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04 Ottobre 2025 - 22:12
Canavese–Brasile, la rotta della cocaina: notificati gli avvisi di conclusione delle indagini dell’operazione Samba
Una rotta lunga diecimila chilometri, da Torino al Brasile. Un fiume di cocaina – 1.600 chili tracciati, milioni di dollari ripuliti, contatti tra ‘ndrangheta piemontese e cartelli sudamericani. Dopo cinque anni di indagini, la Direzione Distrettuale Antimafia di Torino ha tirato le somme: la Procura ha notificato gli avvisi di conclusione delle indagini preliminari a dodici persone, segnando l’ultimo passaggio prima della possibile richiesta di rinvio a giudizio.
L’inchiesta, battezzata “Samba”, racconta un narcotraffico di respiro internazionale e un sistema di riciclaggio ramificato tra Piemonte, Calabria e Sud America. Una struttura che gli investigatori definiscono “sofisticata, capace di occultare il denaro illecito dietro attività commerciali di facciata e conti esteri movimentati in valute diverse”.
L’atto, firmato dai pubblici ministeri Francesco Saverio Pelosi e Livia Locci, chiude la prima tranche di un’indagine più ampia condotta dai Carabinieri del ROS, diretti dal colonnello Andrea Caputo. Dodici i nomi in calce al provvedimento, molti dei quali già noti alle cronache giudiziarie torinesi.
I destinatari dell’atto notificato nei giorni scorsi sono:
Vincenzo Pasquino, nato a Torino nel 1990, già condannato per associazione mafiosa nel processo “Cerbero” e oggi collaboratore di giustizia. Ex latitante arrestato nel maggio 2021 in Brasile, è considerato dagli inquirenti il terminale di collegamento tra il Piemonte e le organizzazioni sudamericane. Attualmente detenuto e sotto protezione.
Christian Sambatti, classe 1996, detenuto nel carcere “Lorusso e Cutugno” di Torino. Per gli investigatori, braccio operativo e uomo di fiducia di Pasquino durante la gestione dei contatti logistici.
Nicola De Carne, nato a Ivrea nel 1985, detenuto ad Asti. Avrebbe svolto il ruolo di intermediario tra i referenti torinesi e alcuni fornitori brasiliani.
Enrico Castagnotto, classe 1983, detenuto ad Alessandria. Figura di collegamento per i trasporti e la custodia dei carichi.
Giovanni Pipicella, nato a Reggio Calabria nel 1987, detenuto ad Alessandria. È ritenuto parte del circuito di fiducia della cosca legata ai Barbaro e ai Papalia.
Francesco Barbaro, classe 1982, originario di Locri, detenuto a Sassari. Appartenente all’omonima famiglia di ‘ndrangheta, avrebbe messo a disposizione la rete di contatti in Calabria e all’estero.
Nicholas Charles Evangelista Lopes, brasiliano, classe 1985, detenuto a Torino. Considerato dagli inquirenti un ponte con i fornitori di cocaina nei porti di Santos e Paranaguá.
Rita Siria Assisi, nata a Torino nel 1999, detenuta nel carcere “Lorusso e Cutugno”. Figlia di Nicola Assisi, ritenuto uno dei trafficanti più influenti del panorama ‘ndranghetista, e di Rosalia Falletta.
Jessica Patrizia Vailatti, nata a Torino nel 1990, residente a San Giusto Canavese, compagna di Pasquale Michael Assisi (anch’egli indagato in altri procedimenti). È l’unica attualmente in libertà.
A completare l’elenco, tre nomi collegati al gruppo torinese-canavesano: Michelangelo Versaci, Pino Grillo e Giuseppe Basile, citati nel fascicolo in relazione ai capi d’imputazione sul traffico di armi e il riciclaggio.
Dodici persone, dunque, accusate a vario titolo di associazione mafiosa, traffico internazionale di stupefacenti, detenzione di armi e riciclaggio di denaro.
Una rete che la Procura ritiene organica alle locali di Volpiano e San Giusto Canavese, snodi storici della ‘ndrangheta in Piemonte.
Le 15 imputazioni contenute nell’avviso tracciano un mosaico che va ben oltre i confini regionali. Secondo l’impianto accusatorio, il gruppo avrebbe organizzato l’importazione e la distribuzione di ingenti quantitativi di cocaina proveniente dal Brasile e dal Paraguay, utilizzando container su navi cargo dirette ai porti europei.
Gli inquirenti hanno documentato flussi di denaro “per almeno 6,5 milioni di dollari”, movimentati attraverso conti offshore, bonifici fra società di comodo e trasferimenti di criptovalute.
