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Venaus, vent’anni dopo: la valle torna a marciare

A due decenni dallo sgombero del 2005, migliaia di persone attese l'8 dicembre per la camminata popolare da Venaus a San Giuliano: memoria, resistenza e una valle che non si piega

Venaus, vent’anni dopo: la valle torna a marciare

Ci sono date che non si cancellano. Rimangono lì, incise nella memoria collettiva come cicatrici e come promemoria. L’8 dicembre 2005 è una di quelle. È la notte in cui un’intera valle decise di non piegarsi, di rialzarsi dopo le manganellate, le ruspe, la violenza dello Stato. È la notte in cui la marcia verso Venaus cambiò il corso della storia del movimento No Tav, trasformando una protesta locale in un simbolo nazionale di resistenza civile. E oggi, vent’anni dopo, quella storia ritorna sulle strade della Valle di Susa: il movimento torna a camminare, non per nostalgia ma per ribadire che la lotta non è finita, che la Valle continua a essere un laboratorio di democrazia dal basso e un luogo dove le comunità difendono il territorio come si difende una casa.

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Questo 8 dicembre 2025, mentre la valle si sveglia lentamente sotto il cielo lattiginoso d’inverno, Venaus è già un brulicare di movimenti. Sono da poco passate le 11 e la marcia inizierà solo alle 13, ma le bandiere No Tav hanno già cominciato a colorare le strade. C’è chi arriva con largo anticipo come nelle giornate importanti, chi scarica gli striscioni, chi sistema i tavoli informativi e chi fa un sopralluogo sul percorso del corteo. I trattori degli agricoltori — presenze immancabili nelle grandi mobilitazioni della valle — iniziano a posizionarsi all’ingresso del paese in attesa della partenza. Volontari e attivisti montano gli impianti audio, testano i microfoni, preparano gli interventi previsti all’arrivo a San Giuliano.

Nei bar ancora semivuoti, ma già in fermento, ci si ritrova dopo anni: «Ti ricordi quella notte?», si sente bisbigliare mentre qualcuno mostra sul telefono le foto del 2005. I più giovani ascoltano, molti di loro nati dopo quei giorni, mentre i genitori spiegano cosa significò vedere il presidio di Venaus sgomberato con la forza e perché oggi, vent’anni dopo, è importante esserci di nuovo. Ogni minuto nuovi gruppi arrivano da Susa, Bussoleno, Chianocco, Torino e da molte altre città italiane. Ci sono famiglie, comitati, movimenti ambientalisti, amministratori locali solidali, delegazioni provenienti da ogni angolo del Paese e perfino dall’estero.

La marcia non è ancora partita, ma il suo spirito è già nell’aria: determinazione, memoria, rabbia composta e una forte consapevolezza politica. Alle 13 il corteo si metterà in cammino verso San Giuliano, luogo simbolico non solo per la storia del movimento ma soprattutto per ciò che sta accadendo nelle ultime settimane. Qui, infatti, Telt ha proceduto alle cosiddette “prese di possesso” di alcune abitazioni, riaccendendo tensioni e preoccupazioni. Oggi la marcia vuole arrivare proprio lì, davanti a quelle case, trasformando la memoria di Venaus in un gesto politico concreto, attuale e necessario.

Nei giorni precedenti l’evento, la valle si è preparata come sempre accade nelle grandi occasioni. A Susa è stata inaugurata una mostra che ripercorre la stagione del 2005: fotografie delle barricate illuminate dalle torce, immagini dei presidi notturni, manifesti d’epoca, testimonianze e opere d’arte come la storica “Talpa” di Piero Gilardi, simbolo ironico e potente della resistenza alle grandi opere invasive. Chi l’ha visitata racconta di aver rivisto volti, scene, emozioni che sembravano sopite ma che oggi tornano in superficie con una forza nuova.

Nel frattempo, mentre Venaus si riempie e il corteo si prepara, diventa evidente come la partecipazione alla marcia sia cresciuta nel tempo senza perdere intensità. Ci sono gli irriducibili, i volti storici del movimento, e ci sono nuove generazioni che portano avanti una lotta che non hanno vissuto ma che sentono propria. La questione ambientale, più urgente che mai, dà oggi alla marcia un ulteriore contenuto: con le Alpi colpite dai cambiamenti climatici, le stagioni alterate e i ghiacciai in ritirata, difendere la valle significa difendere un ecosistema fragile e prezioso.

Oggi la Valle di Susa torna dunque a ribadire ciò che considera il cuore della propria battaglia: la difesa della democrazia, dei beni comuni, del diritto delle comunità a partecipare alle decisioni che cambiano il territorio. Lo sgombero del 2005, con la sua violenza e il suo fallimento politico, resta il simbolo di una frattura mai ricucita. La marcia di oggi mostra che quella richiesta di ascolto è ancora viva, ancora urgente, ancora inevasa.

Tra un paio d’ore il corteo partirà, e quando raggiungerà San Giuliano sarà impossibile non vedere in ogni volto, in ogni passo, la continuità di una storia che dura da vent’anni. Il movimento non è più quello spontaneo del 2005, ma una comunità radicata, adulta, capace di resistere ai cambiamenti politici e sociali. E il paradosso è proprio questo: la sua forza nasce dalla memoria, da quelle giornate di dicembre che hanno insegnato a migliaia di persone che difendere il proprio territorio è possibile, che una comunità unita può fermare perfino le ruspe.

Oggi, tra Venaus e San Giuliano, quella consapevolezza torna a farsi sentire.
E la valle, ancora una volta, cammina.

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