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06 Novembre 2025 - 16:51
La minoranza stoppa la delibera della maggioranza sui punti luce
Sembrava una seduta di routine. Una di quelle in cui si vota, si verbalizza e si va a casa. Invece, martedì sera in Consiglio comunale a Chivasso si è consumata l’ennesima prova di quanto la memoria amministrativa, se dimenticata, può trasformare un atto tecnico in una figuraccia politica.
Al centro del dibattito: una delibera dal titolo apparentemente anodino, “Avvio del procedimento di riscatto degli impianti di illuminazione pubblica di presunta proprietà Enel Sole Srl”. Tradotto: il Comune voleva riacquisire sotto la propria gestione circa duemila punti luce che, ancora oggi, risultano intestati alla società Enel Sole. Un atto dovuto, ha spiegato in aula l’assessore ai Lavori pubblici Fabrizio Debernardi, perché la legge — e il buon senso — prevedono che le reti di pubblica utilità siano di proprietà comunale.
Fin qui, nulla di strano. Peccato che qualcuno, tra i banchi dell’opposizione, quella storia la ricordasse bene. E che quel “riscatto degli impianti” non fosse affatto una novità, ma una replica quasi identica di un provvedimento già approvato nel 2014.
La prima a sollevare il dubbio è stata Claudia Buo, oggi consigliera di Liberamente Democratici, allora assessora al Bilancio proprio nella Giunta che undici anni fa aveva varato il riscatto di Enel Sole.
«Nel 2014 — ha ricordato — il Consiglio approvò la delibera numero 11 e la Giunta la 44, entrambe per il riscatto degli impianti di illuminazione. Allora non si parlava di presunta proprietà, erano di proprietà di Enel Sole. Nel 2015 furono stanziati 800mila euro per l’efficientamento di circa 1.800 punti luce, con la prospettiva di acquisirli a 1 euro ciascuno».
Il suo intervento è stato chirurgico: non polemico, ma documentato. E ha centrato il nervo scoperto.
Perché se nel 2014 il Comune aveva già approvato e finanziato un riscatto, cosa stava votando oggi? Un duplicato? Un atto di autotutela? O, peggio, un errore?
A darle man forte è arrivato Matteo Doria, di Amo Chivasso e le sue Frazioni. Anche lui sedeva in aula nel 2014, e anche lui ricorda perfettamente quelle delibere.
«Ci vuole chiarezza — ha detto — perché questa sembra un doppione totale o parziale. Allora discutemmo a lungo di questo tema, e oggi ci ritroviamo punto e a capo. Non si può andare avanti così, con spiegazioni sottovoce tra assessore e sindaco».
In altre parole, la minoranza non chiedeva la luna, ma solo un po’ di coerenza amministrativa: prima di approvare un nuovo riscatto, bisogna capire se non sia già stato fatto undici anni fa.
Perfino i consiglieri che non sedevano in aula nel 2014 hanno fiutato che qualcosa non tornava.
Bruno Prestià di "Per Chivasso", che pure aveva partecipato alla commissione preparatoria, ha ammesso di aver sentito parlare solo di “nuova acquisizione”: nessun riferimento ai vecchi atti o ai fondi del 2015.
«È fondamentale capire — ha detto — se ciò che raccontano i colleghi di allora fa parte di questo procedimento. In commissione non se n’è parlato».
Poi è toccato a Enzo Falbo di Fratelli d'Italia, che con tono più politico ha tirato le somme:
«Fermiamoci qua, per il bene di tutti. Rivisitate la delibera e verificate cosa è già stato fatto. Senza la memoria storica di Buo e Doria, non ci saremmo accorti di nulla».
Falbo ha parlato di “memoria storica” come di un anticorpo democratico. Ed è difficile dargli torto.
Di fronte a una raffica di domande, l’assessore Debernardi è apparso in evidente difficoltà.
Ha provato a ipotizzare, con voce esitante, che «forse nel tempo sono stati aggiunti altri punti luce», oppure che «si vogliono allineare le scadenze contrattuali per una gara unica».
Ma poi, con una frase che fotografa perfettamente la serata, ha ammesso: «Questo non lo so».
Un’ammissione di impreparazione che in Consiglio pesa come un macigno. Perché significa che l’assessore portava in aula una delibera senza avere piena cognizione storica della materia.
A quel punto, tutti si aspettavano che la Giunta prendesse tempo. E invece no.
Il presidente del Consiglio comunale, Alfonso Perfetto, ha annunciato che si sarebbe comunque andati al voto:
«Mi sono consultato con l’assessore. Non abbiamo altri dati in mano che confermino quello che dite. Quindi procediamo.»
Tradotto: non sappiamo se la minoranza abbia ragione, ma intanto votiamo.
Un atto di forza — o di arroganza — che ha fatto scattare l’ultimo campanello d’allarme.

Il presidente del Consiglio comunale Alfonso Perfetto
È stato Stefano Mazzer, capogruppo del Partito Democratico, a intervenire in extremis chiedendo la sospensione della votazione.
Un gesto di puro buon senso istituzionale, ma decisivo.
«Fermiamoci un attimo — ha detto — prima di votare, capiamo cosa stiamo facendo».
Quelle parole hanno avuto l’effetto di una leva. Perché pochi istanti dopo, su richiesta dello stesso assessore Debernardi, la delibera è stata ritirata per verifiche.
Il Consiglio ha votato all’unanimità il ritiro.
Fine della seduta.
Sul piano formale, tutto si è concluso senza scossoni: una delibera ritirata, nessuna spaccatura nei voti, un rinvio tecnico.
Ma sul piano politico, la figuraccia dell’assessore Debernardi e della Giunta Castello è evidente.
Portare in aula un atto così delicato — un riscatto di beni pubblici — senza sapere che lo stesso tema era già stato deliberato e finanziato nel 2014 è un errore grave di metodo e di memoria istituzionale.
Non è questione di lana caprina.
Parliamo di fondi pubblici, di atti amministrativi e di rapporti contrattuali con Enel Sole che si trascinano da oltre un decennio.
Chi governa ha il dovere di sapere cosa è stato fatto prima di proporre di rifarlo.
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