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Decathlon e i saldi beffa: quando lo sconto diventa un caso e la fiducia va in frantumi

Un “47%” in vetrina, un prezzo che non regge ai numeri e una spiegazione che riaccende il tema della trasparenza

Decathlon, il 47% che non convince

Decathlon, il 47% che non convince: quando lo sconto diventa un caso e la fiducia va in saldo

Un cartellino può sembrare un dettaglio. In realtà è una promessa. E quando quella promessa non regge ai numeri, la conseguenza non è solo un euro in più o in meno alla cassa, ma una fiducia che si incrina. È quanto accaduto in Piemonte, dove un presunto affare esposto in un punto vendita Decathlon si è trasformato in un caso capace di rimettere al centro una regola tanto semplice quanto decisiva: i saldi non si costruiscono gonfiando il prezzo di partenza.

La vicenda nasce davanti a uno scaffale. Fino all’inizio dei saldi invernali, un paio di sci era esposto senza promozioni a 319,99 euro. Nulla di anomalo. Con l’avvio degli sconti, però, la stessa referenza compare con un’etichetta nuova di zecca: sconto del 47% calcolato su un prezzo “iniziale” di 599,99 euro. Un salto improvviso, difficile da spiegare a chi, pochi giorni prima, aveva visto quel prodotto a poco più della metà. L’effetto è immediato: l’affare non convince, i conti non tornano.

Un cliente segnala l’anomalia e, alla cassa, ottiene 19,99 euro di sconto come riconoscimento dell’errore. Un rimedio puntuale che non cancella però la domanda di fondo: come è possibile che un prezzo di riferimento così elevato compaia all’improvviso, proprio nel momento in cui dovrebbe certificare la bontà del ribasso?

La risposta dell’azienda arriva in tempi rapidi. Decathlon riconosce l’errore e parla di una svista nella stampa manuale delle etichette, circoscritta a un solo modello di sci. «Una comunicazione non idonea al consumatore», ammette la manager Nicoletta La Torre, sottolineando che il gruppo applica le regole sulla ritenzione dei prezzi nel periodo precedente ai saldi e che, in questo caso, «qualcosa non ha funzionato come da prassi». Le etichette nei negozi, assicura l’azienda, sono state corrette: niente più sconti esposti per quel prodotto.

Il punto, però, non si esaurisce al banco fisico. Online, sul sito, resta visibile il “prezzo iniziale” di 599,99 euro. Un’informazione che, agli occhi di molti consumatori, continua a sollevare perplessità: se nei giorni immediatamente precedenti ai saldi il prezzo praticato era 319,99 euro, quale funzione ha un “iniziale” così distante dalla realtà osservata in negozio? La spiegazione fornita è tecnica: le regole per la comunicazione dei prezzi online e nei punti vendita non sono identiche, e l’azienda sostiene di rispettare tutte le normative. Una distinzione formalmente corretta, che però non scioglie il nodo della coerenza percepita lungo l’intero percorso d’acquisto.

Per Decathlon, l’episodio non ha prodotto un danno concreto per i clienti: secondo le verifiche interne, solo due persone avrebbero acquistato il modello interessato nei giorni dell’etichettatura errata e non sono previsti risarcimenti ulteriori. «La reattività è un nostro grande pregio», è la linea: individuato l’errore, corretto subito. È un argomento che pesa sul piano operativo, meno su quello simbolico.

Perché i saldi non sono solo un periodo di sconti: sono un patto di trasparenza. Le norme sono chiare e note: il prezzo di riferimento deve essere reale, praticato per un periodo congruo prima della promozione. Far apparire più conveniente un ribasso gonfiando il “prima” è una pratica scorretta e, come tale, sanzionabile. Al di là delle intenzioni e delle spiegazioni, ciò che conta è l’effetto sul consumatore, soprattutto in una stagione in cui ogni promessa di risparmio viene pesata con attenzione.

Il caso piemontese diventa così un piccolo stress test per il retail contemporaneo. Nei negozi fisici l’errore è stato sanato; online, la persistenza di un prezzo iniziale più alto continua a interrogare. Non tanto per l’impatto economico – limitato, secondo l’azienda – quanto per la credibilità del marchio. In un mercato in cui l’informazione viaggia veloce e la memoria dei clienti è più lunga di quanto si pensi, la coerenza è la prima forma di tutela.

C’è poi un aspetto meno visibile ma centrale: la fiducia non si ricostruisce solo con una correzione, ma con la chiarezza. Spiegare come nascono i prezzi, perché cambiano e quali regole li governano è parte integrante dell’esperienza d’acquisto. E vale ancora di più quando il confine tra online e offline è sottile, e il cliente si muove con disinvoltura tra vetrina e schermo.

In definitiva, l’episodio non mette in discussione un’intera politica commerciale, ma ricorda quanto sia fragile l’equilibrio tra promozione e percezione. Un cartellino sbagliato può capitare; un cartellino che non torna rischia di costare caro. Non in sanzioni, ma in fiducia. Ed è una valuta che, una volta persa, è la più difficile da scontare.

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