Cerca

Chi comanda il petrolio del Venezuela: Washington o Caracas?

Sanzioni, elezioni contestate, tribunali americani e una diaspora di milioni di persone: dieci anni di scontro tra Stati Uniti e Venezuela spiegano perché il potere sul greggio decide ancora politica, economia e vite quotidiane

Chi comanda il petrolio del Venezuela: Washington o Caracas?

Chi comanda il petrolio del Venezuela: Washington o Caracas?

Una fila di cisterne immobili a José, uno dei principali poli industriali del Venezuela, e un display dei cambi a Caracas che aggiorna i tassi più velocemente del traffico sull’Autopista: in queste immagini si riassume un decennio di tensione costante tra Washington e Caracas, una tensione che ha modificato gli equilibri dell’energia, della diplomazia e, soprattutto, la vita quotidiana di milioni di persone.

Dal giorno in cui la Casa Bianca ha riconosciuto Juan Guaidó come presidente ad interim e il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha colpito Petróleos de Venezuela S.A. (PDVSA), il Paese con le maggiori riserve provate di petrolio al mondo si è ritrovato più isolato e più fragile.

Gli Stati Uniti, dal canto loro, hanno inaugurato una stagione di sanzioni definite “mirate”, ma con effetti sistemici sui flussi globali di greggio e sulla politica latinoamericana. Oggi, tra un’elezione contestata, un avviso di viaggio di livello massimo e una diaspora che ha superato i 7,7 milioni di persone, le domande restano le stesse: chi controlla il petrolio, chi decide la legittimità del potere e quale prezzo umano ha questa contesa prolungata.

L’invito ai cittadini statunitensi a lasciare immediatamente il Paese e la linea dura dell’amministrazione Donald Trump verso i grandi gruppi energetici, ha fotografato il momento in cui la crisi è diventata visibile a tutti. Ma per comprendere perché quelle ore continuino a produrre effetti, occorre ricostruire ciò che le ha precedute e ciò che è seguito: riconoscimenti diplomatici incrociati, sanzioni economiche, blackout, proteste, tentativi di negoziato e un sistema di licenze dell’OFAC (Office of Foreign Assets Control) che ha cambiato le regole del commercio petrolifero. Sullo sfondo resta un dato strutturale spesso rimosso dal dibattito politico: l’impatto umano di una crisi che ha spinto fuori dal Paese quasi un quarto della popolazione.

petrolio

Il 23 gennaio 2019, gli Stati Uniti riconoscono Juan Guaidó, allora presidente dell’Assemblea Nazionale, come presidente ad interim del Venezuela, dichiarando illegittimo il secondo mandato di Nicolás Maduro dopo le controverse elezioni del 2018. In quel momento la crisi venezuelana cessa di essere una questione interna e diventa un nodo globale. La risposta di Caracas è immediata: rottura delle relazioni diplomatiche con Washington e ultimatum di 72 ore per il personale americano. Gli Stati Uniti replicano che, non riconoscendo Maduro, non riconoscono nemmeno la validità dell’ultimatum. Inizia così un braccio di ferro che porterà alla progressiva riduzione e poi alla chiusura totale della presenza diplomatica statunitense.

Tra il 24 e il 25 gennaio 2019, il Dipartimento di Stato dispone l’uscita del personale non essenziale e invita i cittadini americani a lasciare il Paese finché sono disponibili voli commerciali. Nel giro di poche settimane il linguaggio si fa più netto, fino alla sospensione dei servizi consolari e al ritiro completo del personale a metà marzo 2019. Da allora resta in vigore l’avviso di viaggio “Level 4: Do Not Travel”, ribadito negli anni successivi.

Il 28 gennaio 2019, l’OFAC inserisce PDVSA nella lista delle entità sanzionate. Scatta il congelamento dei beni sotto giurisdizione statunitense e il divieto per le “US persons” di intrattenere rapporti con la compagnia senza licenze specifiche. È la misura che più di ogni altra incide sull’economia venezuelana e sul mercato globale del greggio. Le controllate statunitensi, come CITGO, vengono protette con licenze mirate per evitare un collasso della filiera interna, ma i flussi finanziari restano vincolati. Nei mesi successivi la pressione aumenta con sanzioni su spedizionieri e armatori coinvolti nei traffici verso Cuba e con nuovi ordini esecutivi. Nasce così un regime sanzionatorio flessibile, regolato da licenze generali e specifiche, che apre o chiude spazi commerciali in base al comportamento del governo venezuelano.

