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“Politici zombie e giustizia-clava”: il ritorno (amaro) di Beppe Grillo

Un post di fine anno, poche righe e molte schegge: nel Capodanno italiano rientra in scena il fondatore del M5S con un j’accuse contro la politica “che recita” e contro la “giustizia” usata come strumento di lotta. E tra le righe c’è anche il suo passato recente.

“Politici zombie e giustizia-clava”: il ritorno (amaro) di Beppe Grillo

Beppe Grillo

Il ritorno di Beppe Grillo nel Capodanno italiano non passa dai fuochi ma da una lama. Un post breve, affilato, pubblicato mentre il Paese conta brindisi e bilanci, che rompe la liturgia delle frasi di circostanza e rimette in circolo parole che pesano. La politica è popolata da “zombie”, la giustizia viene brandita “come una clava”, la verità segue “percorsi tortuosi”. Niente auguri, nessuna carezza. Solo una scrittura che arriva come un taglio netto e che, al di là della forma letteraria, chiede di essere letta alla luce dei fatti che negli ultimi dodici mesi hanno attraversato la sua storia personale e quella del Movimento 5 Stelle.

Grillo si definisce “postumo”, rivendica il silenzio come “la forma più elevata di presenza”, poi affonda. Scrive che la politica “continua a recitare”, che “cambiano sigle e simboli ma le facce sono sempre le stesse”, che quelle facce “si trascinano come zombie con la scorta tra i palazzi”. È il suo linguaggio classico, riconoscibile, ma collocato in un tempo diverso. Non è più il fondatore che guida, né il garante che sorveglia. È un autore che torna a parlare mentre l’oggetto del suo discorso – il Movimento – ha cambiato pelle e lo ha ufficialmente estromesso dal proprio perimetro.

Il passaggio più delicato è quello sulla giustizia. Quando Grillo scrive che quella parola “solenne” viene agitata “come una bandiera e usata come una clava”, non sta facendo solo retorica. Il post arriva poche settimane dopo il deposito delle motivazioni della sentenza di primo grado sul caso che ha coinvolto il figlio Ciro Grillo, condannato a otto anni insieme a due amici per violenza sessuale di gruppo, con un quarto imputato condannato a sei anni e sei mesi. La sentenza non è definitiva, l’appello è annunciato, e il procedimento è ancora aperto. Ma il contesto è quello di una vicenda giudiziaria che ha saturato il dibattito pubblico e che rende inevitabile una lettura a doppio livello.

Nel testo non ci sono nomi, non ci sono attacchi diretti a magistrati o avvocati. C’è però una riflessione esplicita sullo scarto tra verità, tempo e giustizia, sui “tempi e le logiche” che spesso procedono lontano da ciò che appare giusto. Può essere una considerazione generale, ma risuona anche come una nota autobiografica. Il confine tra allegoria e allusione è sottile, e Grillo lo percorre con consapevolezza.

L’altra lama colpisce la politica. L’immagine degli “zombie” non è nuova nel suo repertorio, ma riproporla oggi ha un significato diverso. Arriva dopo la rottura formale con il Movimento, dopo la cancellazione del ruolo di Garante, dopo la stagione della “Costituente” che ha certificato la fine del suo potere interno con una consultazione online che ha superato il quorum e sancito l’abolizione della sua funzione. Arriva, soprattutto, mentre il M5S guidato da Giuseppe Conte lavora a un posizionamento stabile nel campo del centrosinistra.

Quando Grillo parla di “recita”, richiama il vocabolario originario del Movimento: la politica come teatro, la casta che cambia costume ma non copione. Il paradosso è che proprio la parabola del M5S – dalla protesta al governo, dall’istituzionalizzazione all’opposizione – ha finito per ribaltare quella critica dall’interno. Grillo lo lascia intendere senza dirlo apertamente, con un congedo amaro: “Ho parlato, ho urlato… poi sono rimasto in silenzio perché arriva un punto in cui le parole diventano rumore”.

Il suo non è un ritorno operativo, né l’annuncio di una nuova avventura politica. È un intervento d’autore che tenta di piegare la narrazione. Riafferma il blog come luogo di parola non mediata, in contrasto con la comunicazione istituzionale del Movimento. Riattiva un lessico – zombie, clava, postumo – che intercetta un sentimento ancora diffuso: l’idea di una politica autoreferenziale e di una giustizia trasformata in terreno di tifo. È lo stesso humus che ha alimentato l’ascesa del M5S e che oggi non trova una rappresentazione chiara.

Il testo non contiene istruzioni per l’uso, né chiamate alle armi. Ma apre domande che resteranno sul tavolo. Grillo tornerà a un’attività più strutturata, magari fuori dal Movimento? Le indiscrezioni circolate nel 2025 su possibili liste locali restano tali, senza riscontri concreti. Il suo ruolo, per ora, è quello di una coscienza critica esterna, capace di polarizzare attenzione senza assumersi il peso dell’organizzazione. Un ruolo che il M5S di Conte evita accuratamente di seguire, scegliendo un profilo opposto.

Colpisce anche il silenzio interno al Movimento. Nessuna replica ufficiale, nessuna polemica immediata. Un vuoto che pesa quanto le parole. In una relazione segnata da strappi pubblici, anche il non detto diventa una scelta politica.

Alla fine restano tre parole chiave. Zombie, come fotografia di un potere che si ripete e si protegge, con la scorta a fare da metafora. Clava, come denuncia dell’uso strumentale della giustizia nel dibattito pubblico, tema scivoloso e inevitabilmente controverso. Postumo, l’autodefinizione più teatrale: l’idea di essere oltre il proprio tempo. Ma è proprio il tempo – con le sue date, i suoi voti, le sue sentenze – a dare peso al messaggio. E il 1° gennaio 2026 il ritorno di Grillo è, oggettivamente, una notizia.

Se la politica è una recita, come scrive lui, stavolta l’attore non chiede applausi. Pretende un cambio di scena. E lascia aperta una domanda semplice e scomoda: quanto spazio c’è oggi, in Italia, per una narrazione anti-sistema dopo che quella narrazione è diventata governo, poi istituzione, infine opposizione?

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