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A Ivrea Epifania senza cessi e pipì agli angoli di tutte le strade. L'assessora ha un diavolo per capello

Epifania, Carnevale e grandi eventi, ma i servizi igienici restano chiusi o inesistenti. Tra promesse, lavori annunciati e ordinanze che non arrivano, in città fare pipì diventa un problema politico

A Ivrea Epifania senza cessi e pipì agli angoli di tutte le strade. L'assessora ha un diavolo per capello

A Ivrea Epifania senza cessi e pipì agli angoli di tutte le strade. L'assessora ha un diavolo per capello

Immaginate la scena. Epifania a Ivrea. Migliaia di persone per le strade, tra feluche, sciabole, passaggi di consegne e rituali solenni che profumano di tradizione e storia. Al mattino la cerimonia con il nuovo generale, al pomeriggio la messa. Una giornata di festa, di folla, di fotografie, di saluti e strette di mano. Tutto perfetto. O quasi.

Perché mentre Ivrea si riempie come un uovo, mentre bar e locali lavorano a pieno regime, mentre la città si vende – ancora una volta – come palcoscenico di eventi e folklore, c’è un dettaglio che sembra sfuggire a tutti: i bagni. O meglio, la loro totale, imbarazzante assenza. O, se preferite, la loro inagibilità certificata da foglietti appiccicati alle porte dei bar come avvisi funebri: “servizi non funzionanti”.

La scena, a tratti surreale, si consuma nel pieno centro cittadino. In giro per Ivrea ci sono un paio di consiglieri comunali, l’assessora Gabriella Colosso e anche la consigliera regionale Paola Antonetto. A un certo punto, senza giri di parole, arriva la frase che riporta tutti brutalmente alla realtà: «Mi scappa la pipì». Una frase semplice, umana, universale. Peccato che a Ivrea, nei giorni di festa, sembri essere una dichiarazione di guerra.

Niente da fare. Nessun bar con i servizi igienici agibili. Uno dopo l’altro, tutti chiusi. O meglio: aperti per servire caffè, spritz e panini, ma con i bagni sbarrati come fossero un bene di lusso riservato a pochi eletti. E non è un caso isolato, né una sfortunata coincidenza dell’Epifania. No. Perché, a quanto pare, è sempre così. Alle patronali, durante tutto il periodo del Carnevale, nei grandi eventi che attirano folle e turismo. Sempre la stessa storia: tanta gente, nessuna toilette.

E poi ci si stupisce. Ci si indigna. Ci si straccia le vesti quando qualcuno decide di risolvere il problema in modo poco elegante, magari scegliendo l’angolo di una via, un portone, un vicolo. Che vergogna, dicono. Che inciviltà. Certo. Ma forse, prima di puntare il dito, bisognerebbe chiedersi dove, esattamente, dovrebbero andare migliaia di persone quando la città chiude loro letteralmente le porte… del bagno.

cessi giusiana

stazione

lungodora

Sul tema l’assessora Gabriella Colosso non la manda a dire. Anzi, ha – parole testuali – un diavolo per capello. E annuncia controlli: «Nei prossimi giorni farò un controllo con il Suap. Devo capire se un bar con i servizi inagibili è inagibile a sua volta. Faremo di sicuro un’ordinanza». Tradotto: se il bagno non funziona, forse non dovrebbe funzionare nemmeno il resto.

Una riflessione che arriva tardi, ma che fotografa una realtà sotto gli occhi di tutti. Perché Ivrea, quando si tratta di grandi eventi, sembra dimenticarsi delle piccole cose. Quelle banali, scomode, ma essenziali. Come un bagno aperto. Va bene la tradizione, va bene la festa, va bene la folla. Ma prima o poi qualcuno dovrà pur dirlo: senza servizi igienici, la civiltà resta chiusa fuori.

Che poi il problema non sarebbe neanche un problema, se esistesse una rete minima di bagni pubblici funzionanti. E qui iniziano i dolori veri.