Sul piano interno, i blackout di massa del 2019 aggravano il collasso dei servizi e della produzione. Il governo di Maduro parla di sabotaggi esterni, mentre analisi indipendenti indicano problemi strutturali di manutenzione e investimenti. Le proteste continuano e il Paese diventa terreno di confronto geopolitico: oltre cinquanta governi occidentali e latinoamericani riconoscono Guaidó, mentre Russia, Cina e altri Stati rafforzano il sostegno a Maduro.

La strategia statunitense si estende anche al contenzioso sugli asset esteri. CITGO, storica emanazione di PDVSAnegli Stati Uniti, diventa oggetto di una lunga battaglia legale. Nel 2025, un giudice federale di New York riconosce la validità dei PDVSA 2020 Bonds, garantiti da quote di CITGO, mentre una corte del Delaware procede con un’asta per soddisfare i creditori. Il messaggio ai mercati è chiaro: la partita sugli asset venezuelani resta aperta e il controllo della catena del valore è ancora uno strumento politico.

Con gli Accordi di Barbados del 18 ottobre 2023, governo e opposizione tentano di definire una roadmap elettorale. Washington risponde allentando temporaneamente le sanzioni attraverso licenze semestrali su petrolio, gas e oro. L’allentamento è condizionato a impegni verificabili su elezioni e diritti politici. Quando tali impegni non vengono rispettati, gli Stati Uniti reintroducono gran parte delle restrizioni nell’aprile 2024. È un pendolo diplomatico che alterna incentivi e pressioni.

Le elezioni presidenziali del 2024 riaprono la frattura internazionale. Il CNE (Consejo Nacional Electoral) proclama vincitore Nicolás Maduro, ma seguono accuse di irregolarità e richieste di pubblicazione dei dati. Alcuni governi riconoscono il risultato, altri lo contestano o indicano Edmundo González Urrutia come vincitore legittimo. La divisione, già evidente nel 2019, si approfondisce.

L’avviso di viaggio statunitense resta al livello massimo. Le motivazioni ufficiali parlano di rischio di detenzioni arbitrarie, criminalità diffusa, sistema sanitario compromesso e assenza totale di assistenza consolare, dato che l’Ambasciata degli Stati Uniti a Caracas è chiusa dal 2019. La raccomandazione resta invariata: non recarsi in Venezuela e, per chi vi si trova, lasciare il Paese.

La crisi ha prodotto una delle più grandi migrazioni della storia recente dell’America Latina. Secondo UNHCR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati) e la piattaforma R4V (Response for Venezuelans), nel 2024 i rifugiati e migranti venezuelani hanno superato i 7,7 milioni e si avvicinano agli 8 milioni a fine 2025, con la maggioranza accolta nei Paesi della regione. I piani di risposta umanitaria restano sotto-finanziati, con effetti diretti su servizi, lavoro e integrazione.

Per i mercati energetici, il caso venezuelano è diventato un riferimento permanente nella gestione del rischio sanzioni. Le licenze OFAC hanno dimostrato quanto siano strumenti dinamici, capaci di modificare rotte, prezzi e strategie in pochi mesi. La vicenda di CITGO e dei titoli PDVSA ha inciso sulla percezione del rischio sovrano ben oltre i confini del Paese.

Il Venezuela resta oggi uno specchio di un sistema internazionale frammentato, in cui energia, diritto e geopolitica si intrecciano. Non è solo una storia di sanzioni e dichiarazioni ufficiali, ma un caso che mostra come si misura la legittimità del potere e quanto sia fragile quando manca fiducia nelle istituzioni, nei numeri e nelle regole condivise. Finché quella fiducia non verrà ricostruita, il Paese resterà sospeso tra petrolio sottovalutato, tribunali affollati e aeroporti vuoti, mentre milioni di persone continuano a cercare altrove una normalità che dovrebbe essere un diritto, non un privilegio.

Fonti: Casa Bianca, Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, OFAC, UNHCR, R4V, documenti ufficiali CNE, atti giudiziari federali New York e Delaware.

Commenti scrivi/Scopri i commenti

Condividi le tue opinioni su Giornale La Voce

Caratteri rimanenti: 400

Resta aggiornato, iscriviti alla nostra newsletter

Edicola digitale

Logo Federazione Italiana Liberi Editori