Forse per parlare di questa storia è necessario tornare indietro 15 anni rispetto al suo tragico epilogo.
Se fosse necessario trovare una logica, bisognerebbe partire da un fanciullo di 3 anni che è rimasto orfano. Si chiama
Rodolfo Giacone, ha appena perso il padre e, probabilmente, non ha ancora l’età per comprendere che la madre ha deciso di rifarsi la vita con un altro uomo.
“Un bastardo” lo definirà, con solo due parole, qualche tempo dopo. In realtà Giuseppe Martinale si prende cura di lui e del fratello gemello, Filippo, come se fossero figli suoi e non gli ci va molto per accorgersi che quel bambino ha qualcosa che non va.
Non ha amici, non riesce a legare con le ragazze e passa le giornate in uno stato di alienazione quasi totale. Mentre frequenta le medie, finisce da uno psichiatra. Il responso è incoraggiante: è solo una fase della crescita, una volta adulto guarirà da solo. “Per curarlo gli hanno dato uno sciroppo” riporta Martinale.
Forse, allora, per capire cosa sia accaduto prima dell’evento che ci ha portato a scriverne qui, un flashback di un anno è sufficiente.
Stavolta il narratore è Rodolfo stesso. Siamo a Torino, in un giorno imprecisato del 1976 e il giovane, che ora ha 17 anni, è in sella al suo motorino nei pressi del Parco della Pellerina. Non sappiamo cosa accada nello specifico, ma la municipale lo ferma e gli commina una sanzione di 3mila lire.
Da quel momento in avanti, nella sua testa, qualcosa comincia a
non funzionare più. Inizia ad autodefinirsi “vittima di questa società capitalistica” a pensare di avere tutto il mondo contro e a far risalire l’origine dei suoi mali a quella multa ingiusta.
Lo trovano spesso appostato ad osservare gli spostamenti dei vigili, medita vendetta. Al patrigno, le poche volte che riesce a parlarci senza litigare, riferisce ossessivamente di volersi procurare una pistola. Tenta di prendere il porto d’armi senza successo e un giorno, a casa, la madre lo vede piangere a dirotto. Si era portato 250mila lire a Porta Palazzo e le aveva consegnate ad un tale che avrebbe dovuto procurargli l’agognata arma, ma nella scatola che aveva ricevuto c’era un mattone.
In questa narrazione a ritroso arriviamo alla settimana precedente a quanto dobbiamo, ancora, raccontare. Tra il 2 e il 7 gennaio 1977 vanno a fuoco 15 cantine a Madonna di Campagna, Torino Nord. Si scopre che il colpevole è Giacone solo due giorni dopo.
9 gennaio 1977, ore 9.
Giuseppe Piazza, 53 anni, raggiunge il suo orto ai lati della Dora, nei pressi della Pellerina. Quella mattina ha detto alla moglie che avrebbe piantato dei bulbi d’aglio e che sarebbe tornato per pranzo.
Quasi alla stessa ora, Rodolfo accede al poligono di tiro di via Reiss Romoli dove, il giorno prima, si è regolarmente iscritto. Si fa consegnare una calibro 22 e 180 proiettili. Dopo un’ora di tiro al bersaglio, si mette in tasca la rivoltella e le 150 pallottole che gli sono rimaste. Esce tranquillo, senza che nessuno gli faccia domande o lo fermi.
Inizia a vagare per la città e poi arriva proprio dove si trova Piazza. Non lo conosce, non si scambiano né uno sguardo né una parola: Giacone gli scarica addosso tutto il caricatore. 8 colpi trafiggono quell’uomo che sta coltivando la terra, uccidendolo sul colpo.
I familiari scoprono il cadavere intorno alle 13 non vedendolo tornare, più o meno nello stesso momento in cui i responsabili del poligono si accorgono che manca una pistola. Il cerchio si chiude quando, intorno alle 16, la madre denuncia la sparizione del diciottenne: “vi prego cercatelo, è malato di nervi” dice alla polizia.
L’assassino si costituisce alle 17,30 ai carabinieri di Settimo. Racconta della multa come evento scatenante della sua sete di vendetta verso il mondo e della scelta casuale dell’obbiettivo del suo assassinio. Poi, improvvisamente, confessa anche gli incendi alle cantine: non aveva un’arma, era l’unica maniera per ammazzare più persone possibili.
Non arriva neanche a processo.
Al termine dell’istruttoria, dopo un’approfondita perizia psichiatrica, il giudice Caselli stabilisce che è totalmente incapace di intendere e di volere.
Finisce nel manicomio criminale di Castiglione delle Stiviere e di lui non si avranno più notizie.
La beffa peggiore viene riservata ai familiari di Giuseppe Piazza: impossibilitati a richiedere un risarcimento (in assenza di giudizio) vedono stralciare anche le posizioni dei proprietari del poligono.
Per la morte del loro caro, che ha avuto l’unica colpa di incrociare il proprio destino con quello di un pazzo, non pagherà nessuno.
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