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Chi ha dato l’ordine di sparare in ospedale? Iran, proteste nel sangue tra crisi economica e repressione

Sparatorie tra i letti dell’ospedale Imam Khomeini di Ilam, almeno 35 morti e oltre 1.200 arresti in tutto il Paese. Il governo promette un’inchiesta mentre il rial crolla, l’inflazione cresce e le proteste contro il carovita si estendono a 27 province

Chi ha dato l’ordine di sparare in ospedale? Iran, proteste nel sangue tra crisi economica e repressione

ALI KHAMENEI GUIDA SUPREMA DELL'IRAN

Un corridoio in penombra, bombole di ossigeno accatastate lungo le pareti, bambini trasferiti in fretta in terapia intensiva. Poi gli spari, ravvicinati. È questa la scena descritta da video e testimonianze raccolte da organizzazioni per i diritti umani sull’irruzione delle forze di sicurezza nell’ospedale Imam Khomeini di Ilam, nell’Iran occidentale. Medici e infermieri stavano curando i feriti provenienti da Malekshahi, dove poche ore prima si erano verificati scontri armati tra manifestanti e apparati statali. All’esterno, familiari e cittadini avrebbero tentato di impedire l’ingresso delle unità antisommossa formando cordoni umani. Secondo reti indipendenti di attivisti, il bilancio delle ultime due settimane di proteste contro il carovita è di almeno 35 morti e oltre 1.200 arresti in tutto il Paese.

La nuova ondata di mobilitazione nasce dal peggioramento rapido delle condizioni economiche. Il rial, la valuta nazionale, ha toccato un nuovo minimo storico, scivolando sul mercato parallelo intorno a 1,46 milioni di rial per un dollaro. L’inflazione resta molto elevata, con stime che superano il 40 per cento e che per alimentari e beni essenziali arrivano oltre il 50 per cento. In questo contesto, le proteste si sono estese rapidamente, coinvolgendo 27 province su 31, con scontri, uso di gas lacrimogeni e cariche contro manifestazioni e sit-in, compresi quelli al Grand Bazaar di Teheran, un segnale politico rilevante.

Di fronte alle accuse sull’episodio di Ilam, il presidente Masoud Pezeshkian ha annunciato l’apertura di «un’indagine completa» e ha promesso misure economiche d’emergenza. Allo stesso tempo, la repressione non si è arrestata. Secondo osservatori indipendenti, arresti e fermi sono avvenuti in decine di città, spesso senza comunicazioni tempestive ai familiari e con trasferimenti in strutture di detenzione non sempre dichiarate. Tra i fermati figurano studenti, commercianti e attivisti locali. Le autorità hanno ammesso anche vittime e feriti tra le forze dell’ordine.

Le informazioni su quanto accaduto a Malekshahi e all’ospedale Imam Khomeini provengono da fonti locali, personale sanitario e organizzazioni per i diritti umani. Secondo questi resoconti, unità legate ai pasdaran (Corpi delle Guardie della Rivoluzione Islamica) avrebbero aperto il fuoco durante una protesta, provocando morti e numerosi feriti. Parte di questi sarebbe stata trasferita nel principale presidio sanitario di Ilam, dove squadre in assetto antisommossa sarebbero entrate con l’obiettivo di arrestare i feriti e recuperare i corpi delle vittime. I filmati mostrano tensioni all’interno del perimetro ospedaliero, con lanci di gas lacrimogeni e colpi d’arma da fuoco uditi nei corridoi.

Organizzazioni come la Kurdistan Human Rights Network e altri gruppi di monitoraggio curdi hanno parlato apertamente di assedio a una struttura sanitaria e hanno diffuso le identità di alcune vittime. Esperti di diritto internazionale ricordano che l’inviolabilità degli ospedali è un principio fondamentale del diritto umanitario e che la sua violazione, soprattutto in assenza di un conflitto armato dichiarato, rappresenta una soglia estremamente grave.

