Cerca

Attualità

Carnevale di Ivrea: chi dorme non piglia contributi

Santhià incassa 191 mila euro, Ivrea solo 58 mila. Una mozione chiede di riscoprire le radici storiche del Carnevale eporediese per ottenere i giusti contributi

Vanessa Vidano, Barbara Manucci e Andrea Gaudino

Vanessa Vidano, Barbara Manucci e Andrea Gaudino

Quando è nato il Carnevale di Ivrea? Nel 1808, com’è riportato sul sito della Fondazione dello storico Carnevale, o molto, molto prima? Se lo chiede la maggioranza che governa la città. Tutto scritto in una mozione firmata da Barbara Manucci (PD), Andrea Gaudino (Laboratorio Civico) e Vanessa Vidano. Obiettivo dichiarato: incaricare professionisti e storici del territorio, anche attraverso il coinvolgimento delle università e della Fondazione dello Storico Carnevale di Ivrea, al fine di iniziare la ricerca dei documenti necessari all’individuazione della corretta collocazione storica della manifestazione.

La questione non è di lana caprina, considerando che, in base alla “storicità” si assegnano contributi significativi.
Per esempio, al Carnevale di Santhià, che dice di avere più di 600 anni di storia, il Governo ha appena bonificato 191 mila euro; a Ivrea, che ne ha contati poco più di 200, appena 58.181 euro.

Di questo abbiamo parlato nelle scorse settimane - e pure tanto  - a fronte di un bando del Ministero della Cultura che guarda ai Carnevali  suddivisi per fasce: oltre 600 anni, tra 500 e 599 anni, e infine dai 25 ai 499 anni.
Da qui in avanti ci si è interrogati su questa disparità: è davvero possibile che il Carnevale di Santhià possa vantare una tradizione più radicata o autentica di quella eporediese?
Chiaro a tutti che 191 mila euro sono molti di più di 58 mila e che alla Fondazione dello Storico Carnevale di Ivrea, costantemente con il cappello in mano, farebbero comodo.

A ciò si aggiunge un’altra batosta: quella della Regione Piemonte, che per il 2024 ha assegnato 37.500 euro al Carnevale di Borgosesia, 35 mila a quello di Santhià e… 16.941 euro a Ivrea. Una cifra che definire ridicola è dire poco. Incredibile ma vero, è solo un po’ più dei 10 mila euro destinati agli Spazzacamini per la “pulitura dei camini” e persino meno dei 35 mila euro che vanno agli Asini di Alba.

“Il Carnevale di Ivrea - dichiarano oggi Vidano, Manucci e Gaudino - ha una solida tradizione storica che affonda le proprie radici nel Medioevo. Ad esempio, nello statuto comunale del 1433 (pubblicato a cura di Gian Savino Pene Vidari, vol. III Statuti del Comune di Ivrea, pag. 145, Torino 1974) vengono trattati i problemi di ordine pubblico che le mascherate creavano nella città di Ivrea nei giorni dei festeggiamenti. I suoi riti primari originali, la Zappata e l’abbruciamento degli Scarli, condotti dagli Abbà sino alla fine del ‘700, sono stati tramandati oralmente e successivamente con testimonianze documentali fino al 1808. Tutto questo testimonia una passione cittadina e un’eredità concreta, mantenutesi inalterate quasi ininterrottamente fino ad oggi”.

Insomma, c’è un errore. Ivrea è quasi sicuramente il più antico Carnevale d’Italia ma di questa cosa nessuno se n’è mai fatto sfoggio, tutti concentrati da queste parti a cercar Mugnaie e Generali, escludere ufficiali e farne entrare altri, a inventare regole su chi fa cosa in una logica da festa “di paese” e senza alcun vero sforzo per esportare la manifestazione fuori dai confini.

Ad un certo punto lo si è datato 1808, forse per insufficiente materiale documentale che ne attestasse la corretta collocazione temporale, più verosimilmente perché è di quell’anno la prima trascrizione di una cerimonia nei “Libri dei Processi Verbali”. 

Diciamo che chi ha gestito le richieste  di contribuzione fino ad oggi non se n’è mai preoccupato quanto avrebbe dovuto. 

Insomma, è nell’interesse della città e della manifestazione ottenere maggiori finanziamenti che garantiscano il futuro del Carnevale e la sua naturale evoluzione nel tempo.

“Nei nostri archivi (comunali e diocesani) - insistono Vidano, Manucci e Gaudino - potrebbero essere conservati documenti che avvalorano e testimoniano concretamente la narrazione popolare carnascialesca, tramandata in forma orale, che potrebbero far partire la datazione da un periodo storico precedente rispetto alla data oggi considerata ufficialmente come l’inizio del Carnevale. Se questo fosse comprovato, attraverso il reperimento di opportuna documentazione storica, si potrebbe retrodatare la nascita della manifestazione rispetto al 1808, facendola così rientrare nella fascia di storicità “500-600 anni”, o addirittura in una più antica”.

