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Sanità
09 Gennaio 2026 - 14:40
Città della Salute, il colpo di spugna: 800 mila ore rubate a medici e dirigenti
Alla Città della Salute di Torino non si risolvono i problemi: si cancellano. Con un tratto di penna, una determina, una firma in fondo al foglio. E se la realtà non coincide, peggio per la realtà.
Il dito, stavolta, è puntato in alto. Sull’assessore regionale alla Sanità Federico Riboldi, certo. Ma anche — e soprattutto — sul direttore generale della Città della Salute, Livio Tranchida, che quella firma l’ha messa e che di quella scelta oggi deve rispondere. Perché qui non siamo davanti a un dettaglio tecnico, ma a una decisione politica e gestionale che pesa come un macigno su chi manda avanti ogni giorno la sanità pubblica.
Il 31 dicembre, mentre il resto del mondo chiudeva l’anno tra bilanci e brindisi, l’Azienda ospedaliero-universitaria ha deciso unilateralmente, e con una trattativa sindacale ancora in corso, di azzerare le ore di lavoro accumulate in eccedenza da medici e dirigenti sanitari non medici negli anni precedenti il 2024. Dentro quel colpo di spugna ci sono anche le ore maturate durante e dopo il Covid, quando la sanità piemontese è rimasta in piedi non grazie a una regia lungimirante, ma grazie al sacrificio di chi lavorava senza sosta, spesso senza essere pagato.

Il conto finale fa impressione: circa 800 mila ore. Un numero enorme, quasi indecente. Ore lavorate per dovere di servizio, per garantire la continuità assistenziale, per tappare falle strutturali che l’Azienda conosceva benissimo. Ore che oggi vengono trattate come un’anomalia contabile da eliminare, come se fossero un abuso e non il frutto di una richiesta continua di disponibilità totale.
C’è però una verità che qualcuno prova a rimuovere: quelle ore non sono mai state recuperate non per scelta del personale, ma perché le stesse carenze di organico che le hanno generate ne hanno reso impossibile il recupero. È il corto circuito perfetto: prima si chiede di lavorare di più perché mancano medici e dirigenti, poi si accusa implicitamente chi ha lavorato troppo di non aver recuperato. Nel mezzo, nessuna misura organizzativa seria, nessun piano, nessuna soluzione messa in campo dalla direzione guidata da Livio Tranchida.
E mentre si cancellano ore già lavorate, l’Azienda continua a ignorare un altro dato che grida vendetta: le sostituzioni per maternità. Negli ultimi quattro anni si contano 130 congedi e appena 8 sostituzioni. Otto. Un numero che racconta da solo il livello di disinteresse verso l’organizzazione reale dei servizi e che rende quasi grottesca la pretesa di accorciare le liste d’attesa “facendo di più” con sempre meno personale.
Una contraddizione macroscopica che ANAAO ha segnalato formalmente al Direttore generale della Città della Salute e ribadito anche in sede di Osservatorio regionale, chiamando direttamente in causa l’assessore Riboldi e il vertice della sanità piemontese. Il risultato? Nessuna risposta. Nessun confronto. Nessuna spiegazione. Solo silenzio. Un silenzio che pesa quanto una scelta sbagliata.
E qui il quadro diventa ancora più chiaro.
La maternità non è una colpa. Non lo è per le professioniste che esercitano un diritto costituzionale. E non può diventarlo per i colleghi che, in assenza di sostituzioni, si fanno carico di turni, reperibilità, straordinari. Così come non è una colpa aver accumulato ore eccedenti per garantire l’assistenza in uno dei momenti più drammatici della sanità pubblica. Quelle ore non sono un favore, sono lavoro. Lavoro vero, spesso gratuito.
E non è certo colpa di medici e dirigenti sanitari non medici se le liste d’attesa restano lunghe. Scaricare su di loro la responsabilità di un sistema inceppato è una scorciatoia comoda per chi governa, ma profondamente ingiusta. Perché non si possono chiedere più prestazioni mentre si tagliano le ore già lavorate, si ignorano le maternità e si continua a programmare come se il personale fosse infinito.
Questo non è rigore gestionale. È deresponsabilizzazione.
