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Settimo Torinese
18 Giugno 2024 - 18:58
Ci sono fatti che spezzano il cuore. Non sono tanti, ma ci sono. Uno è assistere impotenti al dolore di una madre per il proprio figlio rinchiuso in una comunità, il Centro Paolo VI di Casalnoceto, per ordine di un giudice. Oramai è da mesi che sui social questa donna con il profilo "Girasole Serpente" le prova tutte, riprendendosi mentre lo fa con i mezzi che ha e con un microfono in mano. Sciopera. Piazza la tenda. Scrive cartelli. Dorme sui marciapiedi. Imbratta portoni. In bellavista la maglietta con la foto del bambino
Ogni tanto arrivano i carabinieri, ogni tanto i vigili, ma lei continua, imperterrita e senza pace. Qualcuno la definisce "matta" e noi, in questa redazione, tante volte ci siamo chiesti se lo fosse veramente oppure no, poi però razionalmente, di fronte ad un "amore negato" tra una mamma e il proprio figlio, ci siam dati sempre la stessa risposta: "Ha ragione lei!".
Solo chi è non è mai stata mamma non può capirla...
E poi chi siamo noi per giudicarla? A noi, al massimo, spetta darle voce. Lo abbiamo fatto e continueremo a farlo...
Restano i tanti dubbi sull'inerzia. Perchè nessuno la aiuta? Perchè la politica dorme? Perchè i giudici l'han presa di mira? Perchè sui social i concittadini la bistrattano? Perchè di fronte ad un fatto così grave prevale l'indifferenza? Domande difficili? Boh!
Lei è Natalina Colangelo e, in tutti questi mesi, è stata denunciata per laqualunque, per atti persecutori, interruzione di pubblico servizio, mancata esecuzione dolosa di un provvedimento del giudice, mancato preavviso di pubblica manifestazione.
A leggere quel che che si trova scritto in quegli atti sembra di avere a che fare con un pericoloso criminale solo con un approfondimento si sente chiaro e forte l'urlo di chi da anni lotta contro un sistema" che ha deciso che Cristian avrebbe vissuto meglio in una comunità terapeutica piuttosto che a casa.
Aveva 7 anni quel giorno in cui un'ambulanza chiamata dalla scuola l'ha portato via per sempre.
Correva il 14 gennaio del 2020.
Frequentava la scuola Rodari di viale Piave a Settimo Torinese e a detta delle insegnanti e della preside era "incontenibile". Contro di lui era stato organizzato anche uno sciopero dei genitori che, in classe con i loro figli, non lo volevano più.
Ed è proprio davanti alla scuola che Natalina più volte si è recata a protestare, urlando al microfono la sua storia. Lo ha sempre fatto nell'orario di uscita dei bambini in modo che anche gli altri genitori potessero ascoltare la sua disperazione.
"Andrea ha una disabilità certificata. Ha un ritardo cognitivo ed è iperattivo - ci spiegava qualche tempo fa -, proprio per questo a scuola aveva un'insegnante di sostegno e un educatore. Insomma, strumenti ne erano stati messi in campo. Ma la scuola, per non ammettere di non essere in grado di gestirlo, lo ha fatto togliere a me. Ha fatto in modo che venissero attivati i servizi sociali e che Andrea venisse portato via da me e da sua nonna".
Nonostante i problemi la loro era una bella famiglia. Natalina lavora, vive in una casa di proprietà e svolge una vita dignitosa.
“Mio figlio è cresciuto bene fino a quando è stato con me. Una settimana prima che me lo portassero via, io abbiamo fatto un viaggio a Roma per incontrare Papa Francesco. Era felicissimo. Era sereno".
Eppure, per ben due gradi di giudizio è stata dichiarata "non idonea" come mamma.
