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16 Gennaio 2026 - 06:28
Danil Shevchenko / Save the Children
A Kyiv il freddo non è un dato meteo, è un nemico che cammina insieme alla guerra. Non fa rumore come i missili, non lascia crateri visibili, ma entra ovunque: nelle ossa, nei polmoni, nei pensieri. Arriva di notte, quando la corrente salta all’improvviso e la città si spegne come una candela soffiata via. In quei momenti il buio è totale, denso, interrotto solo dal rumore lontano dei generatori e dalle sirene che ricordano a tutti che qui non si tratta solo di inverno.
Fuori il termometro scende fino a meno venti gradi. Di giorno resta sotto i meno dodici. Nevica quasi ogni giorno, una neve sottile che copre strade, macerie, finestre sfondate. Dentro le case non va molto meglio. I termosifoni sono freddi, i tubi gelano, l’acqua calda è un lusso che arriva a intermittenza. Le famiglie si rintanano in una sola stanza, accendono candele, indossano giacche e cappelli anche per dormire. I bambini si addormentano vestiti, con le mani arrossate dal gelo e il fiato che fa fumo anche in cucina.
Quando manca la corrente non manca solo la luce. Manca il calore, manca l’acqua, manca la possibilità di cucinare, di lavarsi, di sentirsi al sicuro. Manca la scuola. I bambini provano a fare i compiti con i guanti, seduti vicino a una finestra per sfruttare quel poco di luce naturale che filtra dal cielo grigio. Ma spesso non possono nemmeno provarci. I telefoni sono scarichi, i computer spenti, la connessione internet un ricordo lontano. Le lezioni online, che per molti erano diventate l’unico modo per continuare a studiare, saltano insieme alla corrente.
Non è solo Kyiv. In tutta l’Ucraina, quest’anno, molte scuole sono state chiuse a causa delle temperature gelide e dell’aumento vertiginoso degli attacchi alle infrastrutture energetiche. Save the Children lo dice chiaramente: il numero di attacchi è quasi raddoppiato e le interruzioni di corrente sono diventate così diffuse da costringere le autorità a dichiarare lo stato di emergenza. Nell’ultimo trimestre del 2025 si sono registrati 511 attacchi contro centrali, reti e impianti, contro i 294 dei mesi precedenti. E il 2026 è iniziato nello stesso modo: solo nei primi dieci giorni di gennaio, 36 nuovi attacchi hanno colpito l’energia. Qui nulla è casuale. Colpire l’elettricità significa colpire la vita.

Danil Shevchenko / Save the Children

Le vacanze di Natale sono finite, ma per migliaia di bambini la scuola non è mai ricominciata. I cancelli restano chiusi, le aule gelide, i termosifoni spenti. Il ritorno in classe è stato rinviato di settimane, aggravando quasi quattro anni di istruzione persa tra pandemia e guerra. Quattro anni che pesano come macigni sulle spalle di una generazione cresciuta tra rifugi antiaerei e blackout. A Kyiv la neve cade silenziosa sui cortili delle scuole vuote, mentre dentro le case i genitori cercano di spiegare ai figli perché oggi non si va in classe. Ancora.
Qui il freddo è diventato un’arma di guerra. Un’arma silenziosa, ma efficace. Lo dice senza mezzi termini Sonia Khush, direttrice di Save the Children in Ucraina: il drastico calo delle temperature e l’intensificarsi del conflitto stanno compromettendo l’accesso all’istruzione, costringendo migliaia di bambini ad abbandonare le aule scolastiche. Il nuovo anno ha lasciato famiglie e minori in un limbo, con scuole che non riescono a riaprire per oltre due settimane a causa del collasso dei sistemi di riscaldamento.
Ampie zone di Kyiv restano senza elettricità per ore, a volte fino a dodici ore al giorno. Centinaia di edifici residenziali sono rimasti senza riscaldamento per giorni interi. Gli impianti centralizzati funzionano a metà, quando funzionano. In alcune aree si fermano del tutto. Le persone non possono lavarsi con acqua calda, non possono cucinare, non possono scaldarsi. E i bambini pagano il prezzo più alto. Si ammalano più facilmente, soffrono di problemi respiratori, vivono in uno stato di ansia costante. Il buio, qui, non fa solo paura: stanca, consuma, toglie speranza.
Eppure, in mezzo a tutto questo, c’è chi prova a resistere. Save the Children lavora in Ucraina dal 2014 e ha intensificato la sua presenza dopo l’escalation del febbraio 2022. Circa 200 operatori sono sul campo a Kyiv, Kharkiv, Sumy, Mykolaiv e Dnipro. Con oltre 25 partner locali, l’organizzazione ha già supportato più di 4,2 milioni di persone, tra cui 1,6 milioni di bambini. L’istruzione resta una priorità: lezioni di recupero, aule improvvisate nei rifugi antiaerei, scuole e asili riparati alla meglio, centri di apprendimento digitale per permettere ai bambini di continuare a studiare e giocare, anche quando fuori cadono le bombe.
Qui, dal fronte, si capisce una cosa con chiarezza brutale: questa guerra non colpisce solo soldati e obiettivi militari. Colpisce i quaderni rimasti vuoti, le cartelle appese a un attaccapanni, le sveglie che non suonano più la mattina perché non c’è scuola. Colpisce l’infanzia. E mentre il quarto anno di conflitto volge al termine, ai bambini ucraini viene sistematicamente negato il diritto più semplice e più fondamentale: andare a scuola, stare al caldo, essere bambini.
A Kyiv la corrente a volte torna, per qualche ora. Le luci si accendono, i termosifoni si scaldano appena, quanto basta per illudere. Poi tutto si spegne di nuovo. E in quel buio, tra la neve che cade e il silenzio spezzato dalle sirene, ci sono bambini che aspettano solo una cosa: che qualcuno, da qualche parte, decida che il freddo non può più essere usato come arma di guerra. Insomma, qui non si combatte solo con i missili. Qui si combatte anche spegnendo la luce.
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