A febbraio 2025, fiato alle trombe e rullo di tamburi: sono finalmente terminati i lavori di ristrutturazione dei servizi igienici nell’area mercatale. Belli, spaziosi, puliti. Un’opera presentata come di grande impatto per la città, costata 48.584 euro. Problema risolto. Uno solo, però.

Perché mentre ancora si festeggia questo traguardo, resta apertissima la questione dei bagni pubblici chiusi da anni nel Giardino Giusiana, che il sindaco Matteo Chiantore ha promesso – giurin giuretto – di riaprire dopo una mozione delle Opposizioni approvata in Consiglio comunale. Una promessa rimasta, per ora, sulla carta.

Resta poi irrisolto anche il disastro dell’ex stazione ferroviaria, ormai ridotta a una vera e propria latrina a cielo aperto. Insomma, resta il problema di una città che, se ti scappa la pipì, o corri a casa o la fai dove capita. Non c’è alternativa.

C’è chi sporca senza ritegno per pura maleducazione e chi, disperato dalla mancanza di servizi igienici, si arrangia come può. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: muri, angoli e cespugli trasformati in vespasiani improvvisati, puzzolenti e indecorosi.

A denunciare questa situazione, alcuni mesi fa, era stato il consigliere comunale Massimiliano De Stefano. Lo aveva fatto con un’interpellanza in cui invitava Chiantore a firmare un’ordinanza per chiedere l’intervento dell’Asl e costringere Rfi a ripristinare i bagni esistenti sul primo binario. Lo aveva fatto anche sui social, postando foto inequivocabili di persone che, a destra e a sinistra, un po’ più in qua e un po’ più in là, tirano giù la cerniera e via. Qualcuno persino con l’espressione soddisfatta di chi non ce la faceva più.

Tra quelle immagini, anche la foto di un uomo che urina in corso Massimo D’Azeglio, in pieno centro storico, accanto al chiosco-edicola di Porta Vercelli.

Una soluzione, almeno temporanea, De Stefano l’aveva proposta: «Si mettano almeno dei bagni chimici…».
Una richiesta tanto banale quanto velenosa.

La realtà è che Ivrea non ha servizi igienici pubblici. E non si tratta di un dettaglio trascurabile.
Negli ultimi mesi sono arrivate segnalazioni fotografiche di ogni tipo: alcune impubblicabili, per i “dettagli anatomici” troppo espliciti; altre, paradossalmente, quasi “instagrammabili”.

Basta guardarsi intorno per capire quanto sia drammatica la situazione. Inutile chiedersi che cosa spinga un anziano signore, in pieno giorno, a fermarsi sul Lungodora, aprire la cerniera e fare pipì nel fiume. Probabilmente, se glielo chiedessimo, risponderebbe senza esitazioni: «Non avevo scelta. Ho la prostata… Sant’Iddio». Una risposta secca, senza giri di parole.

Si potrebbe ridere, se non ci fosse da piangere. Perché non è solo un gesto sconveniente: è il sintomo di una città che ignora i bisogni essenziali dei suoi abitanti e dei turisti.

Non riguarda solo gli anziani o i viandanti sulla via Francigena. Riguarda chiunque, dopo un caffè o una birra, si trovi in centro senza alternative.

E allora la domanda resta sospesa nell’aria: quando l’Amministrazione comunale di Matteo Chiantore deciderà di affrontare seriamente il problema? Quand’è che l’Asl To4 si degnerà di fare un giro per verificare le condizioni igienico-sanitarie della città?

Un problema che riguarda tutti, ma che per le donne è ancora più grave. Perché se per gli uomini, nel peggiore dei casi, c’è sempre un angolo appartato, per le donne resta solo il bar: una pipì, un caffè. Ma se il bar ha i servizi igienici inagibili?

La verità è che nella pianificazione degli investimenti bisognerebbe ripartire dalle basi. I bagni pubblici sono un servizio essenziale. Non è una questione di comfort, ma di rispetto. Per chi vive Ivrea ogni giorno e per chi la visita. Perché una città può essere bellissima, piena di eventi e celebrazioni. Ma se non sai dove andare quando scappa la pipì, tutta quella bellezza resta fuori dalla porta.

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