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Israele sta cancellando la Cisgiordania? Il progetto E1 e le 3.401 case che spezzano il territorio palestinese

Un bando aggiornato il 6 gennaio 2026, una scadenza fissata al 16 marzo e contratti di 98 anni: il piano E1 tra Gerusalemme Est e Ma’ale Adumim entra nella fase operativa e rischia di rendere irreversibile la fine della soluzione dei due Stati, tra condanne internazionali e silenzi strategici

Israele sta cancellando la Cisgiordania? Il progetto E1 e le 3.401 case che spezzano il territorio palestinese

Sky Tg24

Una scadenza scritta con precisione burocratica, «entro le ore 12:00 del 16 marzo 2026», racconta più di molte dichiarazioni ufficiali. A mezzogiorno esatto di quel giorno le imprese dovranno presentare le offerte per costruire 3.401 appartamenti sul crinale arido che separa Gerusalemme Est da Ma’ale Adumim. È l’area nota come E1, un progetto concepito da decenni, più volte congelato, oggi riattivato con un bando pubblicato nel dicembre 2025 e aggiornato il 6 gennaio 2026. Il contratto previsto è quello standard israeliano: novantotto anni, rinnovabile una sola volta. Una procedura da ufficio appalti che però incide su una delle questioni politiche più sensibili del Medio Oriente.

Il bando su E1 arriva dopo un anno, il 2025, segnato da numeri record. Secondo Peace Now, organizzazione israeliana che monitora l’espansione degli insediamenti, sono stati messi a gara oltre 9.600 alloggi in Cisgiordania, più di quelli sommati nei sei anni precedenti. Nello stesso periodo il governo ha annunciato l’intenzione di autorizzare 19 nuove colonie, che si aggiungerebbero alle 49 riconosciute dal 2022. È il contesto in cui si muove la coalizione guidata da Benyamin Netanyahu, e E1 ne rappresenta uno dei passaggi più delicati.

la cartina

Non si tratta di un progetto qualunque. Il bando, identificato come tender n. 460/2025, riguarda l’intero pacchetto delle 3.401 unità abitative e segna il passaggio dalla pianificazione alla fase operativa. Nell’agosto 2025 il Consiglio Superiore di Pianificazione ha dato l’approvazione definitiva. Con l’aggiornamento del 6 gennaio 2026, la macchina amministrativa è entrata nella fase in cui, una volta assegnata la gara, il controllo politico diretto lascia spazio a obblighi contrattuali e interessi economici difficili da fermare.

E1 è una fascia di alture di circa 12 chilometri quadrati, immediatamente a est di Gerusalemme, amministrativamente collegata a Ma’ale Adumim, insediamento che conta tra i 30 e i 40 mila residenti, a seconda delle stime. L’area rientra nella cosiddetta Area C, sotto pieno controllo israeliano secondo gli Accordi di Oslo. L’idea originaria, sviluppata tra l’inizio degli anni Novanta e il 2004, è quella di collegare fisicamente Ma’ale Adumim alla capitale israeliana attraverso quartieri residenziali, zone commerciali e infrastrutture.

Per i critici, costruire a E1 significa spezzare la continuità territoriale palestinese, separando il nord della Cisgiordaniadall’area di Betlemme e isolando Gerusalemme Est dal suo retroterra naturale. È per questo che, per oltre vent’anni, il progetto è stato ripetutamente congelato sotto la pressione di Stati Uniti ed Unione Europea.

Il linguaggio politico utilizzato dai promotori non lascia spazio a interpretazioni. Nell’agosto 2025, il ministro delle Finanze e responsabile della politica insediativa Bezalel Smotrich ha definito E1 «un colpo di grazia all’idea di uno Stato palestinese». È una dichiarazione che chiarisce l’obiettivo strategico: consolidare una continuità territoriale israeliana attorno a Gerusalemme.

