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05 Gennaio 2026 - 16:45
Chiara Casalino, assessore al Bilancio del Comune di Chivasso
Riceviamo e pubblichiamo.
Il Bilancio POP 2024 del Comune di Chivasso si presenta come uno strumento di rendicontazione chiaro, accessibile, persino rassicurante. Grafici ordinati, linguaggio semplificato, numeri tradotti in parole comprensibili. Tutto corretto. Tutto utile. Eppure, proprio questa chiarezza apparente rischia di nascondere ciò che un bilancio pubblico dovrebbe invece rendere esplicito: le scelte politiche che stanno dietro ai numeri.
Perché un bilancio non è mai neutro. Non lo è quando decide da chi prendere le risorse e non lo è quando stabilisce dove destinarle. Il Bilancio POP racconta ciò che è stato fatto, ma evita accuratamente di interrogarsi su ciò che non è stato fatto, su ciò che è rimasto ai margini, su chi continua a non trovare risposta nei documenti ufficiali.
Le entrate comunali crescono, e questo viene presentato come un segnale di buona salute finanziaria. Ma da dove arrivano queste risorse? In larga parte da tributi che gravano direttamente sui cittadini: IMU, TARI, addizionale IRPEF. Strumenti legittimi, certo, ma che colpiscono in modo diverso chi ha molto e chi ha poco. Nel Bilancio POP non c’è traccia di una riflessione sulla giustizia fiscale, sulla progressività del prelievo, sull’impatto delle imposte locali su salari bassi, pensioni minime, lavoro precario.
Si cresce, sì. Ma chi sostiene questa crescita? E chi ne beneficia realmente?

Marco Riva Cambrino
Guardando alle spese emerge un dato politico chiaro: il Comune funziona, l’apparato amministrativo è solido, i servizi istituzionali sono finanziati in modo consistente. Ma quando si entra nel merito delle politiche sociali, il quadro cambia.
Le risorse destinate ai diritti sociali esistono, ma restano insufficienti e frammentate. Le politiche per il lavoro sono residuali. Quelle per l’abitare si muovono esclusivamente sul piano emergenziale. La marginalità non viene affrontata come fenomeno strutturale, ma come problema da tamponare.
È la logica dell’assistenza minima, non quella dell’emancipazione. Si garantisce la sopravvivenza, non si costruiscono percorsi di autonomia.
Nel Bilancio POP si leggono numeri ordinati anche sui servizi di accoglienza. Ma dietro quei numeri resta una realtà che il documento non osa nominare: la povertà estrema è diventata normalità amministrativa.
Dodici posti letto non sono una politica abitativa. Sono un alibi. Un modo per dire che qualcosa c’è, senza affrontare il fatto che non basta. Non c’è una strategia strutturale sull’abitare, non c’è una visione sul contrasto alla marginalità, non c’è un’idea di città che non lasci indietro gli ultimi.
Il bilancio fotografa l’esistente e lo legittima, ma non mette mai in discussione l’insufficienza delle risposte.
Ampio spazio è dedicato a eventi, manifestazioni, iniziative culturali. Anche qui, nulla di sbagliato. La cultura è un bene pubblico. Ma quando diventa prevalente sul piano simbolico e marginale su quello sociale, rischia di trasformarsi in decorazione.
Una città non è giusta perché organizza eventi. È giusta quando garantisce diritti. La cultura dovrebbe essere strumento di inclusione e di critica, non compensazione estetica delle disuguaglianze.
Il Bilancio POP parla di ascolto dei cittadini. Ma ascoltare non significa decidere insieme. La partecipazione descritta è consultiva, non deliberativa. I cittadini vengono interpellati, ma non messi nelle condizioni di incidere realmente sulle priorità di spesa.
È una partecipazione che rassicura l’amministrazione, non che rafforza la democrazia.
Il Bilancio POP 2024 di Chivasso è un documento ben fatto sul piano tecnico e comunicativo. Ma proprio per questo va letto con attenzione critica. Racconta una città ordinata, efficiente, amministrata. Non racconta una città che prova a ridurre le disuguaglianze, a redistribuire opportunità, a trasformare l’esistente.
La trasparenza, da sola, non basta. Senza una visione politica orientata alla giustizia sociale, il rischio è che i numeri diventino un velo, non uno strumento di consapevolezza.
Un bilancio dovrebbe dirci non solo come si spendono i soldi pubblici, ma per chi. E soprattutto, chi resta ancora fuori.
Marco Riva Cambrino – Socialista
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