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03 Gennaio 2026 - 10:14
Michael Flacks
L’annuncio arriva via LinkedIn, con il linguaggio asciutto e ottimista tipico della finanza globale, ma dietro quelle righe si muove uno dei dossier industriali più pesanti, controversi e politicamente esplosivi d’Italia. Michael Flacks, magnate inglese e fondatore del Flacks Group, fondo di investimento con sede a Miami specializzato in ristrutturazioni industriali e finanziarie, ha comunicato di aver raggiunto un accordo con il Governo italiano per l’acquisizione dell’ex Ilva. Non solo Taranto, dunque, ma anche gli stabilimenti di Novi Ligure, Racconigi e Gattinara finiscono dentro un’operazione che promette di riscrivere il futuro della siderurgia italiana.
Le trattative, formalmente, sono ancora in corso. Ma nella sostanza il fondo americano è ormai in pole position. Gli altri potenziali interessati si sono sfilati o non si sono mai realmente affacciati, lasciando sul tavolo una sola offerta: quella di Flacks. Un’offerta che, secondo indiscrezioni di stampa, metterebbe sul piatto 5 miliardi di euro di investimenti, con l’obiettivo di riportare la produzione a 4 milioni di tonnellate di acciaio l’anno e avviare la tanto evocata – e mai davvero realizzata – conversione degli altiforni in forni elettrici, passaggio chiave per la decarbonizzazione.

Il tutto, almeno sulla carta, senza intaccare gli attuali livelli occupazionali. Una promessa che pesa come un macigno in territori dove l’ex Ilva non è solo un’azienda, ma una questione sociale, sanitaria e politica che dura da oltre un decennio.
Il disegno che prende forma è quello delle nuove Acciaierie d’Italia, con una presenza dello Stato italiano come azionista di minoranza, indicativamente attorno al 40%. Una partecipazione pubblica che il Governo considera una garanzia di controllo, ma che per sindacati e lavoratori rischia di trasformarsi in una semplice foglia di fico se il baricentro resta saldamente nelle mani di un fondo speculativo.
Palazzo Chigi punta a chiudere la cessione entro la primavera del 2026. Solo allora, dicono fonti governative, si entrerà nel dettaglio del piano industriale e di ristrutturazione. Solo allora si capirà davvero cosa ne sarà degli impianti, dei lavoratori, dell’indotto e delle comunità che convivono da anni con una fabbrica che ha prodotto acciaio, ma anche malattia, inquinamento e conflitti sociali.
C’è però un punto che continua a emergere con forza: Flacks non è un partner industriale siderurgico. È un fondo di investimento, abituato a entrare in aziende in difficoltà, ristrutturarle, rimetterle sul mercato e rivenderle. Una logica finanziaria che mal si concilia, almeno sulla carta, con una vertenza industriale che richiede investimenti di lungo periodo, stabilità occupazionale e una transizione ecologica reale, non solo annunciata.
Ed è proprio su questo che esplode la reazione dei sindacati. Le parole sono dure, il tono tutt’altro che conciliante.
Loris Scarpa, coordinatore nazionale siderurgia per la Fiom-Cgil, non usa giri di parole: «Apprendiamo che i commissari straordinari di Acciaierie d’Italia e Ilva in amministrazione straordinaria hanno deciso di proseguire il negoziato per l’acquisizione degli stabilimenti in esclusiva con il fondo di investimento americano Flacks Group. È inaccettabile che le trattative avvengano con fondi speculativi alle spalle dei lavoratori. Ora più che mai è necessaria la costituzione di una società a maggioranza pubblica al fine di garantire la continuità industriale per la decarbonizzazione e l’occupazione».
Ancora più articolata – e preoccupata – la posizione della Uilm. Rocco Palombella, segretario generale, mette in fila una serie di criticità che pesano come pietre: «La scelta da parte dei commissari dell’ex Ilva di ritenere migliore l’offerta presentata da Flacks Group ci preoccupa per molti aspetti. In primo luogo perché si tratta, di fatto, dell’unica proposta presentata per l’acquisto dell’intero gruppo ex Ilva. Inoltre si tratta di un fondo di investimento, senza alcuna solidità industriale e che, per di più, non si è mai occupato di acciaio».
E non è solo una questione di curriculum industriale. «Non abbiamo dettagli sul piano industriale presentato – prosegue Palombella – se non titoli o indiscrezioni di giornali e agenzie. Prima dell’avvio della trattativa in esclusiva con Flacks chiediamo ai commissari e al Governo un urgente incontro a Palazzo Chigi, alla presenza della presidente Giorgia Meloni, per conoscere tutti gli aspetti occupazionali, ambientali e industriali dell’offerta presentata». Il messaggio è chiaro: niente pacchi preconfezionati, niente accordi calati dall’alto. «Vogliamo negoziare il piano industriale, gli investimenti ambientali e tecnologici, i livelli occupazionali, il ruolo dello Stato e le garanzie per i lavoratori e le comunità interessate. È fondamentale un ruolo centrale dello Stato nella futura società».
Sulla stessa linea la Fim-Cisl, che con Valerio D’Alò, segretario nazionale, prova a spostare il focus dal nome dell’investitore alla sostanza: «Vogliamo ragionare di piani, non di nomi. Di rilancio produttivo, di decarbonizzazione, di occupazione per tutti i lavoratori coinvolti, siano essi diretti, di Ilva in amministrazione straordinaria o degli appalti».
Insomma, mentre il Governo guarda alla primavera 2026 come a una scadenza tecnica, nei territori e nelle fabbriche il tempo è già scaduto da un pezzo. L’ex Ilva resta sospesa tra promesse di rilancio, annunci green, equilibri politici e il timore, sempre più concreto, che dietro la parola “investimento” si nasconda l’ennesima operazione finanziaria. E questa volta, a differenza di altre, non ci sono più margini per errori.
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