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Muin Masri, lo scrittore che vorrebbe fare il sindaco di Ivrea per "amore"

Dopo l’elezione di Zohran Mamdani a sindaco di New York, l’autore palestinese-eporediese riflette sul senso dell’appartenenza, sulla gratitudine e su cosa significhi, per chi è venuto da lontano, servire la città che ti ha accolto.

Muin Masri, lo scrittore che vorrebbe fare il sindaco di Ivrea per "amore"

Muin Masri, lo scrittore che vorrebbe fare il sindaco di Ivrea per "amore"

Non sa se Zohran Mamdani sarà un buon sindaco di New York. Ma Muin Masri, oggi, è felice. Felice per lui, per quel nome arabo stampato sui giornali americani, per quella vittoria che profuma di rivincita e speranza. “Sono felice, e anche un po’ invidioso” confessa, con la leggerezza e la profondità che gli sono proprie.
E subito aggiunge, con ironia dolceamara: “Sono immigrato trapiantato eporediese. Sono musulmano, socialista, e la mia tesi di laurea era divisa tra Marx e Machiavelli. Direi che c’è tutto il necessario per fare di me il sindaco della mia città adottiva: Ivrea!”

C’è tutto Masri in quelle parole. C’è la sua capacità di mescolare filosofia e ironia, memoria e sorriso, la Palestina e il Canavese, Marx e Machiavelli, il deserto e l’Olivetti. Ma, soprattutto, c’è un sentimento che da anni attraversa ogni sua pagina: la gratitudine.
Perché non è solo un gioco di parole, il suo. È una dichiarazione d’amore. Un piccolo manifesto che dice: “Il massimo per un immigrato è servire la città che gli ha insegnato l’amore, così da restituirgliene un po’.”

Chi conosce Muin Masri sa che non parla mai a caso. Ogni sua frase è cesellata come se fosse parte di un racconto più grande, che da quarant’anni scrive senza sosta. Un racconto che comincia lontano, tra le strade di Nablus, la città dove è nato nel 1962, e che continua ancora oggi, tra le vie ordinate e i cieli bassi di Ivrea, dove vive e lavora nel campo informatico, scrivendo ogni notte come se il mondo dovesse ricominciare dalle parole.

sindaco di New York

C’è chi nasce in un luogo e ci resta per tutta la vita. E poi c’è chi, come lui, nasce in un posto che cambia volto, confini, nome. Nablus non è più quella di allora. Ma in lui è rimasta la voce di sua madre, che gli aveva detto: “Vai e racconta, soprattutto quello che da noi non c’è.”
Forse è per questo che Masri ha continuato a scrivere, a raccontare ciò che altrove viene taciuto: la nostalgia, l’esilio, la possibilità di sentirsi a casa anche quando la casa non esiste più.

Quando arrivò in Italia, nel 1985, portava con sé solo una lingua che pochi capivano e una speranza che nessuno poteva togliergli: reinventarsi. E ci riuscì. Imparò l’italiano come si impara una canzone, sillaba dopo sillaba, fino a trasformarlo nella lingua del suo secondo battesimo.
Da allora, tra le colline piemontesi e la memoria del suo Paese, ha costruito un ponte fatto di parole e di gratitudine.
La sua scrittura è una traversata: dal frastuono delle bombe al silenzio delle montagne, dall’arabo al piemontese, dal dolore alla tenerezza.

Nei suoi dodici libri – da Racconti? a Permesso di soggiorno, fino a Vendesi CroceMasri ha raccontato con ostinazione la vita dei migranti, la malinconia delle madri, la dignità degli ultimi, la bellezza della convivenza.
Non c’è ideologia nei suoi testi, ma un senso di umanità disarmante. La Palestina, nelle sue pagine, non è mai solo un luogo politico: è un simbolo universale, un modo per parlare dell’uomo, delle sue perdite e dei suoi sogni.
E Ivrea, nelle sue storie, non è solo una città. È il porto, l’approdo dopo la tempesta, il punto d’incontro tra quello che si è stati e quello che si può ancora diventare.
Perché, come ama dire, “si può avere due nostalgie e un solo cuore.”


Per lui, Ivrea è stata più di un rifugio. È stata una rinascita. Qui ha trovato lavoro, amicizie, silenzi che somigliano alla pace. Qui ha imparato la lentezza, la misura, la fiducia. Qui ha scoperto che un immigrato può sentirsi cittadino non perché gli venga concesso, ma perché lo conquista, giorno dopo giorno, con il rispetto e con la partecipazione.

E non è un caso che, nel 2018, Muin Masri abbia deciso di mettersi in gioco anche politicamente: si è candidato al Consiglio comunale di Ivrea nella lista civica “Ivrea+Bella”, a sostegno del candidato sindaco di centrosinistra Maurizio Perinetti
Non una carriera politica, ma un gesto di coerenza: la volontà di restituire qualcosa alla città che gli aveva dato tutto.


Il paragone con Zohran Mamdani, il nuovo sindaco di New York, è naturale ma non politico. È simbolico. È la celebrazione di una possibilità: quella che un figlio dell’immigrazione, con il coraggio delle proprie origini, possa prendersi cura della città che un tempo lo aveva accolto.
Masri non cerca applausi. Cerca senso. In fondo, la sua è una forma di patriottismo inverso: non difendere la terra in cui si è nati, ma ringraziare quella che ti ha adottato.
E in un’Italia che spesso dimentica la differenza tra cittadinanza e appartenenza, le sue parole suonano come una piccola lezione civile.


Chi lo ha incontrato, anche solo una volta, sa che Masri non alza mai la voce. Ha una calma che non è quiete, ma profondità. Sorride spesso, ma dietro quel sorriso si intuisce un dolore antico.
È un uomo che ha imparato a convivere con la perdita senza trasformarla in rancore. Nei suoi libri c’è rabbia, sì, ma una rabbia educata, lucida, mai distruttiva.
“Preferisco la diversità e lo spaesamento all’idea di un’identità fissa,” dice di sé. E in questo riconosce la sua libertà più grande: non appartenere del tutto a nessuno, per poter appartenere un po’ a tutti.

Nel 2002 la sua voce è arrivata persino alla radio, su Rai Radio 3, con il ciclo “Viaggio di sola andata”: cinque episodi intensi sull’emigrazione e l’identità. Da allora non ha mai smesso di raccontare il viaggio, che non è solo quello geografico, ma anche interiore.
Sul suo sito, muinmasri.it, pubblica riflessioni, prose brevi, pagine di diario. Li chiama “frammenti”, ma in realtà sono confessioni: piccole epifanie quotidiane in cui la nostalgia si fa filosofia e l’amore diventa metodo di conoscenza.


E allora, quando oggi scrive di New York e di Mamdani, Muin Masri non parla solo del mondo, ma di sé, di Ivrea, di tutti gli uomini che hanno attraversato il mare per cercare una vita possibile.
C’è una linea sottile che unisce Nablus e il Canavese, e quella linea si chiama speranza.
Speranza che l’integrazione non sia una parola, ma un respiro condiviso.
Speranza che la diversità non spaventi, ma arricchisca.
Speranza che un giorno, davvero, uno come lui possa sedere al tavolo della città non come “ospite”, ma come uno dei tanti che la amano, che la vivono, che la raccontano.

Masri, in fondo, non chiede potere. Chiede riconoscimento.
Non vuole essere sindaco nel senso formale, ma nel senso più profondo del termine: uno che si prende cura.
E forse, proprio per questo, è già il miglior sindaco che Ivrea abbia mai avuto.

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