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11 Gennaio 2026 - 08:59
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La carta fotografica prende fuoco, i bordi si arricciano, il volto stampato dell’Ayatollah Ali Khamenei si deforma. Una giovane donna aspetta il momento giusto, avvicina la sigaretta alla fiamma, inspira. Poi guarda verso la camera e accenna un sorriso rapido, quasi incredulo, mentre attorno la città resta sveglia da giorni. La scena corre di telefono in telefono, dentro l’Iran e nella diaspora: il ritratto della Guida suprema trasformato in un accendino improvvisato. È un gesto semplice e insieme dirompente, perché infrange due tabù centrali del sistema: bruciare l’immagine del vertice politico-religioso e fumare in pubblico da donna. In pochi secondi si concentra una nuova fase della protesta, che nasce dall’economia ma si esprime sul piano dell’identità e della vita quotidiana.
Nel sistema iraniano, bruciare la foto della Guida suprema è considerato un atto gravemente offensivo, vicino alla blasfemia. Accendere una sigaretta con quella fiamma significa dichiarare di non riconoscere l’autorità dello Stato sul proprio corpo e sulle scelte personali. Non è soltanto una sfida al potere politico: è anche una rottura con norme sociali consolidate che hanno reso il fumo femminile uno stigma. Dal 2007 vige un divieto generale di fumo in luoghi pubblici e, secondo i dati ufficiali, per anni la quota di fumatrici è stata stimata attorno al 4-5%. In questo contesto la sigaretta diventa un segno di autonomia individuale esibito in uno spazio collettivo che chiede libertà.
WOW! This video has gone MEGA-viral of an Iranian girl lighting her cigarette from the flames of a burning photo of Iran's leader Ayatollah Khamernei.
— David J Harris Jr (@DavidJHarrisJr) January 10, 2026
We're watching a REVOLUTION in real time! What an iconic video! pic.twitter.com/tAo2XgO5Jo
I video compaiono prima su X e Instagram, su profili di attiviste in patria e all’estero, poi vengono rilanciati da media internazionali e italiani. In alcuni casi le riprese sono effettuate fuori dall’Iran, in altri sembrano girate all’interno del Paese. L’impatto simbolico resta lo stesso: quando le parole vengono silenziate, un gesto visivo diventa un messaggio.
A spingere in strada è una crisi economica profonda. L’inflazione supera il 40%, il rial iraniano crolla, i salari perdono valore. Tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026 la valuta tocca minimi storici nel mercato non ufficiale, superando in alcune giornate 1,4 milioni di rial per un dollaro. La svalutazione accelera la rabbia e innesca scioperi di commercianti e bazarì nei quartieri commerciali di Teheran. Il terremoto valutario travolge anche i vertici della Banca centrale, con le dimissioni del governatore Mohammad Reza Farzin a fine dicembre 2025 e la nomina di un successore nel tentativo di arginare la tempesta.
Secondo stime prudenti basate su analisi del Fondo Monetario Internazionale riprese dalla stampa iraniana e da fonti indipendenti, nel 2025 l’inflazione si attesta attorno al 43% e la crescita reale è prossima allo zero, mentre il prodotto interno lordo nominale in dollari arretra per effetto del cambio. I prezzi di pane, olio, riso e beni essenziali continuano a salire, comprimendo il potere d’acquisto della classe media urbana e delle fasce più povere. L’aumento dei costi dell’energia e una crisi idrica cronica alimentano proteste settoriali che oggi si saldano alla contestazione politica.
La fiamma che accende la sigaretta è anche l’eredità delle mobilitazioni esplose dopo la morte di Mahsa Amini nel 2022, quando il velo obbligatorio diventa terreno quotidiano di disobbedienza civile. Con l’approvazione della legge su “hijab e castità” tra 2023 e 2024, le sanzioni per chi viola il codice di abbigliamento vanno dalle multe alla detenzione pluriennale, includendo divieti di viaggio e restrizioni sull’attività online. Organizzazioni come Human Rights Watchdocumentano l’inasprimento repressivo e l’uso di sistemi di sorveglianza elettronica per identificare le trasgressioni. In questo quadro, fumare in pubblico, a capo scoperto e davanti a un ritratto in fiamme della Guida, assume un valore ulteriore: mette insieme la protesta per il costo della vita e la rivendicazione di autodeterminazione sul corpo.
