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11 Gennaio 2026 - 19:15
Gloria Rosboch e il luogo dove venne recuperato il cadavere, in fondo ad un pozzo. In foto anche Gabriele Defilippi durante una delle sue tante "trasformazioni"
Il 13 gennaio 2016 Gloria Rosboch uscì di casa a Castellamonte dicendo ai genitori che doveva andare a scuola per una riunione. Era una frase normale, una di quelle che non lasciano traccia. Dieci anni dopo, il 13 gennaio 2026, quella frase resta una ferita aperta nella memoria del Canavese e dell’Italia intera.
Perché da quel pomeriggio non è più tornata, e da allora nulla è tornato davvero come prima.
Gloria Rosboch aveva 49 anni. Insegnava francese e sostegno alla scuola media Cresto di Castellamonte. Viveva con i genitori, Ettore e Marisa, in una casa ordinata, silenziosa, abitata da abitudini semplici e da un legame familiare stretto, quasi esclusivo. Era una donna riservata, poco incline a esporsi, profondamente legata al proprio lavoro e alla propria idea di correttezza. Una vita che molti definirebbero ordinaria, e che invece si è rivelata fragile proprio dove nessuno aveva mai guardato davvero.
Quel 13 gennaio Gloria esce una prima volta da scuola, rientra a casa, pranza con i genitori. Poi richiama, dice che farà tardi, che deve parlare con una collega. Alle 14.45 esce di nuovo. Alle 14.50 una telecamera la riprende davanti all’ufficio postale di Castellamonte. Cinque minuti dopo viene vista in via Nigra. Poi il vuoto. Il cellulare è rimasto a casa, spento. Anche i documenti. Una scelta che oggi pesa come un dettaglio decisivo: Gloria non stava scappando, stava andando a fidarsi.
Per settimane il Canavese vive sospeso. Le ricerche lungo i canali, nei boschi, nei corsi d’acqua. I droni, i vigili del fuoco, i carabinieri. Le immagini di “Chi l’ha visto?”, le interviste ai vicini, il paese sotto i riflettori. Castellamonte diventa improvvisamente un nome nazionale, associato a una scomparsa che non ha nulla di romantico e tutto di inquietante. In casa Rosboch il tempo si ferma. Marisa Mores ripete davanti alle telecamere che sua figlia non se ne sarebbe mai andata così. Che non avrebbe lasciato i genitori senza una parola. Che Gloria non avrebbe mai fatto un gesto estremo.
La Procura di Ivrea, guidata all'epoca da Giuseppe Ferrando, apre presto un fascicolo per omicidio contro ignoti. Perché c’è un elemento che non torna fin dall’inizio: i 187 mila euro. Sono i risparmi di una vita, in parte dei genitori, prelevati da Gloria mesi prima. Soldi consegnati a un ex studente, Gabriele Defilippi, all'epoca 22enne, con la promessa di un futuro insieme e di un investimento in Costa Azzurra. Un progetto che non esiste. Un lavoro che non si concretizza. Un amore che, semplicemente, non c’è.
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Gloria Rosboch e Gabriele Defilippi
Gabriele Defilippi è giovane, affascinante, capace di muoversi con disinvoltura tra le persone. Sul web moltiplica le identità, i profili, le versioni di sé. Si presenta come consulente finanziario, broker, studente, artista. È abile nel leggere le fragilità altrui e nel farle diventare una leva. Con Gloria costruisce un rapporto asimmetrico, fondato sull’illusione di un sentimento e sulla promessa di una vita diversa. Lei crede. Lui incassa.
Quando Gloria capisce che qualcosa non va, quando prova a cercarlo e non lo trova più, quando decide di denunciare la truffa, il castello rischia di crollare. Ed è lì che la storia cambia natura. Non è più una truffa sentimentale. È un problema da eliminare.
Il 13 gennaio 2016 Gloria sale su un’auto. Con lei ci sono Gabriele Defilippi e Roberto Obert, 54 anni, operaio di Forno Canavese, amante e complice di Defilippi. Il viaggio è breve. Durante il tragitto, dentro una Renault Twingo bianca, Defilippi la strangola con un laccio. Secondo una delle versioni, Gloria prova a difendersi, afferra la corda, riesce solo a dire «cosa fai?». Poi perde i sensi. Il corpo viene gettato in una cisterna di un’ex discarica tra Rivara e Pertusio.
Per oltre un mese resta lì. Nell’acqua fredda. In un luogo scelto con sopralluoghi preventivi, telefoni usa e getta, alibi costruiti. Un omicidio premeditato, come stabiliranno le sentenze. Non un gesto d’impeto, ma la conclusione di un piano.
Il 19 febbraio 2016 Roberto Obert crolla. Porta i carabinieri sul posto. Il corpo di Gloria Rosboch viene recuperato dopo 36 giorni. È un momento che segna definitivamente questa storia. Castellamonte si ferma. Il Canavese trattiene il fiato. L’Italia intera scopre che dietro quella scomparsa c’era un assassinio freddo, calcolato, senza redenzione.

