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18 Novembre 2025 - 19:50
Francesca Ongarello ha 83 anni
La prima cosa che colpisce entrando nella villa di via Tripoli, a Bosconero, non è l’arredamento né l’ampio giardino che si apre oltre le finestre. È la voce di Francesca, ottantatré anni compiuti lo scorso aprile, che parla lentamente ma con una lucidità che sorprende, quasi fosse abituata a difendersi – e forse lo è sempre stata.
«Sono una sopravvissuta», dice. E lo ripete più volte, come un ritornello che contiene un’intera biografia. Una biografia costruita su perdite, errori, inganni, ma soprattutto su un destino che sembra averla inseguita con una costanza crudele.
Quella di Francesca Ongarello Belluco è una vita che comincia in salita, e che in salita non ha mai smesso di essere. Nata il 24 aprile 1945 a Limbiate, Milano, figlia di una donna veneta, viene abbandonata subito dopo la nascita.
È la stessa Francesca a raccontarlo: «Mia madre mi ha abbandonata. Mi hanno portata in un orfanotrofio a Padova. Non mi ha voluta, non mi ha riconosciuta. Ma addosso mi è rimasto il suo cognome: Ongarello. Sono stata presa in affiliazione all'età di 4 anni da una donna e suo marito, ma non andavamo d’accordo. Si chiamava Argenide – tutti chiamavano Maria –Io l’ho sempre rispettata e chiamata mamma, ma non era una mamma. Mio padre? Non mi ha mai considerata anche se mi diede il suo cognome, Belluco».
Non c’è infanzia, in quel ricordo. Solo fame e diffidenza. «Non mangiavamo neppure a sufficienza. Avevo quattro anni». Poi, di nuovo, un trasferimento: la famiglia affidataria, poveri braccianti veneti, decide di andare a lavorare la terra in Piemonte, zona Alessandria. Il viaggio avviene com’era possibile allora, su un camion. Francesca non siede accanto agli adulti: la chiudono in una stia. «Mi hanno messa nella gabbia delle galline, durante il viaggio. Avevo paura».
È una bambina che cresce tra collegi e fughe. Prima l'orfanotrofio di Padova, poi l’istituto delle suore a Moncalvo, dove prova a scappare per ben due volte. Da adolescente, esce dal collegio con un avviamento professionale da sarta e ricamatrice. Ma il destino che le è stato assegnato continua a non assomigliare a una strada piana.
A quindici anni entra alla Fratelli Bosio s.r.l. di Castiglione, piccola fabbrica di ugelli per la Fiat di proprietà dei fratelli Bosio, uno dei quali, Giuseppe, era anche sindaco del paese. È lui a darle una casa, un alloggio dell’ex Cottolengo.
Ma l’equilibrio non dura: un litigio con il proprietario la lascia di nuovo in strada, dall’oggi al domani.
«Ero disperata e senza un tetto. Non sapevo che fare. Il tram per Torino costava 50 lire, li chiesi alla mia mamma affidataria. Scesi senza neppure sapessi dove mi trovavo e chiesi alle persone intorno dove potessi trovare una fabbrica. Sono finita, così, davanti alla Micron. Ho chiesto ai guardiani di aiutarmi. Avevo bisogno di un qualsiasi lavoro».