Le manifestazioni delle ultime settimane coinvolgono decine di località, da Teheran a Isfahan, Shiraz, Mashhad e Kermanshah, fino a città più piccole. Le piazze non sono uniformi. Accanto agli slogan contro Ali Khamenei e contro l’IRGC (Guardiani della Rivoluzione Islamica) emergono rivendicazioni su blackout elettrici, acqua e salari. Nelle università gli studenti alternano sit-in e azioni simboliche, mentre i commercianti chiudono a macchia di leopardo e sfilano nei corridoi del Gran Bazar. All’estero la diaspora amplifica il messaggio e replica i gesti simbolici visti online, creando un ponte tra chi manifesta senza il rischio immediato del carcere e chi, in patria, affronta la repressione.
Dopo il 2022 le autorità alternano fasi di apparente allentamento a nuove strette, riportando in strada la cosiddetta polizia morale e lanciando operazioni come “Noor”. Questo apparato si somma al Codice penale islamico e alle sanzioni previste dalla legge su “hijab e castità”. Le pene includono multe crescenti e carcere fino a 5-10 anni in caso di recidiva o di presunte condotte considerate “promozionali” dell’“indecenza”, oltre a limitazioni della mobilità e dell’attività online. Osservatori delle Nazioni Unite segnalano l’uso di riconoscimento facciale, telecamere stradali, droni e applicazioni per la delazione. In questo contesto immagini come quelle delle sigarette accese con una foto in fiamme acquistano un peso particolare perché mostrano un rifiuto diretto dell’ingerenza dello Stato nella sfera privata.
Nei momenti più tesi il potere ricorre a un altro strumento: il blackout di internet. Dall’8 gennaio 2026 organizzazioni di monitoraggio come NetBlocks e Cloudflare Radar segnalano crolli della connettività, con riduzioni del traffico mobile fino al 98% in alcune fasce orarie. Testimonianze indipendenti parlano di una vera oscurità digitale che rende difficile verificare numeri e responsabilità. In questo vuoto informativo, una foto o un video di pochi secondi assumono una centralità narrativa che spiega la loro diffusione.
Le organizzazioni per i diritti umani e i media indipendenti registrano arresti a tre cifre e un numero di vittime difficile da verificare proprio a causa dei blackout. Casi simbolici, come quello dell’attivista Omid Sarlak, morto nel 2025 dopo aver bruciato pubblicamente una foto della Guida, mantengono alta l’attenzione sulla repressione e alimentano la rabbia contro l’impunità. Sul fronte politico il governo del presidente Masoud Pezeshkian promette correttivi economici per contenere l’inflazione e stabilizzare il cambio, ma la fiducia è erosa dall’esperienza delle precedenti svalutazioni e dall’aumento costante dei prezzi dei beni di base. In parallelo la retorica ufficiale descrive le proteste come manovre orchestrate dall’estero, giustificando arresti e processi con accuse pesanti.
Negli anni scorsi la generazione più giovane aveva già costruito un repertorio di gesti semplici e facilmente condivisibili, dal togliersi il velo al tagliarsi i capelli in pubblico. Accendere una sigaretta con la foto di Ali Khameneirappresenta oggi una nuova grammatica visiva della protesta: è replicabile, rischiosa ma accessibile, e mette insieme economia, genere, religione e autorità in un’unica immagine. Ogni blackout, ogni arresto di massa, ogni funerale che si trasforma in corteo spinge una parte del movimento verso posizioni più radicali. La crisi del tenore di vita, la più dura degli ultimi anni, non si risolve con un’operazione di polizia.
Le immagini vanno sempre verificate e contestualizzate, soprattutto in condizioni di censura e interruzioni della rete. Alcune però restano perché riescono a spiegare una fase storica meglio di molti slogan. La giovane donna che accende una sigaretta con la foto in fiamme della Guida suprema, dentro o fuori dall’Iran, racconta di un Paese in cui molte donne non intendono arretrare, di un’economia che non garantisce più l’essenziale e di una rete che si spegne quando dovrebbe informare. Racconta anche di una società stanca ma ancora capace di cercare spazio e respiro, un gesto alla volta.
Fonti: Fondo Monetario Internazionale; Human Rights Watch; NetBlocks; Cloudflare Radar; rapporti Nazioni Unite sui diritti umani in Iran; testimonianze e monitoraggi di media indipendenti iraniani.
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