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Storie di vita

"Non voglio morire in una casa di riposo: qui mi sento in prigione"

La testimonianza di un anziano del territorio che ci parla da una Rsa canavesana

La testimonianza di un anziano del territorio (foto di repertorio)

La testimonianza di un anziano del territorio (foto di repertorio)

"Cosa mi fa più paura? La chiusura: il fatto di dover restare qui per il resto della mia vita". A La Voce parla un signore anziano come ce ne sono tanti. 86 anni, con qualche mese alle spalle passato dentro una RSA del nostro territorio. Varie vicende familiari l'hanno portato qui, ma lui vorrebbe uscire.

Vorrebbe andarsene all'aria aperta, uscire a fare una passeggiata. Non può, perché l'età anziana e le condizioni di salute lo costringono a stare in un ambiente protetto, dove può essere seguito dal personale sanitario della RSA. La vita nelle residenze, però, può risultare dura per un anziano. Soprattutto per chi era abituato fino a qualche mese prima a condurre la propria vita in maniera autonoma.

Antonio, utilizzeremo questo nome di fantasia, è arrivato in Canavese dalla Sardegna nel 1960. Inizialmente si stabilì a Torino, lavorando in Città per qualche mese. Poi un giorno, un po' per caso, venne a sapere di un'opportunità di lavoro in Canavese, per la precisione in una fabbrica di San Carlo. "Presi il treno di sabato mattina, dopo essere andato a ballare il boogie" sorride O.

In casa di riposo l'anziano necessita di cure

Ma il ritmo lento e monotono del treno lo fa addormentare: "Quando ho aperto gli occhi, beh, ero a Cirié! Ma il treno stava già ripartendo. Ho avuto un sobbalzo. Sono riuscito ad aprire lo sportello all'ultimo e a buttarmi giù". Una volta uscito dalla stazione, la prima cosa che ha visto è stato il grande viale alberato della Città: "C'erano questi alberi bellissimi, altissimi". 

Antonio aveva solo 23 anni. Oggi, sessantatré anni dopo, l'anziano ricorda quei momenti col sorriso: "Lavorando in fabbrica presi contatti con la Cgil, e iniziai a lottare con loro per ottenere alcune importanti modifiche contrattuali". Erano gli anni d'oro del Movimento Operaio, quelli in cui con gli strumenti dello sciopero e della lotta sindacale si riuscivano a strappare aumenti di stipendio e diminuzioni dell'orario di lavoro.

"Dopo le prime vittorie del '69, mi resi conto che per ottenere qualcosa anche noi operai dovevamo studiare - racconta Antonio -. Così cominciai a prendere in mano i libri. Avevo solo la quinta elementare, e iniziai quindi a frequentare le scuole medie dopo aver chiesto al comune la possibilità di studiare di notte".

Dopo una vita spesa sul territorio, Antonio rimpiange gli anni dopo: "Mi manca molto la vita che si faceva in Canavese fino a qualche anno fa, e non sono contento di stare qui: tanti lo sono, non so perché, ma non io. Mi dicono che sono malato ma io non ho niente! Non mi piace non sapere quando potrò uscire da qui".

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