È la svolta della sua vita: l’azienda la prende come addetta alle pulizie dei torni e dello stabilimento. Si occupa dei pavimenti, dell’officina, dei reparti.
Ma qualcuno vede in lei altro. Le offrono un corso di tornitura di sette mesi. Sono i primi anni Sessanta in quella Torino che sta esplodendo nel boom economico e la ragazza che era stata cresciuta come una bambina di scorta diventa una delle prime donne al tornio in Piemonte. Una delle pochissime donne a occuparsi di lavorazioni meccaniche di precisione
Dieci anni da tornitrice specializzata, a fare ingranaggi anche in rame e alluminio, i più difficili da lavorare. Una medaglia al merito del lavoro.
«Mi hanno premiata. Ho lavorato tanto. Ho sempre lavorato tanto», dice mentre sfiora una foto incorniciata in salotto.
È alla Micron che conosce quello che diventerà suo marito. Anche lui operaio. Lei ha diciotto anni e una sola idea in testa: costruire finalmente una famiglia tutta sua.
«Tutti avevano una famiglia. Io no. Io volevo un bambino».
Si sposano, vivono nella miseria, tra l’officina e l’alloggio umido di Castiglione. Nasce Sergio, il figlio che lei descrive come «tutto quello che ho avuto».
Ma anche il matrimonio si rompe presto. Il marito ha un’altra relazione stabile, vuole sposare un’altra donna. Lei si ritrova sola a Torino, in un alloggio di corso Belgio. A otto anni del bambino arriva la separazione: «Quel giorno lui compiva otto anni. E io firmavo la separazione. Ero disperata». Il divorzio arriverà nel 1981.
Nel 1996, dopo trent’anni di lavoro, va in pensione a 51 anni. Nel 1993 si trasferisce a Bosconero.
Il 19 dicembre 2005 muore l’unica figura che le era rimasta accanto, la madre affidataria, a 98 anni. Francesca ne resta devastata. Il 13 gennaio 2006, tornando dal cimitero di Castiglione – dove era stata per occuparsi della tomba del padre – avviene l’incidente. Sulla strada tra Chivasso e Castiglione un’auto la travolge.
«Mi hanno tolto quasi tutto l’intestino. È un miracolo se mi hanno salvata».
Passa quasi tre anni tra gli ospedali torinesi: CTO, Molinette, Maria Vittoria, Martini, Cottolengo. Poi due anni nella casa di riposo di Bosconero per la riabilitazione.
Quando torna a casa, cammina a fatica e ha perso ogni autonomia.
La compagnia assicurativa la risarcisce con 600mila euro, proporzionati alla gravità delle lesioni. Dovevano essere il risarcimento per tutto quello che aveva subito. Diventeranno invece la porta d’ingresso di una delle stagioni più amare della sua vita.
Francesca è fragile, sola, malata. E improvvisamente ricca. È allora che si avvicina a lei un uomo, un volontario conosciuto durante uno dei ricoveri. Il 15 giugno 2007 le fa firmare una procura speciale per operare sui suoi conti bancari. Lei è in ospedale, da mesi. Non è in grado di seguire nulla.
Da quel momento iniziano movimenti bancari difficili da giustificare: assegni senza causale, prelievi ravvicinati da 10mila e 15mila euro, un assegno da 90mila euro utilizzato – forse – come anticipo per l’acquisto di una casa.
Nel 2009 Francesca revoca la procura e anche la polizza vita che nel frattempo era stata aperta indicando l’uomo come beneficiario in caso di sua morte.
Gli ammanchi totali contestati dal suo avvocato, anni dopo, sono 90mila euro. Troppi anni, però. Tutto è prescritto, in sede penale e civile.
Il volontario, interpellato anni dopo, ammette di aver operato sui conti «per aiutarla», ma non ricorda a cosa si riferissero quelle cifre. Poi sostiene che i soldi furono “anticipi in nero al costruttore” per quell'alloggio comprato da Francesca per preparare il suo ritorno a casa dopo gli anni del ricovero. Nulla è più verificabile.
«Il male che ho ricevuto dalle persone…», sussurra Francesca, lasciando cadere la frase senza finirla.
Nei primi anni Dieci, Francesca si trasferisce nell'appartamento di via Trieste a Bosconero, appena costruito. Ma non si trova bene: troppi gradini, poca comodità. Decide così di comprare una porzione di villa in via Tripoli, una casa che sembra finalmente il luogo della serenità recuperata.
Si affida ad un'agenzia immobiliare, si lascia consigliare dai vicini che diventeranno i venditori. Quando arriva dal notaio, firma un atto che crede essere una compravendita. In realtà sta acquistando solo un diritto di usufrutto.
Spende 220mila euro.
Una perizia disposta dalla Procura, dopo l’esposto della direttrice della banca, stabilirà che il valore reale dell’usufrutto era la metà: 110mila.
L’indagine porta al rinvio a giudizio dei venditori per circonvenzione di incapace. Nel processo vengono chiamati agenti immobiliari, notaio, testimoni.
La sentenza del 2017 assolve tutti: secondo il Tribunale, Francesca era capace di comprendere l’atto che firmava.
Resta il dato economico: ha pagato il doppio del valore reale per qualcosa che non è proprietà.
«Cornuta e mazzata», dice, con un lampo di amarezza che trasforma la voce in un filo.
Il processo penale si chiude senza colpevoli. La causa civile non restituisce nulla. Francesca resta nella villa di via Tripoli, circondata da chi considera ancora oggi responsabile delle sue disgrazie economiche.
«Mi sembra di vivere con il nemico in casa», dice, guardando verso il cortile comune.
Quel clima, nel tempo, si è avvelenato. Lei ricorda episodi spiacevoli, tensioni, litigi. E un giorno, il più doloroso:
«Ho trovato il cane morto. Il corpo fatto a pezzi».
La voce si spezza. Non aggiunge altro.

Oggi Francesca vive tra quella casa e l’ospedale: è seguita per malattie rare, combatte con un corpo segnato da interventi e cicatrici profonde. Ma resta lucida, determinata, quasi granitica. Racconta ogni dettaglio, ogni cifra, ogni nome. Non ha dimenticato nulla.
«Tutti agivano pensando che io avrei avuto poco da vivere. E invece sono quasi vent’anni che sono qua», dice, quasi con una sfida.
La sua vita è un lungo elenco di colpi subiti, ma anche di ritorni ostinati alla superficie.
Restano i soldi che non tornano, i 600mila euro che dovevano rimettere in ordine le cose e che invece hanno solo aperto nuovi capitoli di dolore.
Resta una villa che non è sua. Restano dei vicini considerati “nemici”.
Resta una donna che ha sempre camminato scalza su terreni che per altri sarebbero stati già impervi con le scarpe.
Eppure, davanti a una tazza di caffè, mentre indica le foto sul mobile, Francesca sembra dire una cosa, più di tutte: che, anche se la vita non le ha mai fatto sconti, lei non ha mai smesso di presentarsi.
Che resistere, in fondo, è stata la sua forma più profonda di esistenza.

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