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Qualcosa di sinistra
05 Gennaio 2026 - 19:24
Stefano Lo Russo
La campagna elettorale per Torino è iniziata nel peggiore dei modi. Il piddì, partito di governo che esprime il sindaco alla ricerca della riconferma, deve guardarsi dagli avversari esterni (gli esponenti della destra-destra), divenuti sempre più aggressivi, e da quelli nel perimetro (i pentastellati, i sinistri e i malpancisti di partito) che mostrano, senza remore, il dente avvelenato.
I temi coi quali si tenta di mettere alle corde il sindaco sono insidiosi: la sicurezza in tutte le sue declinazioni, il moderatismo politico e l’immobilismo amministrativo. Il confronto politico supera di gran lunga la questione della reale sicurezza di Torino. Per spiegarmi: a novembre di quest’anno, la città si è classificata sesta in Italia per numero di reati denunciati, eppure i torinesi non esprimono un alto grado di allarme. Se s’indaga meglio, però, la situazione cambia: circa un terzo degli abitanti ritiene che lo scarso controllo del territorio sia la prima causa della microcriminalità.

Maurizio Marrone
In questo scorcio d’anno, il sindaco è stato messo sotto assedio: l’assessore regionale Maurizio Marrone e Augusta Montaruli, parlamentare (entrambi campioni della dx meloniana), il professor Angelo D’Orsi (ex candidato alternativo a sx dell’attuale sindaco alle scorse elezioni comunali) e Chiara Appendino (autodefinitasi progressista indipendente [sic]), con il capogruppo pentastellato Andrea Russi, l’hanno stretto quasi all’angolo.
Quello che serve a Torino non è la difesa d’ufficio del suo governo nel vuoto del partito di maggioranza relativa né l’invettiva dei campioni dell’allarme securitario, tanto meno il rancore dei pentastellati (che non si capisce di che colore sono) e neppure la caduta di stile di uno stimatissimo professore universitario e il tranello di un manipolo di compagni di strada.
Difficile accettare la decadenza di Torino, la sua marginalizzazione, la perdita inesorabile della manifattura, l’invecchiamento dei suoi cittadini, l’impoverimento, la classe dirigente incapace di un pensiero. Difficile pensare un altro destino, eppure Torino è stata locomotiva e laboratorio insieme.
Non tutto però comincia e finisce con un edificio occupato, non tutto è questione di ordine pubblico e, se lo si volesse davvero da ambo le parti, gli accordi potrebbero avere un peso e non essere solo una furba scorciatoia.
Stando ai resoconti della conferenza stampa di fine anno, le parole del sindaco, reduce da una riconferma da parte del gruppo dirigente del suo partito, lasciano solo intravedere la direzione.
Certo, se il centro destra vuole avere una possibilità si dovrà confrontare con «i toni bassi e misura tipicamente sabauda», rivendicati dal primo cittadino come cifra della giunta torinese, mettendo da parte le rodomontate degli alfieri meloniani. Torino e le sue periferie, tuttavia, potrebbero riservare delle sorprese.
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