Le carte raccontano una logistica industriale del narcotraffico: navi che partivano dai porti di Paranaguá e Santos, carichi occultati tra merci dichiarate come prodotti alimentari o materiali da costruzione, arrivi nei terminal europei e distribuzione attraverso corrieri su gomma fino al Piemonte.
Nel Canavese, secondo la Procura, la rete aveva basi logistiche e immobili di appoggio, tra cui un locale commerciale a Chivasso — già sequestrato e poi riaperto da terzi — che sarebbe servito come punto di incontro e centro di smistamento.
A corredo delle accuse, un elenco di intercettazioni telefoniche e telematiche che coprono anni di conversazioni. Dialoghi in codice, soprannomi, riferimenti a “container”, “palloni”, “spaghetti”, tutti termini usati per mascherare i riferimenti alla droga. In alcuni casi, gli investigatori sono riusciti a risalire ai singoli carichi, tracciando persino le rotte navali.
Al centro del quadro accusatorio c’è Vincenzo Pasquino, volto noto della criminalità torinese, condannato in passato per mafia e droga, arrestato nel 2021 in Brasile insieme al superlatitante Rocco Morabito.
Pasquino, che nel novembre scorso ha deciso di collaborare con la giustizia, ha raccontato ai magistrati una storia che parte dal 2011, quando fu “affiliato” presso una carrozzeria di Brandizzo, ricevendo la dote di picciotto per mano di Domenico Alvaro.
Nelle sue dichiarazioni, confluite anche nel fascicolo “Samba”, Pasquino descrive una rete strutturata, con ramificazioni in Calabria, Piemonte e Sud America.
Dopo i primi affari di hashish con Vittorio Raso, avrebbe fatto il salto nel 2014, gestendo per conto della famiglia Assisi carichi di cocaina importati dal Brasile.
“Quando Michael Assisi fu arrestato nel 2017, presi il suo posto”, ha ammesso durante un interrogatorio. “Patrick Assisi mi chiese di tornare in Brasile per fare da tramite con i fornitori”.
Da lì, Pasquino si sarebbe mosso come un emissario stabile tra Italia e Sud America, finché la sua fuga si concluse a João Pessoa, nello Stato di Paraíba.
Il suo arresto, avvenuto nel maggio 2021, aprì la strada alla seconda fase dell’indagine “Samba”.
Dalle intercettazioni e dai verbali, gli inquirenti hanno potuto ricostruire un sistema di contatti criptati, chat con alias (“Ronaldo”), scambi di foto e coordinate per i carichi.
Da collaboratore, Pasquino ha contribuito a delineare il ruolo di Rita Siria Assisi, Jessica Vailatti e altri componenti del gruppo, descrivendo anche le frizioni interne e le rivalità con i clan Alvaro e Barbaro.
Un capitolo a parte riguarda le figure femminili, spesso considerate “di contorno” e che in questo fascicolo, invece, assumono un peso decisivo.
Secondo la DDA, Rita Siria Assisi, figlia di Nicola Assisi, avrebbe curato alcuni passaggi operativi del traffico dopo l’arresto del padre nel 2019.
Assieme alla madre Rosalia Falletta, gestiva – secondo l’accusa – parte del flusso di denaro proveniente dal narcotraffico, reinvestito in attività apparentemente legali.
Le due donne sono detenute nello stesso istituto di pena.
Jessica Patrizia Vailatti, invece, compare come figura di raccordo nel segmento patrimoniale. I flussi bancari che la riguardano – secondo quanto emerge dal fascicolo – sono al centro delle verifiche sul riciclaggio.
La sua posizione è peculiare: è l’unica degli indagati a non essere detenuta, ma resta formalmente imputata per riciclaggio e favoreggiamento.
L’operazione “Samba” è uno dei più imponenti procedimenti antimafia mai coordinati dalla DDA di Torino.
Avviata nel 2019, ha visto la collaborazione di Europol, Interpol, la Direzione Nazionale Antimafia e le autorità brasiliane.
È stata costituita una Joint Investigation Team, una squadra investigativa comune Italia–Brasile, che ha permesso scambi diretti di prove e arresti simultanei nei due Paesi.
Gli esiti operativi: 23 arresti tra Italia e Brasile, sequestri di beni e conti correnti, blocco di immobili di pregio e di autovetture di lusso.
Gli investigatori parlano di una rete “transnazionale”, capace di gestire il traffico di tonnellate di cocaina con metodi imprenditoriali: contabilità precisa, riciclaggio attraverso società di comodo, investimenti in ristorazione e logistica.
Il tutto, con la complicità di intermediari finanziari e prestanome che mascheravano la provenienza del denaro.
La geografia dell’inchiesta riporta al Canavese, territorio che da anni emerge come punto di contatto tra l’imprenditoria legale e le infiltrazioni della ‘ndrangheta.
