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A Torino parte una raccolta fondi per il fotoreporter aggredito in metropolitana

Il gesto di solidarietà nasce dopo il pugno in faccia e l’attrezzatura distrutta durante il corteo contro la violenza sulle donne

A Torino parte una raccolta fondi per il fotoreporter aggredito in metropolitana

A Torino parte una raccolta fondi per il fotoreporter aggredito in metropolitana (immagine di repertorio)

A Torino, a pochi giorni dalla Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, l’aggressione a un fotoreporter continua a produrre onde lunghe. Il 25 novembre, nel pieno della manifestazione organizzata dal movimento Non una di meno, un collaboratore dell’agenzia LaPresse era stato colpito con un pugno al volto dentro un vagone della metropolitana, alla fermata Marconi, mentre documentava la protesta. L’episodio, già di per sé grave, ha assunto un valore ancora più simbolico perché avvenuto nel giorno dedicato al contrasto della violenza di genere. Ora, per sostenerlo, è stato lanciato online un crowdfunding destinato a permettergli di riacquistare l’attrezzatura distrutta.

Secondo la ricostruzione, la scena si era consumata in pochi secondi. Un uomo, infastidito dalla presenza delle manifestanti, aveva iniziato a inveire contro alcune di loro mentre il convoglio restava fermo per la protesta. Alzata la macchina fotografica per documentare l’accaduto, il fotoreporter si era trovato di fronte a una reazione improvvisa e violenta: l’aggressore aveva scaraventato a terra più volte la fotocamera e poi gli aveva sferrato un pugno in pieno volto. Un gesto netto, non provocato, che aveva trasformato un momento di tensione in una vera aggressione, costringendo il professionista alle cure del pronto soccorso.

Da quel giorno, il collega – identificato con il nome di Matteo sui canali attraverso cui è stata lanciata la raccolta – ha ricevuto numerosi messaggi di vicinanza. Ma per continuare a lavorare serve innanzitutto ricomprare ciò che è andato distrutto. L’annuncio del crowdfunding sottolinea proprio questo: la macchina fotografica non è solo attrezzatura tecnica, ma lo strumento indispensabile per garantire al fotoreporter la possibilità di esercitare il proprio mestiere. La cifra necessaria, circa quattromila euro, rappresenta una spesa impossibile da sostenere nell’immediato per un giovane libero professionista, pagato a pezzo e senza le tutele tipiche del lavoro dipendente.

La campagna mette l’accento anche sul significato profondo dell’accaduto. Nell’appello si parla di un gesto «inaccettabile», non liquidabile come uno scatto d’ira, ma come un attacco al «diritto di raccontare, di documentare, di informare». Una frase che fotografa bene la fragilità del lavoro dei fotogiornalisti, spesso in prima linea nelle situazioni più complesse: cortei, manifestazioni, tensioni di piazza, contesti in cui basta un attimo perché l’obiettivo diventi un bersaglio.

Quanto accaduto nella metro Marconi apre una riflessione più ampia. L’episodio evidenzia quanto vulnerabili siano oggi coloro che, per mestiere, garantiscono la presenza di uno sguardo indipendente nei luoghi di conflitto sociale. Non è solo la violenza fisica a preoccupare, ma l’idea che un professionista possa essere zittito perché sta facendo il proprio lavoro. In un momento in cui la fiducia nell’informazione è già messa a dura prova da disinformazione, precarietà e aggressioni crescenti, ogni attacco ai cronisti mette a rischio lo spazio civile che consente a una comunità di conoscere ciò che accade.

L’aggressione del 25 novembre si inserisce, inoltre, in un contesto simbolico particolare. Quella giornata, dedicata nel mondo intero alla lotta contro le violenze di genere, aveva visto migliaia di persone scendere in strada in nome del rispetto, della sicurezza e della libertà delle donne. Il gesto dell’aggressore, in totale frattura con quel messaggio, è apparso da subito come una contraddizione bruciante: mentre la città chiedeva più tutela contro la brutalità, un cittadino trasformava un dissenso verbale in un atto di forza contro un lavoratore dell’informazione.

Da qui nasce la risposta collettiva. Il crowdfunding non è solo un sostegno materiale, ma diventa un modo per affermare un principio: il diritto di cronaca non si tocca. Sostenere Matteo significa dire che l’informazione non può essere intimidita, che i lavoratori dell’informazione non devono essere lasciati soli davanti alla violenza, che una comunità deve proteggere chi la aiuta a vedere e capire ciò che accade. La raccolta fondi è stata lanciata proprio con questo spirito, trasformando un episodio doloroso in un gesto corale di riparazione civile.

In attesa che vengano chiariti i contorni investigativi e che l’aggressore venga identificato, resta il significato profondo della vicenda: ciò che accade in un vagone della metro, in pochi secondi, può raccontare molto del rapporto sempre più difficile tra società e informazione. Per questo la mobilitazione di queste ore non riguarda solo un singolo professionista, ma l’intero principio della libertà di documentare gli eventi pubblici senza paura.

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