Il contenuto del bando è tecnicamente lineare ma politicamente pesante. Le offerte riguardano 3.401 unità abitativecon la formula del leasing a lungo termine, noto come bail emphytéotique: un contratto di 98 anni, rinnovabile per un ulteriore periodo, con canone capitalizzato. È il modello utilizzato dalla Israel Land Authority, l’ente che gestisce circa il 93% delle terre in Israele. Formalmente la terra resta pubblica, ma il diritto è trasferibile ed ereditabile, e nei fatti equivale a una proprietà privata. Questo meccanismo riduce il contenzioso sul titolo fondiario e accelera l’avvio dei cantieri. Ed è anche il motivo per cui, una volta assegnato un bando come quello di E1, tornare indietro diventa estremamente complesso.

La frattura internazionale è netta. Per il governo di Benyamin Netanyahu, E1 risponde a esigenze di sicurezza e di sviluppo di Ma’ale Adumim, rafforzando il collegamento con Gerusalemme e prevenendo quello che viene definito un accerchiamento arabo della città. Per i palestinesi e per molte organizzazioni per i diritti umani, tra cui Peace Now, il progetto rende impraticabile la soluzione dei due Stati, creando una realtà frammentata fatta di enclave scollegate.

Nell’area di E1 vivono anche comunità beduine, tra cui quella di Khan al-Ahmar, diventata negli anni simbolo di un duro confronto legale e politico. Secondo Nazioni Unite e diverse organizzazioni non governative, lo spostamento forzato di queste comunità violerebbe il Diritto internazionale umanitario e la Quarta Convenzione di Ginevra, configurando un trasferimento coatto di popolazione.

Le reazioni diplomatiche non si sono fatte attendere. Tra il 21 e il 22 agosto 2025, 21 Paesi, insieme all’Alto Rappresentante dell’Unione Europea, hanno firmato una dichiarazione congiunta che definisce l’approvazione dei piani di E1 «inaccettabile» e contraria al diritto internazionale. Il testo richiama esplicitamente la Risoluzione 2334 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, approvata nel 2016, che qualifica gli insediamenti nei territori occupati dal 1967 come illegali. Anche gli Stati Uniti, che in passato avevano contribuito a bloccare il progetto, restano un attore decisivo, soprattutto ora che il dossier è entrato nella fase contrattuale.

Dal punto di vista operativo, la tempistica è chiara. Entro il 16 marzo 2026 arriveranno le offerte, seguiranno le valutazioni e l’assegnazione. Secondo Peace Now, i primi lavori preliminari potrebbero partire in tempi relativamente brevi, salvo interventi giudiziari o sospensioni politiche. L’effetto combinato con altri progetti, come quello di Atarot, sull’ex aeroporto a nord di Gerusalemme, rischia di ridisegnare l’intera area metropolitana, riducendo ulteriormente gli spazi di continuità palestinese.

Il nodo resta anche legale. All’interno di Israele, il sistema del leasing a 98 anni è consolidato e pienamente legittimo. A livello internazionale, però, la costruzione di insediamenti in territori occupati continua a essere considerata priva di validità giuridica. È su questa contraddizione che si innesta lo scontro politico e diplomatico.

E1 non è solo un progetto urbanistico. È una leva che incide sulla geografia politica, sul processo diplomatico e sulla sicurezza sul terreno. Una volta superata la soglia dell’assegnazione del bando, le possibilità di fermare il progetto si riducono drasticamente, aumentando il costo politico e finanziario di qualsiasi ripensamento. È il motivo per cui quella scadenza di mezzogiorno pesa così tanto. Quando la burocrazia avanza, la politica spesso rincorre.


Fonti utilizzate:
Peace Now; Israel Land Authority; Consiglio Superiore di Pianificazione; Nazioni Unite; Risoluzione 2334 del Consiglio di Sicurezza ONU; dichiarazione congiunta di Unione Europea e 21 Paesi (agosto 2025); agenzie di stampa internazionali.

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