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14 Gennaio 2026 - 11:01
L’Italia avvelenata sotto i piedi, oltre 16mila siti contaminati ancora da bonificare e quasi metà dei Comuni coinvolti
C’è un’Italia che non si vede, nascosta sotto capannoni dismessi, aree industriali abbandonate, terreni agricoli compromessi e periferie segnate da decenni di attività senza regole. È l’Italia delle bonifiche ambientali, una rete silenziosa di procedimenti amministrativi, accertamenti tecnici e cantieri che raccontano meglio di qualsiasi slogan il peso lasciato in eredità dallo sviluppo industriale del Novecento. A fare il punto è il IV Rapporto sulle bonifiche dei siti regionali pubblicato dall’Ispra, che restituisce una fotografia ampia e, per certi versi, inquietante.
Al 1° gennaio 2024, in Italia risultano 16.365 procedimenti di bonifica ancora in corso, a fronte di 22.191 già conclusi. Numeri che parlano di un lavoro imponente, ma anche di una criticità strutturale che riguarda quasi metà del territorio comunale. Il dato più eloquente è forse proprio questo: il 46% dei Comuni italiani, pari a 3.619 amministrazioni, ha almeno un procedimento di bonifica attivo. Significa che quasi un Comune su due convive con un’area potenzialmente contaminata, con ricadute che non sono solo ambientali, ma anche urbanistiche, sanitarie ed economiche.
La distribuzione geografica dei procedimenti evidenzia alcune concentrazioni storiche. La Lombardia guida la classifica con il 28% delle bonifiche in fase di intervento, seguita dal Piemonte con il 12% e dalla Toscana con l’11%. Non si tratta di una sorpresa: sono regioni che hanno conosciuto una forte industrializzazione, spesso accompagnata da pratiche oggi considerate inaccettabili, quando la gestione dei rifiuti e delle sostanze pericolose era marginale rispetto alla crescita produttiva.
Il rapporto Ispra, costruito sui dati raccolti dal Sistema nazionale per la protezione ambientale, dalle Regioni e dalle Province autonome attraverso la banca dati Mosaico, chiarisce però un punto cruciale, spesso travisato nel dibattito pubblico. L’avvio di un procedimento di bonifica non equivale automaticamente alla necessità di intervenire. Prima di arrivare ai lavori veri e propri, sono previsti accertamenti, analisi di rischio e verifiche tecniche. Ed è proprio qui che emerge un dato controintuitivo: nel 70% dei casi i procedimenti si sono conclusi senza bisogno di interventi di bonifica o di messa in sicurezza.
Questo non significa che il problema sia sovrastimato, ma che il sistema di controllo funziona come filtro, evitando interventi inutili laddove i livelli di contaminazione non superano le soglie di rischio. Allo stesso tempo, però, resta una quota significativa di siti dove l’intervento è stato inevitabile. Secondo Ispra, solo nel 30% dei casi l’esecuzione di una bonifica si è resa necessaria, ma parliamo comunque di migliaia di aree.
Nel dettaglio, in Italia sono 3.243 i procedimenti attualmente in fase di intervento di bonifica. Di questi, 2.601 hanno i lavori in corso, mentre 642 risultano conclusi dal punto di vista operativo ma non ancora certificati, un passaggio tutt’altro che secondario, perché la certificazione sancisce ufficialmente la restituzione del sito a condizioni di sicurezza.
Accanto a questo quadro generale, c’è poi il capitolo più delicato: quello dei siti orfani. Sono 484 in tutta Italia le aree censite come tali, ovvero luoghi contaminati per i quali nessun soggetto responsabile ha provveduto agli adempimenti previsti dalla normativa. Si tratta spesso di siti “storici”, dove le aziende non esistono più o dove è impossibile individuare un responsabile giuridico. In questi casi, il peso dell’intervento ricade interamente sulla pubblica amministrazione.
Di questi 484 siti, 225 sono stati finanziati e 55 hanno già un procedimento concluso al 1° gennaio 2024. Un’accelerazione resa possibile soprattutto dai fondi del Piano nazionale di ripresa e resilienza, che hanno permesso allo Stato di intervenire laddove per anni era mancata la copertura economica. Ma anche qui il percorso è complesso, fatto di progettazioni, gare, ricorsi e tempi lunghi, che spesso si scontrano con le aspettative delle comunità locali.

Ogni anno, intanto, il sistema continua ad alimentarsi. In media vengono avviati circa 1.190 nuovi procedimenti di bonifica sul territorio nazionale. Un flusso costante che dimostra come il problema non appartenga solo al passato, ma continui a emergere attraverso nuove scoperte, controlli più stringenti e cambiamenti normativi. Vecchie discariche, serbatoi interrati, aree industriali dismesse tornano alla luce, imponendo nuove verifiche e nuovi iter amministrativi.
Il rapporto Ispra mette così in evidenza una contraddizione di fondo. Da un lato, il sistema delle bonifiche è più strutturato e trasparente rispetto al passato, con banche dati aggiornate e un monitoraggio costante. Dall’altro, il numero elevato di procedimenti aperti racconta di un Paese che sta ancora facendo i conti con scelte industriali e urbanistiche compiute decenni fa, quando l’ambiente era considerato una variabile secondaria.
Le bonifiche non sono solo un tema tecnico. Sono una questione di fiducia nei territori, di valorizzazione delle aree dismesse, di sicurezza sanitaria. Un sito contaminato blocca lo sviluppo, frena investimenti, alimenta paura e conflitti sociali. Al contrario, una bonifica conclusa e certificata può restituire spazi alle comunità, aprire nuove prospettive urbanistiche, sanare ferite ambientali che sembravano permanenti.
Eppure, il percorso resta accidentato. Le differenze regionali, la complessità delle procedure, la scarsità di risorse umane negli enti locali e i contenziosi legali rallentano spesso l’iter. Il Pnrr ha rappresentato una svolta, ma non potrà essere l’unica risposta. La vera sfida sarà garantire continuità agli interventi anche oltre l’orizzonte dei fondi straordinari, evitando che le bonifiche tornino a essere un capitolo marginale delle politiche pubbliche.
Il IV Rapporto Ispra, in definitiva, non è solo una fotografia statistica. È il racconto di un Paese che prova a rimediare, con strumenti imperfetti ma sempre più consapevoli, a un’eredità ambientale pesante. Un lavoro lento, spesso invisibile, che non fa rumore come un’emergenza, ma che incide in profondità sulla qualità della vita e sul futuro dei territori. E che, numeri alla mano, è tutt’altro che concluso.
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