Il pozzo dentro cui è stato gettato il cadavere di Gloria Rosboch

L'area del ritrovamento era in aperta campagna, tra Rivara e Pertusio

L'arresto di Gabriele Defilippi
Il processo conferma tutto. Gabriele Defilippi viene condannato in via definitiva a 30 anni di reclusione per omicidio volontario e soppressione di cadavere. Roberto Obert a 18 anni e 9 mesi. Caterina Abbattista, madre di Defilippi, inizialmente accusata di concorso in omicidio, viene assolta per quel reato ma condannata a 12 mesi per truffa. I 187 mila euro non verranno mai ritrovati per intero. Una parte svanita nel gioco d’azzardo, una parte dispersa in un labirinto di bugie.
Dieci anni dopo, restano le domande. Non quelle giudiziarie, ormai chiuse, ma quelle civili e morali. Come è stato possibile? Come può una donna adulta, colta, stimata, cadere in una trappola così brutale? La risposta è scomoda, perché chiama in causa tutti: il bisogno di riconoscimento, la solitudine, la retorica dell’amore come riscatto sociale. Gloria non cercava il lusso. Cercava di sentirsi scelta.
In questi dieci anni il nome di Gabriele Defilippi è tornato ciclicamente nelle cronache. In carcere si è laureato in Scienze Politiche nel 2022, ottenendo un permesso speciale per discutere la tesi. Un fatto che ha riaperto il dibattito sul senso della pena, sulla funzione rieducativa, sul confine tra diritto allo studio e rispetto per la memoria delle vittime. Un dibattito legittimo, ma che spesso dimentica un punto essenziale: Gloria Rosboch non ha avuto nessuna seconda possibilità.

Gabriele Defilippi e le sue "trasformazioni" all'epoca
Ora, nel 2026, la sua storia torna al centro dell’attenzione attraverso il cinema.
Il 12 febbraio arriverà nelle sale La Gioia, il film di Nicolangelo Gelormini ispirato al delitto Rosboch. Non una ricostruzione processuale, ma un’elaborazione simbolica, emotiva, che cambia i nomi ma non il nucleo della vicenda: una relazione asimmetrica, un abuso affettivo, una violenza che nasce quando l’inganno non regge più. È un ritorno che interroga, che divide, che costringe a ricordare.
Ma il rischio, ogni volta che questa storia viene raccontata, è lo stesso: spostare il focus sull’assassino, sul suo narcisismo, sulle sue maschere, sui suoi “tanti volti”. E invece il centro resta Gloria. Una donna che ha pagato con la vita il prezzo di una fiducia concessa. Una comunità che si è scoperta vulnerabile. Un territorio che ancora oggi porta addosso quella cicatrice.
Dieci anni dopo, Castellamonte non ha dimenticato. Non ha dimenticato la bara tra due ali di folla, il lutto cittadino, le parole spezzate di un padre davanti alla tomba della figlia. Non ha dimenticato perché questa non è solo una storia di cronaca nera. È una storia che parla di potere, di manipolazione, di solitudini invisibili.
E allora, a dieci anni esatti da quel 13 gennaio, l’unica cosa che conta davvero è non trasformare Gloria Rosboch in un personaggio. Restituirle la sua verità di donna reale, con le sue fragilità e la sua dignità. Ricordare che dietro ogni titolo, dietro ogni film, dietro ogni anniversario, c’è una vita spezzata che chiede rispetto. E memoria. Non retorica. Memoria.
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