"Ma come fanno a dire che sono inidonea se mi hanno portato via mio figlio impedendomi di vederlo. Lo hanno portato quattro anni fa in una comunità terapeutica a Casalnoceto in provincia di Alessandria e non ho più potuto vederlo. Lì al centro Paolo VI me lo hanno rovinato. E' diventato obeso, lo sedano continuamente, ha tutti i denti rovinati. Come fanno a dire che sta meglio lì che a casa sua circondato dall'amore della sua mamma e della sua nonna?".
La battaglia legale che questa donna disperata, ma tenace, sta combattendo ,assistita dagli avvocati Francesco e Pasqualino Miraglia, è contro la decadenza della potestà genitoriale.
"Sono riusciti ad arrivare a tanto. A dire che non è più mio figlio, pur di togliermelo. Hanno nominato un tutore legale ma io non mi arrendo. Ho già speso più di 20 mila euro per questa causa, ma andrò avanti. Mio figlio ha bisogno di me e io di lui".
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“Mi hanno vietato di vederlo. Nei due anni di pandemia ci siamo visti una sola volta attraverso una finestra. Lui era agitato. Cercava di mordere il medico che era con lui. Io ho cercato di tranquillizzarlo. Ormai mi odia perché pensa che sia stata io ad abbandonarlo. Invece, sono stati loro a strapparmelo e a rovinare il mio bambino".
Il cuore di Natalina è a pezzi: “Mio figlio si sente abbandonato da sua madre, è da solo, isolato, senza istruzione, non frequenta nessuna scuola. Questa è discriminazione. Io ho sempre fatto fare a mio figlio tutto ciò che facevano i suoi coetanei".
Un'ingiusta vendetta per essersi ribellata alla scuola e ai servizi sociali?
"Hanno voluto colpire me perché sono una ragazza madre e lui perché è disabile. Le maestre hanno provato a farmi passare per tossica, quando io sono una donatrice di sangue. Mio figlio diceva di essere bullizzato e la scuola, invece di aiutarlo l'ha reso colpevole facendolo portare via".
Nella vicenda, qualche mese fa, era intervenuta anche l'assessore regionale Chiara Caucino, garante dell'infanzia e dell'adolescenza: "E' andata a trovarlo in comunità. Al ritorno mi ha riferito di aver chiesto a mio figlio se avesse un sogno. E lui le avrebbe risposto: tornare a casa dalla mamma e dalla nonna. Ma poi, non ha più mosso un dito. Io mi sento abbandonata. Disperata. Ma non mi arrendo".
Ogni tanto, nei suoi post, Natalina Colangelo usa parole dure anche nei confronti della sindaca Elena Piastra di Settimo Torinese, professione insegnante. E sono accuse molto forti sull'indifferenza sua e della politica in generale...
Intanto si è in attesa della pronuncia della Corte di Cassazione, alla quale è stato presentato ricorso per chiedere la revoca del decreto di adottabilità per mancanza dei presupposti legali.
Il Tribunale per i minorenni del Piemonte e Valle d’Aosta aveva disposto una consulenza tecnica con la valutazione della relazione tra il ragazzino e la madre, ma la comunità terapeutica ha espresso parere negativo e l’incontro non è mai avvenuto.
«Le informazioni rilasciate dalla comunità sono difformi e ambivalenti – ci aveva raccontato l’avvocato Miraglia –. A volte dicono che il bambino voglia vedere la madre e che la sogni persino la notte, altre che si agiti solo al pensiero di rivederla perché la teme. Dicono che stia bene dentro la struttura, poi però affermano che sia agitato e necessiti di un piano terapeutico a base di farmaci. Come sta davvero questo ragazzino? La comunità afferma che vuole farlo rientrare a casa, ma come può essere possibile dal momento che sino ad oggi non siamo mai stati coinvolti in riunioni, in incontri e in un progetto di reinserimento? Non ha nemmeno fatto entrare i tecnici incaricati dal tribunale di redigere la Ctu sul rapporto tra madre e figlio!».
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