uno spazio protetto, dove sbagliare non sia una colpa e dove il calcio torni a essere prima di tutto gioco. È anche un modo per responsabilizzare i giovani, renderli più autonomi, meno dipendenti dallo sguardo e dal giudizio costante degli adulti.
Il problema, però, non riguarda solo le famiglie. È un sistema che spinge tutti a correre troppo: società che promettono carriere, procuratori sempre più precoci, social network che amplificano aspettative irreali. Così il calcio italiano perde pezzi: ragazzi che smettono, talenti che si bruciano, giovani che arrivano al professionismo già svuotati. E quando poi si chiede perché manchino i campioni, la risposta è spesso sotto gli occhi di tutti, ma nessuno vuole guardarla.
Di Natale chiude il cerchio ricordando il senso profondo di questo mestiere. «Ed è giusto così, ognuno deve fare il suo percorso. Perché facciamo il mestiere più bello del mondo». Una frase semplice, che però contiene una verità dimenticata: il calcio non è una fabbrica di risultati immediati, ma un percorso umano, prima ancora che sportivo.
Se il calcio italiano vuole davvero tornare in salute, deve ripartire da qui. Meno ansia, meno adulti protagonisti, meno scorciatoie. Più tempo, più gioco, più libertà. Lasciare i ragazzi sbagliare, crescere, divertirsi. Perché senza questo, non si perdono solo le partite. Si perde il futuro.
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