Sul piano politico interno, Masoud Pezeshkian, eletto con la promessa di alleviare la pressione economica e adottare un approccio pragmatico, ha incaricato il ministero dell’Interno di verificare i fatti. Resta però aperto il nodo dell’autonomia reale di un’inchiesta che tocca direttamente apparati di sicurezza potenti e strutturati, compresi i Basij, la milizia impiegata nel controllo dell’ordine pubblico.

I numeri delle vittime variano a seconda delle fonti, ma tutte concordano sulla gravità della situazione. Reti come HRANA (Human Rights Activists News Agency) e gruppi come Hengaw parlano di un bilancio compreso tra 25 e 35 morti, inclusi alcuni minori. Le proteste e gli scontri avrebbero interessato oltre 250 località, dal nord-est di Mashhadall’ovest di Kermanshah, fino alle regioni meridionali ricche di idrocarburi. In assenza di dati ufficiali completi, gli osservatori incrociano testimonianze, immagini e video geolocalizzati diffusi sui social network.

Alla base della protesta c’è anche la riforma dei sussidi. Il governo ha rivisto il sistema dei tassi di cambio agevolati per importatori e produttori, noto come “dollaro preferenziale”, che per anni ha contenuto i prezzi di beni essenziali come olio, pollo e latticini. L’allineamento dei prezzi al cambio reale ha provocato aumenti immediati sugli scaffali. Pezeshkian ha promesso di sostituire questo meccanismo con trasferimenti diretti alle famiglie, ma nel breve periodo l’effetto combinato di inflazione e svalutazione rischia di aggravare ulteriormente le tensioni sociali.

Sul piano internazionale, la reazione è stata netta. Il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha definito l’irruzione in un ospedale «un crimine contro l’umanità» e ha chiesto a Teheran di rispettare il diritto internazionale e la neutralità delle strutture mediche. La crisi si inserisce in un quadro regionale instabile e in un momento di rinnovata tensione sul dossier nucleare, con sanzioni che continuano a pesare sull’economia iraniana e ad alimentare il dibattito interno sul costo dell’isolamento.

Le autorità iraniane insistono sulla narrativa del complotto esterno, parlando di infiltrazioni straniere nelle proteste. Al tempo stesso, canali di opposizione in esilio rilanciano appelli alla disobbedienza civile e alle serrate nei mercati. In mezzo restano i commercianti e i lavoratori, stretti tra costi in aumento e consumi in calo.

Un elemento che segna un passaggio delicato è la militarizzazione degli spazi sanitari. L’ingresso armato in un ospedale, l’uso di gas lacrimogeni nelle corsie e l’interruzione delle cure, se confermati, configurano violazioni gravi del diritto alla salute e delle convenzioni internazionali. Secondo alcune testimonianze, durante l’irruzione di Ilammembri del personale sanitario sarebbero stati percossi e alcuni pazienti, compresi bambini, avrebbero subito conseguenze per l’esposizione ai gas.

Nel breve periodo, l’Iran deve affrontare una combinazione complessa di sfide: stabilizzare la valuta, garantire l’importazione di beni strategici e proteggere il potere d’acquisto senza alimentare nuova inflazione. Ogni scelta economica ha però ricadute politiche immediate. Se le proteste continueranno, crescerà la pressione per nuove misure repressive. L’inchiesta annunciata sull’episodio dell’ospedale rappresenta un banco di prova decisivo: la sua credibilità dipenderà dalla capacità di accertare responsabilità individuali e rendere pubblici i risultati.

Al momento, restano alcuni punti fermi. Le proteste hanno già provocato decine di morti e migliaia di arresti. La crisi economica continua a erodere salari e risparmi. E l’uso della forza all’interno di una struttura sanitaria segna una linea che, secondo osservatori e giuristi, non dovrebbe essere oltrepassata. Se l’indagine promessa dal governo vorrà avere un significato reale, dovrà chiarire cosa è accaduto a Ilam e indicare con precisione chi ha dato gli ordini e con quali regole d’ingaggio.

Fonti utilizzate: Human Rights Activists News Agency (HRANA), Kurdistan Human Rights Network, Hengaw, HANA Human Rights Organization, dichiarazioni ufficiali del governo iraniano, comunicati del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, media indipendenti in lingua persiana e inglese.

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