Quaccia

 Franco Quaccia, Gabriella Gianotti, Giansavino Pene Vidari e Francesco Gioana

E si potrebbe partire da un libro: “Dalla paura alla vanità. Storia del Carnevale di Ivrea”. È del 2020, scritto da Danilo Zaia con la collaborazione di Franco Quaccia, Gabriella Gianotti, Giansavino Pene Vidari e Francesco Gioana. 

Il testo fa il punto degli odierni studi storici sul Carnevale eporediese e ha riscosso un notevole successo, vendendo quasi un migliaio di copie. Cifra notevole, considerando che si tratta di un testo scientifico e non del solito raccontino.

“Negli statuti comunali della città di Ivrea del 1433 vengono descritte le mascherate che si tenevano nei giorni di San Nicola e Sant'Ambrogio (6-7 dicembre) e di Santa Caterina (29 aprile)” - spiega Danilo Zaia. “Ma le cavalcate pazze compiute dai giovani eporediesi in questi giorni erano già attestate nel XIII secolo”.

“Il problema risiede nella natura multiforme della festa. Se alcune località sostengono di festeggiare ininterrottamente il Carnevale da più di seicento anni, raccontano una favola. Come sostiene l'odierna antropologia, tutta la festa ha subito notevoli trasformazioni, prendendo il nome di Carnevale (in tutta Italia e anche in Piemonte) solo durante il XVI secolo. Questo è segno di un cambiamento culturale che attestava il prendere sopravvento delle classi nobiliari e del clero su quelle che, fino a quel momento, erano chiamate semplicemente mascherate e che, in molti paesi di montagna, continuano a chiamarsi così tutt'oggi. Dalle feste di San Nicola si svilupparono le badie, l'odierno Stato Maggiore, gli Abbà e il Generale; da Santa Caterina una parte di quella figura che chiamiamo Mugnaia. Tutto questo è rigorosamente datato e documentato”.

Insomma tutta un’altra storia, e Ivrea potrebbe celebrare e farsi riconoscere dal Ministero ben di più di quanto non riceva oggi.

Ivrea vs/Santhià

Le discussioni su Santhià e Ivrea, peraltro, non sono nuove. Già nel 2011, Franco Quaccia e Francesco Gioana, attraverso un’indagine dai toni volutamente ironici intitolata “Specchio delle mie brame, chi è il più antico del reame?”, avevano provato a fare chiarezza sul proliferare di Carnevali italiani che si auto-attribuiscono primati di anzianità.
Il risultato di quella ricerca, oltre a evidenziare il carattere grottesco della competizione, aveva portato alla luce un dato inconfutabile: stabilire chi sia il più antico è, di fatto, impossibile. La ragione risiede nella mancanza di parametri oggettivi e condivisi.

Molti Carnevali italiani vantano tradizioni che affondano le radici nei secoli passati, ma le prove a sostegno di tali affermazioni sono spesso inconsistenti, quando non del tutto inventate. S’intende quelle degli altri, non quelle di Ivrea. Certo, è possibile risalire all’origine delle celebrazioni carnevalesche come fenomeno sociale e culturale, ma individuare quale città abbia dato vita alla prima manifestazione è una questione ben più complessa.

Il Carnevale, infatti, ha radici antiche che risalgono all’epoca romana e ai baccanali pagani. In epoca medievale, la Chiesa trasformò queste celebrazioni, dando loro una nuova veste cristiana e collegandole al ciclo liturgico. Da lì in avanti, ogni città ha sviluppato le proprie tradizioni, rendendo il Carnevale un fenomeno comune a gran parte dell’Europa e, in particolare, dell’Italia.

E Santhià, che si autodefinisce il Carnevale più antico del Piemonte e d’Italia? 

Questa affermazione si baserebbe su una serie di documenti di dubbia solidità.
Uno di questi sarebbe un manoscritto della prima metà del Trecento, citato da uno storico locale ma attualmente disperso. Un’altra “prova” spesso citata è una multa del 1430, comminata a un gruppo di giovani dell’Abbadia di Santhià colpevoli di aver portato un asino addobbato con abiti sacerdotali in chiesa. Si tratta di un atto di goliardia tipico delle celebrazioni carnevalesche, ma diffuso in molte altre località, compresa Ivrea. Ancora più discutibile è il documento del 1893, conservato dalla Pro Loco, che celebra l’“ottavo centenario” dell’Antica Società Fagiuolesca, retrodatandone l’esistenza al 1093 senza fornire alcuna prova concreta.

Chiaro a tutti che, in questo contesto, le rivendicazioni di Santhià appaiono fragili e, per certi versi, forzate.

Forse è ora che Ivrea, con oltre 200 anni di tradizione documentata, smetta di guardare il passato come un vincolo e inizi a usarlo come una leva per il futuro. Anche perché, come dice il proverbio, chi dorme non piglia contributi.

contributi

Commenti scrivi/Scopri i commenti

Condividi le tue opinioni su Giornale La Voce

Caratteri rimanenti: 400

Resta aggiornato, iscriviti alla nostra newsletter

Edicola digitale

Logo Federazione Italiana Liberi Editori