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25 Novembre 2024 - 10:40
Si tratta delle miniere situate qualche centinaio di metri sopra la frazione Ceresa, dalle quali si estraeva il rame che veniva poi lavorato nelle tante fucine attive a Sparone
Sono numerose, lunghe a volte centinaia di metri, ed in passato furono intensamente sfruttate. Al di fuori della Valle di Ribordone, però, non le conosce quasi nessuno.
Si tratta delle miniere situate qualche centinaio di metri sopra la frazione Ceresa, dalle quali si estraeva il rame che veniva poi lavorato nelle tante fucine attive a Sparone. Per lo più sono senza nome ma una delle più grandi è denominata “Caramia” come anche una punta, una bocchetta ed un alpeggio: con tutta probabilità si tratta di una trasformazione di “Ca’ Ramìa” ovvero “Casa del Rame”.
Il direttivo del circolo ricreativo "Gran Baita Marco Ceresa" ha deciso di farle conoscere ed ha organizzato, sia lo scorso anno che quest’anno, una visita guidata dal successo inaspettato: 45 i partecipanti nella scorsa estate.
Si è parlato di questo tema nel corso della tavola rotonda organizzata a Sparone e dedicata al fenomeno migratorio che un centinaio di anni fa spopolò le montagne circostanti, fenomeno favorito proprio dall’abilità che i valligiani avevano acquisito nei mestieri collegati all’attività estrattiva. A trattare l’argomento sono stati da un lato chi lo ha approfondito per curiosità intellettuale (come Emanuele Bella, scrittore e studioso di storia locale) dall’altro chi quei luoghi li conosce come le proprie tasche. E’ il caso di Eraldo Ceresa, che rappresenta la memoria storica della frazione e che detiene due primati: è stato l’ultimo a nascere lassù ed è l’ultimo custode della variante locale del dialetto ribordonese: “Molti lo capiscono – dice – ma non lo sanno parlare”.
La sua frequentazione delle miniere risale a quand’era bambino: “All’età di 7 anni mi lasciavano lì da solo, con quattro capre ed un cane, mentre mia mamma tagliava il fieno poco lontano. Le ho girate tutte, passo dopo passo, anzi quella situata più in alto sorge su un terreno che apparteneva alla mia famiglia. Non avevano un nome: le chiamavamo <le miniere> e basta, come i terreni su cui sorgevano”.
Delle miniere di Ceresa parleranno il prossimo 19 marzo, all’Unitre di Cuorgnè, due esponenti del locale circolo ricreativo: Claudia Verlucca Frisaglia e Davide Pomatto. Quest’ultimo è intervenuto, durante l’incontro di Sparone, per sottolineare la volontà del direttivo di valorizzare questo bene misconosciuto: “Le due escursioni sono state un successo e contiamo di ripeterle. Oltre alla conferenza presso l’UNITRE abbiamo in piedi un progetto con il <Faccio> di Castellamonte: vogliamo affidare ai ragazzi del triennio la preparazione di elaborati (disegni, piccoli manufatti, progetti architettonici) che poi esporremo a Ceresa, spero già la prossima estate. Stiamo inoltre lavorando con un gruppo teatrale per raccogliere le storie che sentivamo dalle nostre nonne e raccontarle facendo il giro della frazione, un po’ com’era avvenuto la scorsa estate con la storia dei cognomi tipici”.

Eraldo Ceresa e Davide Pomatto
Va subito detto che le miniere di Ceresa non sono facilmente raggiungibili: il sentiero da percorrere è molto, molto ripido e adatto ad escursionisti esperti; di recente sono state anche collocate delle corde nei passaggi più critici. Il punto di partenza è la chiesetta della frazione, dedicata a Sant’Anna e situata ai margini dell’abitato. Lì accanto – a 983 metri di altitudine - inizia il percorso in salita, che nel primo tratto è abbastanza agevole ma diventa via via più problematico. A descrivere l’ambiente è un video proiettato in apertura dell’incontro e realizzato nel periodo del Covid, quando il suo autore si era dedicato alla visita dei paesi abbandonati.
“Si procede in un bosco di faggi – spiega la voce narrante – godendo di un panorama incredibile e in preda ad emozioni intense. Il contatto iniziale con le miniere avviene attraverso un muro risalente a 200 -250 anni fa: non ha mai fruito di manutenzioni eppure resta in piedi. Poco dopo s’incontra la prima delle gallerie. Sono otto in tutto, scavate in orizzontale per cui non c’è bisogno di calarsi e sono visitabili in sicurezza: anche se l’umidità è così elevata che in fondo si forma la nebbia, l’aria resta respirabile”.
Alcune sono assai brevi: si tratta di tentativi falliti. Altre si allungano per centinaia di metri: come già detto, lo scavo avveniva in orizzontale ma era molto faticoso perché, data l’estrema durezza della roccia, il piccone non bastava e si utilizzavano cariche esplosive. Si procedeva con grande lentezza - 1-2 metri per volta - facendo attenzione a creare dei <vuoti di coltivazione> ovvero a preservare una parte del filone per garantire stabilità: quanto maggiore era il vuoto che si veniva a creare con l’estrazione, tanto più grande era infatti il rischio di cedimenti. Come si fa notare nel video “sembra incredibile che gli esseri umani potessero costringere sé stessi a scavare in luoghi così impervi e remoti”.
Le difficoltà create dall’aspra morfologia montana erano tali che, per evitare alle maestranze faticosi spostamenti, erano stati costruiti appositi edifici per ospitare operai e dirigenti. Quello destinato agli ingegneri – già esistente nel ‘700 - era imponente ed addirittura intonacato, tanto da essere denominato “Ca’ Bianca”.

Giuseppe Tarrone nel suo laboratorio
Come avveniva il trasporto a valle del materiale estratto?
A spalle, con i muli e – nel periodo più tardo – attraverso una teleferica. La prima tappa era la <laveria> ubicata in Località Ceresetta, in territorio di Sparone. Qui si procedeva alla pulitura del minerale di rame che veniva poi portato nelle fucine sparonesi dove, attraverso vari passaggi, veniva trasformato in oggetti d’uso comune.
La storia delle miniere è lunga ma poco documentata. Si sa per certo che nel XVI secolo erano attive e che il maggior sfruttamento venne raggiunto nel Settecento e nell’Ottocento per proseguire- con intensità decrescente - fino ai primi decenni del ventesimo secolo.
Nel Settecento l’industria minerario-metallurgica conobbe una crescita esponenziale ma la gestione delle miniere rimase fino a metà Ottocento di tipo familiare: gli uomini scavavano e le donne trasportavano a spalle il materiale estratto, riempiendo ceste che arrivavano a pesare 40 chili. La prima concessione nota è del 1855: con la costruzione dei trafori alpini c’era un gran bisogno di rame e nella gestione si succedettero grandi società svizzere, francesi, belghe, impiegando un numero consistente di addetti. Poi le commesse cominciarono a diminuire, prevedibilmente a causa dei costi di trasporto non più competitivi, ed agli imprenditori si sostituirono gli speculatori: l’ultimo passaggio di mano risale al 1925 ed entro il 1940 ogni attività cessò. Le attrezzature vennero pian piano depredate, anche dalla gente del posto che non era stata pagata per il lavoro prestato. Sulle miniere calò il silenzio.
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