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Il Covid è finito, l’incapacità no: il Piemonte ha ancora metà delle terapie intensive promesse

Cinque anni dopo la pandemia la Regione arranca: posti letto mai realizzati, reparti chiusi mentre si inaugurano “novità” e un Pnrr che rischia di scadere come lo yogurt. La sanità resta un disastro strutturale

Il Covid è finito, l’incapacità no: il Piemonte ha ancora metà delle terapie intensive promesse

Federico Riboldi e Daniele Valle

Cinque anni dopo l’inizio della pandemia, mentre il Covid è finito negli archivi, nei discorsi celebrativi e nelle frasi fatte delle istituzioni, in Piemonte restano ancora aperti i cantieri delle promesse. Quelle sulla terapia intensiva e subintensiva, per capirci. Quelle che dovevano salvare vite, evitare il collasso, “non farci trovare impreparati”. Quelle che oggi nessuno ama più ricordare.

Era il 2020, l’anno maledetto. Bare, sirene, ospedali saturi, medici allo stremo. Il governo di Giuseppe Conte, con Domenico Arcuri nominato commissario straordinario per l’emergenza Covid, lancia un piano straordinario nazionale: più posti letto, subito. Non domani, non “compatibilmente con le procedure”. Subito. Entro l’autunno. Al Piemonte tocca il suo bel carico: 299 posti di terapia intensiva e 305 di subintensiva, con tanto di possibilità di poteri commissariali, perché l’emergenza – si diceva allora – non ammette lentezze, rinvii, scuse. Un’operazione straordinaria, finanziata con il DL Rilancio, che doveva rafforzare terapie intensive e semintensive ed essere completata entro il 2022. Doveva.

Cinque anni dopo la storia smette di essere drammatica e assume contorni decisamente grotteschi.

A rimettere in fila i numeri è Daniele Valle, vicepresidente Pd della Quarta Commissione Sanità del Consiglio regionale, durante la discussione sul bilancio della sanità. Discussione che già di per sé dice molto, visto che avviene senza i dati nazionali sul riparto del Fondo sanitario e senza quelli sulla mobilità sanitaria. Praticamente una riunione al buio, ma con molta fiducia e pochissime certezze.

I numeri, però, parlano chiaro. E fanno male.

covid

«A dicembre 2024 – ricorda Valle – l’assessore alla Sanità Federico Riboldi rispondeva a una mia interrogazione certificando che il Piemonte aveva realizzato solo 139 posti di terapia intensiva su 299 e 175 su 305 di subintensiva». Traduzione brutale: meno della metà

Poi arriva il colpo di scena, se così lo vogliamo chiamare. Dicembre 2025. Nuovi dati, sempre forniti dall’assessore. «Siamo a 193 posti di terapia intensiva su 293 e 232 di subintensiva su 305». Applausi? Neanche per idea. I numeri restano clamorosamente sotto gli obiettivi fissati nel 2020. Altro che piano straordinario: qui siamo alla straordinaria lentezza, certificata nero su bianco.

E non è finita. Perché mentre si inaugurano i “nuovi” posti, alcuni ospedali chiudono contemporaneamente i vecchi reparti di terapia intensiva e subintensiva. Un dettaglio tutt’altro che secondario. Significa che non tutti i posti nuovi sono davvero in più. In certi casi si smonta da una parte per montare dall’altra. Un gioco di prestigio degno di un illusionista, non di un sistema sanitario regionale che dovrebbe aver imparato qualcosa dalla pandemia.

Più nel dettaglio e per fare qualche esempio concreto, nel caso dell’Asl To4, sulla carta, i numeri erano importanti: 4,2 milioni di euro per aumentare i posti letto di terapia intensiva da 19 a 32. Dieci in più a Chivasso, due a Ciriè, uno a Ivrea. A questi si sarebbero dovuti aggiungere 18 letti di semintensiva, sei per ciascun ospedale, metà riconvertibili in intensiva in caso di necessità.

Quel che è successo è tutto un altro film. A Ciriè sono stati ricavati quattro letti di semintensiva ma dei posti in intensiva non c’è traccia. A Ivrea, nel giugno 2023, con un investimento di due milioni di euro – di cui 1,1 milioni dal Piano Arcuri – sono stati attivati due posti di semintensiva e un solo letto in più di intensiva, portando il totale a otto. A Chivasso, invece, ci si è fermati a tre letti di semintensiva, lontanissimi dai dieci di terapia intensiva che avrebbero dovuto vedere la luce.

Altro che piano straordinario, chiamiamolo “pian dij babi”, o piano da osteria: tante promesse, pochi tavoli apparecchiati, ancora meno risultati concreti.

E i soldi? Anche qui il racconto si fa nebuloso. A Ciriè erano stati stanziati 2,5 milioni di euro per l’adeguamento degli impianti tecnologici, antincendio e di sicurezza. A Ivrea altri 1,5 milioni per il rifacimento dei montanti elettrici. A Chivasso la cifra record: 5 milioni e 928 mila euro per la ristrutturazione del vecchio ospedale, con un cronoprogramma che sulla carta avrebbe dovuto chiudersi entro il 2025. Sulla carta.

La realtà è che i posti letto mancanti sono più di quelli nuovi, i cantieri aperti superano quelli conclusi e le promesse si sono trasformate nell’ennesimo paradosso della sanità piemontese: grandi numeri sbandierati, piccoli risultati raggiunti.

Cinque anni. Cinque. Non cinque mesi, non cinque settimane. Cinque anni dopo la più grande emergenza sanitaria dal Dopoguerra, la Regione Piemonte è ancora lì a contare i posti mancanti, a spiegare perché “non sono proprio tutti in più”, a rinviare, a promettere.

E allora la domanda all'assessore regionale Federico Riboldi non è polemica. È semplicemente inevitabile: se domani succede di nuovo, s'intende la pandemia, siamo messi meglio del 2020 o siamo solo diventati più bravi a raccontarcela e a fare reel sui social?
Perché i virus passano. Le promesse mancate, invece, restano.

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