È il modo più semplice per far quadrare i conti senza affrontare i nodi strutturali. E la responsabilità non può che ricadere su chi quelle scelte le prende: Livio Tranchida, alla guida della Città della Salute, e Federico Riboldi, che dalla Regione continua a non dare risposte.
La sanità pubblica non si governa cancellando le ore, né colpevolizzando chi lavora. E soprattutto non si difende chiedendo miracoli a chi ha già dimostrato, nei fatti, dedizione e sacrificio.
Per questo ANAAO, con Chiara Rivetti, segretaria regionale Anaao Assomed Piemonte, e Angelo Giovanni Delmonaco, della segreteria aziendale Anaao Assomed dell’AOU Città della Salute e della Scienza di Torino, giudica inaccettabile la linea adottata dalla direzione aziendale e grave il silenzio della Regione. E chiede un cambio di rotta immediato: programmazione reale, sostituzioni strutturali, rispetto dei diritti e del lavoro svolto.
Perché la dedizione non è una colpa.
E continuare a trattarla come tale è il modo più rapido per affondare definitivamente la sanità pubblica.
Alla Città della Salute di Torino hanno finalmente trovato il modo di innovare senza spendere un euro. Niente nuove assunzioni, niente riorganizzazioni complesse, niente fastidiose ammissioni di responsabilità. Basta una gomma. Una bella gomma grande. Di quelle che cancellano tutto: ore lavorate, problemi strutturali, realtà.
È una rivoluzione concettuale, prima ancora che gestionale. Se mancano i medici, non è perché non ci sono. Se le liste d’attesa non si accorciano, è perché qualcuno non si impegna abbastanza. Se le ore eccedenti esistono, è perché sono state scritte male. E dunque si cancellano. Fine.
Il capolavoro, però, è morale. Per anni si è raccontato che la sanità pubblica regge grazie al senso del dovere, allo spirito di servizio, alla dedizione. Adesso quel racconto si aggiorna: la dedizione va bene finché non lascia tracce contabili. Se lascia segni, diventa un vizio. Se pesa sui bilanci, diventa una colpa. Il messaggio è chiarissimo: lavorate pure di più, ma fate attenzione a non dimostrarlo.
C’è poi un dettaglio che rende la storia ancora più elegante. In un sistema che non riesce a sostituire le maternità, la maternità stessa smette di essere un fatto naturale e diventa un incidente organizzativo. Una distrazione fastidiosa. Qualcosa che intralcia la produttività. È il progresso: prima si colpevolizzavano le donne, oggi si colpevolizzano anche i colleghi che restano.
Il bello è che tutto questo avviene nel nome dell’efficienza. Un’efficienza molto particolare, che non consiste nel risolvere i problemi ma nel rimuoverne le prove. Se l’orologio segna l’ora sbagliata, non si aggiusta: si tolgono le lancette. Se il termometro segna la febbre, si rompe il termometro. Così il paziente guarisce subito. Almeno sulla carta.
Naturalmente nessuno ha colpa. È sempre così. Le scelte sono “tecniche”, le decisioni “necessarie”, il silenzio “istituzionale”. Le responsabilità evaporano, come le ore. Rimane solo una certezza: chi lavora ha sempre sbagliato qualcosa. Ha lavorato troppo, nel momento sbagliato, nel modo sbagliato. Avrebbe dovuto essere meno disponibile, meno presente, meno utile.
E allora viene da chiedersi perché mai, domani, qualcuno dovrebbe ancora sacrificarsi. Perché mai dovrebbe restare oltre l’orario, coprire un turno, rispondere a un’emergenza. La risposta è semplice: non dovrebbe. Ma lo farà lo stesso. Perché la sanità pubblica, finché resiste, resiste così. Non grazie ai modelli organizzativi, ma malgrado.
Insomma, complimenti. Cancellare il lavoro senza licenziare nessuno è un’arte sottile. Farlo chiamandolo rigore è un capolavoro. Farlo in silenzio, poi, è il tocco finale.
Il problema, come sempre, è che prima o poi qualcuno si accorge che sotto la gomma non c’è più niente da cancellare. E allora restano solo i vuoti. E i pazienti.
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