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Torino alla conquista dello spazio: la nuova frontiera di una città in transizione

Con Giancarlo Riolfo nel nuovo ecosistema spaziale che sta ridisegnando l’ex capitale d’Italia, città simbolo dell’automotive

Torino alla conquista dello spazio: la nuova frontiera di una città in transizione

Torino, ex capitale d’Italia, è stata città della moda, del cinema, della televisione. Ma la sua identità più profonda si è costruita lungo oltre un secolo di industria: l’automobile come motore di sviluppo, il design e la meccanica come linguaggi universali. È qui che sono nati colossi come FIAT e Lancia, e con loro un ecosistema di fornitori, carrozzieri e officine capace di influenzare l’industria automobilistica mondiale.

Oggi quel mondo è profondamente cambiato. Centinaia di migliaia di posti di lavoro sono andati persi, la popolazione si è ridotta di oltre un terzo negli ultimi cinquant’anni e interi comparti produttivi si sono contratti, lasciando segni evidenti nel tessuto urbano e sociale della città. Eppure, mentre Torino è ancora impegnata a ridefinire la propria identità, una nuova traiettoria si è imposta con forza, silenziosa ma strategica: lo spazio. Se per decenni il nome della città è stato sinonimo di catene di montaggio e motori, oggi compare accanto a satelliti, orbite e stazioni spaziali.

Il cosiddetto space business è una delle industrie più dinamiche e strategiche del XXI secolo. Dalle telecomunicazioni all’osservazione della Terra, dall’esplorazione scientifica alla futura presenza umana oltre la bassa orbita terrestre, fino all’intelligence orbitale e all’economia dei satelliti, le applicazioni dello spazio sono ormai parte integrante della vita quotidiana e della sicurezza globale.

Un mercato che vale centinaia di miliardi di dollari e continua a crescere, attirando non solo i protagonisti storici - Stati Uniti e Russia - ma anche nuovi attori come Cina, Giappone e India. Anche l’Europa riveste un ruolo di primo piano grazie all’Agenzia Spaziale Europea e a un ecosistema industriale altamente specializzato, seppur ancora penalizzato da investimenti pubblici inferiori rispetto alle ambizioni dichiarate. Non a caso, il budget ESA per il 2026 è stato portato a un livello record, superando i 22 miliardi di euro. 

In questo scenario globale, Torino si è ritagliata un ruolo di primo piano, diventando il principale polo spaziale italiano. Il cuore industriale di questo ecosistema è Thales Alenia Space, joint venture tra il gruppo francese Thales e l’italiana Leonardo. Presente in città con uno dei suoi stabilimenti strategici, l’azienda opera da decenni nella progettazione e realizzazione di satelliti, infrastrutture orbitali e sistemi avanzati per telecomunicazioni e osservazione della Terra.

I nodi Harmony e Tranquillity della Stazione Spaziale Internazionale durante le operazioni di trasferimento in orbita terrestre, osservati dalla ISS con la Terra sullo sfondo. I moduli rappresentano un contributo chiave dell’Europa – e dell’Italia – all’architettura abitativa della Stazione Spaziale.

Fonte: ESA – Agenzia Spaziale Europea

Dagli stabilimenti torinesi sono usciti alcuni dei moduli pressurizzati più iconici della Stazione Spaziale Internazionale - da Columbus a Harmony e Tranquility - oltre ai moduli logistici che garantiscono il rifornimento degli equipaggi in orbita. Oggi lo sguardo è rivolto ancora più lontano: alle future stazioni spaziali commerciali, alla stazione orbitale lunare Gateway e alle nuove missioni di esplorazione sviluppate in collaborazione con ESA e NASA.

Nel 2024 Thales Alenia Space ha superato i 2,2 miliardi di euro di fatturato, con oltre 8.000 dipendenti distribuiti in 14 siti europei, molti dei quali con competenze e know-how radicati proprio a Torino. Ma Thales Alenia Space non è l’unico attore. Attorno a questo gigante si è sviluppata una rete articolata di imprese, centri di ricerca e start-up che rendono il capoluogo piemontese un vero e proprio distretto spaziale.