Non è la prima volta che i nomi di San Giusto, Volpiano e Chivasso compaiono nei fascicoli della DDA: dal processo “Colpo di Coda” al “Cerbero”, la mappa è sempre la stessa.
In questo caso, l’indagine ha individuato basi logistiche, depositi e riferimenti anagrafici che riconducono a famiglie già note per contatti con la criminalità organizzata calabrese.
Nel fascicolo si leggono anche i passaggi relativi alla gestione dei proventi: denaro che, secondo la Procura, veniva canalizzato in una rete di conti correnti intestati a società brasiliane, poi rientrava in Italia sotto forma di “prestiti infruttiferi”, “donazioni” o “pagamenti di consulenze”.
Una catena che garantiva la ripulitura integrale dei capitali e il loro reinvestimento in bar, officine, attività commerciali.
Non mancano, nelle carte, i riferimenti a operazioni immobiliari nel torinese e nell’hinterland milanese, su cui sono in corso ulteriori approfondimenti.
Gli avvocati difensori — tra cui Alessandro Radicchi, Michela Malerba e Vincenzo Leonardo Coluccio — hanno annunciato che presenteranno memorie e richieste di nuovi accertamenti.
La chiusura delle indagini, ricordano, non equivale a una condanna: è l’atto con cui la Procura ritiene di aver raccolto prove sufficienti per chiedere il processo.
Molti degli indagati contestano la lettura accusatoria, sostenendo che i contatti con il Brasile fossero legati a rapporti commerciali leciti e che le intercettazioni siano state interpretate in modo parziale.
Alcuni difensori sottolineano anche l’assenza di riscontri diretti sulla detenzione di droga o armi, parlando di “ricostruzioni induttive”.
Nei prossimi venti giorni, le difese potranno chiedere interrogatori e consulenze tecniche prima dell’eventuale richiesta di rinvio a giudizio.
Un aspetto che colpisce nel fascicolo “Samba” è la tracciabilità dei flussi finanziari.
Gli inquirenti sono riusciti a seguire il denaro lungo una traiettoria che parte da conti brasiliani, transita per Panama e arriva in Europa, in particolare su circuiti svizzeri e olandesi.
Una parte dei fondi — si legge nell’avviso — sarebbe stata convertita in criptovalute, poi movimentata su piattaforme di scambio anonime.
Le operazioni sarebbero state curate da soggetti italiani residenti in Sud America, alcuni dei quali già noti per precedenti legami con la ‘ndrangheta reggina.
Gli investigatori parlano di un “riciclaggio ad alta tecnologia”, dove ogni passaggio di valuta serviva a rendere più difficile la tracciatura.
Con la chiusura delle indagini, l’operazione “Samba” entra ora nella fase decisiva.
Per la Procura, si tratta di un colpo al cuore economico del narcotraffico internazionale, ma anche della conferma del radicamento delle cosche calabresi in Piemonte.
Gli inquirenti descrivono il gruppo come una “cellula della ‘ndrangheta piemontese perfettamente inserita nel circuito globale della droga”, capace di dialogare con cartelli brasiliani e intermediari europei.
Il nome dell’operazione, “Samba”, non è casuale: richiama la dimensione sudamericana di un affare miliardario che parte dai porti carioca e approda nei magazzini del Nord Italia.
È un copione che si ripete. Ogni volta con nomi nuovi, ma con le stesse dinamiche.
Le promesse di “legalità diffusa”, le dichiarazioni indignate, gli elenchi di sequestri e arresti riempiono i comunicati ufficiali. Poi, lentamente, tutto scivola nel rumore di fondo.
L’operazione “Samba” non nasce dal nulla: affonda le radici in vent’anni di processi che hanno raccontato la progressiva colonizzazione della provincia torinese da parte della ‘ndrangheta.
Dalle cosche Alvaro ai clan Assisi, dal narcotraffico di hashish degli anni Duemila alle rotte della cocaina di oggi, la costante è la stessa: un territorio permeabile, dove la complicità non sempre è minaccia, a volte è convenienza.
Questa volta, la giustizia arriva con un fascicolo di quindici capi d’imputazione e dodici nomi scritti nero su bianco.
Ora tocca ai giudici decidere se quelle accuse diventeranno processo.
La DDA, intanto, si prepara a depositare la richiesta di rinvio a giudizio, con l’obiettivo di portare a processo la prima cellula torinese della rete “Samba” entro la prossima primavera.
Sul tavolo restano ancora i filoni patrimoniali e quelli internazionali, che potrebbero allargare ulteriormente il perimetro investigativo. L’inchiesta, dicono gli inquirenti, non è finita: è solo cambiata di scala.
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