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06 Gennaio 2026 - 19:37
Il Prefetto di Torino
“Il più profondo sconcerto e la ferma indignazione in merito alle modalità con cui è stata condotta l’operazione di sgombero del centro sociale Askatasuna in data 18 dicembre 2025”. È con queste parole che si apre la lettera indirizzata al prefetto di Torino Donato Cafagna e firmata “Le famiglie del quartiere Vanchiglia” e “Il Comitato Genitori dell’Istituto comprensivo Gino Strada di Torino”. Un documento lungo, articolato e durissimo nei toni, che mette in discussione non solo lo sgombero in sé, ma soprattutto la gestione complessiva dell’ordine pubblico e le sue conseguenze dirette sulla vita quotidiana del quartiere.
“Le scriviamo – si legge – per denunciare una gestione dell’ordine pubblico che riteniamo sproporzionata e gravemente lesiva dei diritti della cittadinanza”, spiegano i firmatari, indicando fin da subito come i principali effetti di quelle scelte abbiano colpito i soggetti più fragili, a partire dai minori. Nella lettera vengono elencati in modo puntuale i motivi della protesta: la negazione del diritto allo studio, il disagio sociale e organizzativo causato alle famiglie, la perdita di un luogo di socialità ritenuto centrale per il quartiere, la richiesta di una progettualità futura per l’area e, infine, una esplicita riserva di azione legale.
Un passaggio che chiarisce come la presa di posizione non sia solo politica o simbolica.
“Le famiglie firmatarie – prosegue la lettera – intendono sottolineare che non rimarranno inerti di fronte a quella che consideriamo una violazione dei diritti costituzionali dei minori”. Da qui l’avvertimento finale: “Siamo pronti a procedere per vie legali per accertare le responsabilità di un’interruzione di pubblico servizio, quello scolastico, avvenuta in assenza di una reale emergenza che giustificasse tale privazione”.

Il nodo centrale, per i genitori, resta infatti quanto accaduto alle scuole del quartiere. “L’improvvisa chiusura e il blocco totale di ben quattro arterie stradali hanno impedito a centinaia di minori di esercitare il proprio diritto-dovere all’istruzione”, si legge ancora. La sospensione delle lezioni, sottolineano, “non è avvenuta a fronte di un pericolo imminente e documentato”, ma esclusivamente “come conseguenza di una scelta logistica che ha trasformato un quartiere residenziale in una ‘zona rossa’ invalicabile”. Un’espressione che restituisce l’immagine di un’intera area urbana improvvisamente blindata, con ricadute immediate sulla quotidianità di famiglie e bambini.
Ricadute che, secondo i firmatari, sono state del tutto sottovalutate. “Le famiglie, avvisate senza il preavviso necessario, si sono trovate nell’impossibilità di gestire la giornata lavorativa e la custodia dei figli”. Nessuna comunicazione tempestiva, nessuna possibilità di organizzarsi. Una situazione che, scrivono, “ha generato un clima di tensione e incertezza che mal si concilia con la serenità che dovrebbe circondare i luoghi della formazione e dell’istruzione”. Parole che raccontano un disagio concreto, fatto di lavoro saltato, bambini spaesati e genitori lasciati soli a fronteggiare decisioni calate dall’alto.
La lettera allarga poi lo sguardo oltre l’emergenza scolastica e affronta il tema del ruolo svolto dal centro sociale sgomberato all’interno del quartiere. “Preme sottolineare che il centro sociale oggetto dello sgombero rappresentava per noi residenti, grandi e piccini, un fondamentale punto di riferimento”, scrivono le famiglie di Vanchiglia e il comitato di genitori. In una zona descritta come “troppo spesso abbandonata a sé stessa”, quella realtà garantiva “aggregazione, cultura e, soprattutto, un efficace contrasto al degrado e allo spaccio di stupefacenti attraverso la presenza attiva sul territorio”.
Da qui una valutazione che rovescia la logica dell’intervento: “Lo sgombero, paradossalmente, rischia di restituire quegli spazi all’incuria e alla criminalità che il centro riusciva a contenere”. Non una difesa ideologica, ma una lettura basata sull’esperienza quotidiana di chi il quartiere lo vive ogni giorno e ne conosce fragilità e contraddizioni.
Nelle battute finali, la lettera torna a concentrarsi sui bambini e sul rientro a scuola previsto per il 7 gennaio 2026. “Chiediamo quali protocolli o garanzie siano stati concordati per assicurare che il rientro avvenga in un clima di totale serenità per i bambini e le bambine e per tutto il personale scolastico”. Una preoccupazione che si fa ancora più esplicita nel passaggio successivo: “La possibilità che i bambini e le bambine entrino a scuola circondati da forze dell’ordine potrebbe compromettere la loro tranquillità e creare un clima di terrore e paura”.
Il documento si chiude con un’immagine forte, che restituisce il senso di smarrimento denunciato dai genitori. “I nostri figli e le nostre figlie hanno il diritto di vivere il proprio quartiere con serenità, senza dover assistere a scenari che ricordano un clima di guerra, tra schieramenti di forze dell’ordine e barricate”. Da qui l’ultima domanda, rivolta direttamente alle istituzioni: “Quali sono i programmi futuri per l’area in questione? Quali misure verranno adottate per garantire la vivibilità e la serenità dei cittadini e delle cittadine?”. Una domanda che, al di là dello sgombero, chiama in causa il futuro di Vanchiglia e il modo in cui viene governata.
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