C’è ALTEC, joint venture tra Thales Alenia Space e Agenzia Spaziale Italiana, centro di eccellenza per la logistica spaziale e il controllo missione, con infrastrutture dedicate all’addestramento degli astronauti e alla simulazione di ambienti extraterrestri. Ed ancora Argotec, fondata da David Avino, capace di passare dal cibo liofilizzato per astronauti alla progettazione di nanosatelliti come LICIACube, protagonista della missione NASA DART. Non dimentichiamo Space Industries, giovane realtà torinese che punta a produrre centinaia di satelliti l’anno e sta investendo in una delle più grandi clean room d’Europa per la produzione in serie.  Accanto a loro, l’Università e il Politecnico di Torino alimentano la filiera con ricerca, formazione e progetti sperimentali, dai CubeSat alle collaborazioni internazionali.

LICIACube (Light Italian Cubesat for Imaging of Asteroids) è un CubeSat dell’Agenzia Spaziale Italiana (ASI), sviluppato e gestito da un team italiano nell’ambito della missione NASA DART (Double Asteroid Redirection Test). Il suo obiettivo principale è stato testimoniare l’impatto della sonda DART sul piccolo asteroide Dimorphos e studiare la nube di detriti prodotta, contribuendo alla caratterizzazione del sito d’impatto e alla struttura dell’asteroide stesso attraverso immagini e dati scientifici raccolti durante il sorvolo ravvicinato. 

Fonte: Agenzia Spaziale Italiana – pagina dedicata a LICIACube, asi.it

Il risultato è un ecosistema che genera decine di migliaia di posti di lavoro altamente qualificati, proiettando Torino in una nuova dimensione industriale e simbolica. Non più solo città della prima rivoluzione industriale, ma laboratorio avanzato della nuova economia spaziale. Una trasformazione che non cancella il passato, ma lo rielabora, puntando lo sguardo, questa volta, ben oltre l’orizzonte terrestre.

Per approfondire l’anima culturale e comunicativa di questo fenomeno abbiamo incontrato e intervistato Giancarlo Riolfo, giornalista con una lunga carriera nella comunicazione tecnologica e nella divulgazione aero-spaziale.

Giancarlo, lo spazio può diventare per Torino ciò che l’automobile è stata nel Novecento, oppure rischia di restare un settore d’eccellenza per pochi addetti ai lavori?

“Insieme all’intelligenza artificiale, lo spazio è considerato il settore di attività con maggiori potenzialità di crescita. Le prospettive, dunque, sono buone. È difficile, però, immaginare che l’industria dello spazio possa prendere il posto di quell’automobile in termini di occupazione. Oggi l’attività spaziale nell’area di Torino occupa circa 35 mila persone, se anche dovessero raddoppiare o addirittura triplicare saremmo lontani dai lavoratori impiegati ai tempi d’oro dell’industria dell’auto, quando nel torinese soltanto la Fiat aveva quasi 200 mila dipendenti, ai quali vanno aggiunte alcune decine di migliaia di persone che erano impiegate nell’indotto. Non credo, quindi, che in termini economici e sociali si possa colmare il vuoto lasciato dall’automotive”.

Quanto questa trasformazione è davvero percepita dalla città, al di fuori del mondo industriale e scientifico?

“Da torinese ho la sensazione che la maggior parte dei miei concittadini conosca poco o nulla di quanto viene fatto nel campo spaziale. Quando racconto che oltre metà della Stazione Spaziale Internazionale è stata costruita a Torino e che qui abbiamo uno dei centri di controllo della sua attività la reazione è di stupore”.

Il settore spaziale può contribuire a ricucire le fratture sociali lasciate dalla deindustrializzazione, oppure il rischio è quello di creare un’eccellenza scollegata dal resto del territorio?

