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19 Novembre 2024 - 07:19
La fucina del rame
È stato un pomeriggio assai interessante quello che, sabato 6 novembre, ha potuto vivere chi ha partecipato a Sparone alla manifestazione “Siam partiti dai nostri paesi”. Il titolo richiamava chiaramente il tema dell’emigrazione, ma l’immagine riportata sulla locandina non aveva nulla a che fare con navi e valige: ritraeva invece l’interno di una piccola fucina, conosciuta come Fucina dei Mestoli. In effetti di emigrazione si è parlato diffusamente nel corso della tavola rotonda tenutasi nel salone polifunzionale a partire dalle 17, ma prima erano state effettuate due visite guidate: al laboratorio appartenuto a Giuseppe Tarrone, l’ultimo artigiano del rame del paese, rimasto attivo fino a pochi anni fa, e alla citata Fucina dei Mestoli. Potrebbero apparire come argomenti scollegati tra loro, ma non lo sono: sia perché gli artigiani locali erano migranti stagionali sia perché proprio le loro capacità professionali li resero interessanti per le nascenti grandi fabbriche metalmeccaniche.
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La fucina dei mestoli di Sparone
Tarrone, deceduto nel 2023, aveva ripreso da pensionato il mestiere che amava e che aveva abbandonato nel 1958 per diventare operaio all’Alenia, dov’era rimasto per 25 anni. Aveva aperto alle visite il suo laboratorio in più occasioni ed ora lo ha fatto il figlio Giancarlo, che ha tutta l’intenzione di risistemarlo e di farlo conoscere. La specializzazione di Giuseppe Tarrone era la battitura del rame per farne pentole e paioli di uso domestico, ma non solo: i contenitori di rame venivano richiesti tanto dai produttori di formaggio quanto dalle distillerie. C’era poi un tipo di prodotto particolare che non ci si sarebbe aspettati di veder fabbricare ai piedi delle montagne: gli elmi da palombaro.
“Fino all’avvento della plastica – ha spiegato Giancarlo – era il rame a farla da padrone e la Marina Militare ne commissionava molti. Era un tipo di produzione che mio padre aveva appreso durante il periodo di apprendistato a Cuorgnè e richiedeva una grande precisione”. Come avveniva per tutti i mestieri artigianali, prima di arrivare a lavorare in proprio occorreva affrontare un percorso lungo e difficile, e spesso s’imparavano i passaggi più complessi solo osservando quasi di nascosto quel che i più esperti non erano intenzionati a insegnare.

La guida con il vice sindaco
L’altro luogo che si è potuto visitare è stata la cosiddetta Fucina dei Mestoli, così chiamata perché vi si fabbricavano piccoli oggetti di uso comune come mestoli e schiumarole. Si tratta di due stanzette basse e buie, con volte a botte e murature grezze, dove attrezzi e strumenti sono stati disposti in bell’ordine in modo consono al piccolo museo che è diventata. Chi avrebbe mai detto, prima che venisse acquisita dal Comune e recuperata, che dietro quella porticina modesta, situata in un angolo della piazza della chiesa, si nascondesse una piccola officina?
“Qui – ha spiegato la ragazza che faceva da guida – il rame arrivava dopo la sbozzatura, quand’era ridotto in palette, e doveva essere riscaldato e pressato. A riscaldarlo provvedevano i mantici, poi veniva messo sotto il bilanciere, un antesignano delle presse. Si tratta di un materiale molto duttile quando viene riscaldato, e quindi facilmente modellabile, ma quando si raffredda torna a irrigidirsi e riprende la propria resistenza. Prima che venisse scoperto il rame, le stoviglie potevano essere realizzate solo in pietra o in terracotta, ma la prima era dura e difficile da lavorare, la terracotta fragile. Inoltre, il rame conduce molto bene il calore. Lo svantaggio è che va stagnato all’interno e che periodicamente bisogna ripetere l’operazione. Anche per questo iniziò l’attività itinerante dei magnin: scendevano a valle, si spingevano verso la pianura o valicavano le Alpi diretti in Francia e Svizzera, girando di strada in strada ad offrire la loro opera”. Era una migrazione stagionale, che riguardava i mesi invernali: quelli in cui nei campi non c’era molto lavoro da svolgere e le donne potevano provvedere da sé. “Quando cadono le castagne, loro partono” – scriveva Salvator Gotta – ma l’amore per il luogo natìo è grande e tornano sempre”.
Che a Sparone si lavorasse il rame non era un caso, ovviamente: nell’economia del passato – e qui si va molto indietro, fino ai Salassi – la filiera corta era una necessità imprescindibile. Sulle montagne circostanti, sopra le località Ceresa e Vasario, esistevano delle miniere e il loro sfruttamento perdurò fino al termine dell’Ottocento. Il materiale estratto veniva portato a Sommavilla, nella parte alta di Sparone, e lì avveniva la prima fase della lavorazione: si procedeva al taglio e al passaggio sotto il maglio, che imprimeva la prima forma. Quindi, sistemato sulla forgia e portato ad alta temperatura, il pezzo veniva trasformato in una sorta di lingotto. Quando arrivava alla Fucina dei Mestoli veniva nuovamente riscaldato, assumendo la forma del prodotto finito. Le schiumarole, troppo grandi per essere trattate con il bilanciere, venivano lavorate a mano su formelle in pietra, ancora visibili nel cortile sul retro. Dopo battitura e limatura da parte del magnin, i pezzi erano pronti e venivano portati a Cuorgnè per essere venduti all’ingrosso.
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