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Settimo Torinese

Quella farina che sa di “fuffa” della sindaca Elena Piastra

Mafie e dintorni: qualcuno si è fatto il calcolo di quanto ci costa il terreno di Mezzi Po?

Elena Piastra

Elena Piastra

Fiato alle trombe, rullo di tamburi, l’altro giorno, sul suo profilo social, la sindaca Elena Piastra con il piglio di un agronomo, s’è fatta bella dando la notizia della “mietitura e trebbiatura” di 20 quintali di grano varietà bandera che nei prossimi giorni verrà portato al Mulino di Casalborgone per la produzione di circa 18 quintali di farina. 

“La farina  così prodotta- scrive l’Amministrazione comunale -   finirà sugli scaffali dell’Emporio Solidale di Settimo e sarà messa a disposizione gratuitamente per le famiglie in difficoltà coinvolte dal servizio (ad oggi 438 persone)…”.

Fine del post ma c’è ben altro da dire… Perchè è davvero sorprendente come si possa distorcere il significato della parola “solidarietà” in nome di un progetto che appare più come un’operazione di marketing che un vero sostegno alle famiglie in difficoltà. 

Succede tutto questo in frazione Mezzi Po, dove 3.500 metri quadrati di terreno, un tempo appartenenti ad una famiglia collegata alla ‘ndrangheta e confiscati dallo Stato, sono stati trasformati in un campo per la produzione di grano biologico con l’obiettivo di produrre farina ma per la cronaca - e non solo per quella - l’Amministrazione comunale è arrivata a tutto questo grazie ai 25 mila euro ottenuti partecipando ad un bando, soldi che sono serviti per la bonifica dell’area dai rifiuti, l’estirpazione della erba “cattiva”, l’aratura eccetera, eccetera….

zona grigia

La zona grigia

Riflettiamo sui numeri: 25.000 euro di finanziamento per produrre, secondo le stime, 20 quintali di farina all’anno. 

Facendo due conti, il costo per quintale si aggira intorno a 1.250 euro. Davvero una spesa astronomica se consideriamo che con una cifra simile si sarebbero acquistati oltre 1.000 quintali di farina già pronta.  

La domanda è: con 25.000 euro, quante famiglie si sarebbero potute aiutare direttamente e immediatamente, senza passare attraverso un progetto agricolo che richiede tempo, risorse e una buona dose di fortuna affinché il raccolto sia effettivamente abbondante e di qualità?

Nei suoi sproloqui la sindaca Elena Piastra parla però di difesa della legalità e di valori fondamentali per la convivenza civile e democratica. Cara sindaca però il problema rimane: come si giustifica un investimento così elevato per un ritorno così incerto? 

E soprattutto, chi trae realmente beneficio da tutto questo? Le 438 famiglie bisognose che vedranno la farina sugli scaffali, o l’amministrazione comunale che potrà vantarsi di un progetto virtuoso sulla carta?

La retorica del “dal male al bene” è affascinante, ma non si può fare a meno di notare come questa iniziativa sembri più un esercizio di stile (uno dei tanti dell’Amministrazione comunale settimese) che una risposta concreta all’esigenza di “educazione”.

La “Farina del nostro sacco” suona bene come slogan, ma parlare della “mafia” ed educare alla mafia è una cosa molto seria e - cara la nostra Piastra - non c’entra nulla la scuola, men che meno la farina o le famiglie senza un euro in tasca. 

Com’è ormai evidente, infatti, nelle inchieste che dal 2011 si sono succedute in Piemonte, almeno qui da noi ci si dovrebbe limitare ad educare chi riveste una carica pubblica e siede tra i banchi del consiglio comunale. 

La lotta alla ‘ndrangheta dovrebbe cominciare, guarda un po’, proprio nella costruzione delle liste. Se parliamo della ‘ndrangheta, infatti, il problema è, oggi, estirpare la cultura delle famiglie e delle “locali” ben radicata in Calabria e esportata in tutta Italia. Solo se si è coscienti di questo (altro che farina)  si può lavorare affinché chi riveste una carica politica non si assoggetti o si faccia influenzare a sua insaputa….

 

Non c’è peggio sordo di chi non vuol sentire o leggere, quel che diciamo, è nuovamente scritto, nero su bianche, anche nell’ultimo castello accusatorio formulato dalla Procura di Torino in una recente indagine che mette insieme appalti per lavori autostradali e tessere del Pd.

Il problema segnalato dai Magistrati dall’inchiesta Minotauro (2011) in avanti non sono i reati, per alcuni imputati praticamente “inesistenti” ma l’indisponibilità della politica a voler comprendere il fenomeno per poi starne alla larga.

Domanda di cui già abbiamo una risposta… 

Alle recenti elezioni Amministrative la sindaca Elena Piastra ha fatto un’analisi di tutti i candidati o se n’è infischiata? 

La sindaca Piastra e tutto il Pd settimese che alle recenti elezioni hanno imbarcato tutti, ma proprio tutti, conoscono il significato della cosiddetta “zona grigia”?

Poco importa. La spieghiamo noi. Per “zona grigia” della mafia si intende quell’area di complicità e supporto tra le organizzazioni mafiose e individui o istituzioni che non sono ufficialmente membri della mafia. Comprende politici, imprenditori, professionisti e funzionari pubblici che, tramite corruzione, connivenza e soprattutto indifferenza, facilitano le attività mafiose. 

Questa rete di relazioni permette alle mafie di infiltrarsi nella società e nell’economia, legittimare le loro attività criminali e proteggersi dalle indagini. Contrastare la zona grigia richiede testa, tanta testa, da parte dei sindaci, dei segretari di partito e di chi in genere fa politica e ha un minimo di potere..

Insomma, seppur nobile nelle intenzioni, “Farina del nostro sacco” sembra mancare di pragmatismo e, per così come l’Amministrazione l’ha venduta o intende continuare a venderla, di una scarsa conoscenza della mafia a cui si aggiunge una vera e propria incomprensione dei bisogni immediati delle famiglie in difficoltà. 

Che poi - ce lo si consenta - con tutta l’erba alta che cresce in città, proprio su quella del terreno di Mezzi Po ci si doveva concentrare? Non sarebbe bastato mettere un cartello con su scritto “Questa è un’erba cattiva, ma libera dalle Mafie...”.

Avrebbe sicuramente fatto più effetto.

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