“L’industria spaziale coinvolge in vario modo ben 400 aziende fra piccole, medie e grandi nell’area torinese. Non è, dunque, qualcosa di separato dal resto del tessuto economico e industriale, ma ben integrato. Diverse aziende lavorano per lo spazio, così come l’aeronautica e filiere più tradizionali. Difficile pensare, però, che in termini di occupazione possa sostituirsi all’industria dell’automobile”.

Che tipo di lavoro genera oggi l’economia spaziale rispetto a quello che Torino ha perso negli ultimi decenni?

“Sicuramente richiede professionalità più elevate anche a livello operaio. Non è la fabbrica degli anni Sessanta, organizzata sul modello taylorista in cui l’ex bracciante agricolo del Mezzogiorno veniva messo alla catena di montaggio di Mirafiori. Ma questo, per la verità, non era più vero da alcuni decenni anche nell’industria dell’auto, dove agli operai erano richieste competenze più elevate per gestire sistemi di automazione”.

In un contesto di crescente competizione geopolitica, quale ruolo può giocare Torino all’interno della strategia spaziale europea?

“Per l’Europa lo spazio ha un ruolo chiave sia per la sicurezza - un tema, questo, tornato prepotentemente d’attualità - sia per la crescita economica. È positivo che da un lato i Paesi membri dell’ESA, l’Agenzia Spaziale Europea, stiano rendendosene conto e abbiano sensibilmente accresciuto il budget dell’ente spaziale, mentre dall’altro le logiche economico-industriali siano tenute in maggiore considerazione rispetto a quelle della ripartizione delle attività fra gli Stati membri secondo una rigida applicazione di una sorta di “manuale Cencelli”. È una questione di competitività. Ma le aziende torinesi non lavorano soltanto per l’ESA. Fra i loro clienti vi sono la NASA. E i privati, come le americane Axiom Space e Blue Origin. Al momento direi che le prospettive per Torino sono buone”.

Perchè in Italia il settore spaziale è ancora percepito come distante e tecnico, e come spiegheresti a un cittadino torinese, segnato dalla crisi dell’industria tradizionale, che lo spazio non è qualcosa di astratto ma incide concretamente sulla sua vita quotidiana e sul futuro del territorio?

“Credo che vi sia ancora poca comprensione di quanto lo spazio tocchi le nostre vite. Lo spazio è vicino, molto più vicino di quanto possa sembrare. La Space Station orbita a soli 400 chilometri da noi, che è la distanza fra Torino e Firenze. Ogni giorno utilizziamo i satelliti artificiali per conoscere la nostra posizione e raggiungere una qualsiasi destinazione, per connetterci a Internet, per telefonare, per avere previsioni meteorologiche attendibili. Per ricevere le trasmissioni tv in diretta da ogni angolo del globo. Dallo spazio studiamo non soltanto l’universo, ma il pianeta Terra. Misuriamo i cambiamenti climatici, le risorse agricole, controlliamo gli oceani. Il nostro presente e il nostro futuro dipendono dallo spazio”.

Chi è Giancarlo Riolfo?

Giancarlo Riolfo è giornalista professionista e da oltre trent’anni racconta il mondo dell’industria, della tecnologia e dell’innovazione. Ha lavorato a lungo nella comunicazione interna del Gruppo Fiat, dove è stato anche caporedattore dell’house magazine Illustrato, contribuendo a costruire un linguaggio capace di tenere insieme industria, persone e trasformazione. Appassionato di volo e di esplorazione spaziale, ha affiancato all’attività professionale una lunga esperienza nel giornalismo specializzato. Per oltre vent’anni ha collaborato con La Stampa e con il mensile Volare, occupandosi di aviazione e spazio, temi su cui ha scritto anche per Panorama Economy, Science World Focus, Famiglia Cristiana e Le Stelle. Oggi collabora con il mensile VFR Aviation e con la rivista di astronomia Sky at Night. Pilota da diporto sportivo, unisce alla pratica del volo una costante attività di divulgazione, raccontando il cielo e lo spazio come luoghi di tecnologia, cultura e immaginazione.

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