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Lars Carlstrom "inaffidabile": non c'è il 2 senza il 3...

Dopo Scarmagno fa la finta pure a Termini Imerese

Lars Carlstrom non c'è il 2 senza il 3. Speriamo di no!

Paglia con Carlstrom

Qualcuno se lo ricorda ancora Lars Carlstrom l’imprenditore svedese unto dal signore, dono della provvidenza, che voleva riportare gli antichi splendori l’ex Olivetti di Scarmagno costruendo qui la più grande Gigafactory d’Europa sotto le insegne di Italvolt Spa, appena finita di iscrivere al registro delle imprese.

Un investimento da fa gelare i polsi pari a 4 miliardi di euro, su 300 mila metri quadrati, con una capacità iniziale di 45 GWh e che avrebbe dovuto dare lavoro ad almeno 15.000  persone. Roba seria, mica “micio micio miao miao”.

Ci avevano creduto in tanti. Politici, imprenditori, tutta Confindustria. Per mesi Carlstrom è andato avanti con conferenze stampa e comunicati sugli accordi presi con questi e con quelli. Piovevano sui media come non ci fosse un domani. Sembrava cosa fatta. C’era anche chi gli aveva già mandato il curriculum vitae.

Poi d’un tratto, Zac!. Correva il novembre del 2022 e si viene a sapere che l'accordo non vincolante con Prelios Sgr, gestore del Fondo Monteverdi, per l'acquisto dell'area da un milione di metri quadrati non era stato rinnovato per “problemi di connessione alla rete elettrica di un impianto che può arrivare a consumare fino all'1 per cento di tutta l'energia elettrica prodotta in Italia…". Amen!

Sembrava o non sembrava un po' il colmo del colmi o l'applicazione plastica di una delle tante leggi di Murphy, quella di un'azienda per le batterie elettriche che non si riesce a impiantare perchè manca la corrente...?

Carlstrom con alcuni sindaci del Canavese

Inutile chiedersi come mai su un "particolare" non di scarsa rilevanza come questo, prima di avviare le pratiche al Suap di Ivrea e in Comune a Scarmagno, non si fossero fatte le dovute verifiche.

Non avevamo fatto in tempo a fare i funerali che  "Zac!" (buona la seconda) ecco che lo “svedese” rispunta fuori come l’araba fenice pronto a rilevare il sito produttivo di Termini Imerese, aperto negli anni '70 da FIAT per la produzione di autoveicoli di piccola cilindrata, ceduto nel 2015 all’azienda di componentistica Blutec, infine chiuso nel marzo del 2019, travolto dalle inchieste giudiziarie.

Carlstrom lo fa con una manifestazione di interesse che subito finisce su tutti i giornali d’Italia. E son bottiglie di champagne di quello buono, politici che si strappano le vesti e giornalisti che fan fuochi di artificio con titoli e redazionali.

Il progetto prevede un investimento di circa 2 miliardi di euro per arrivare a produrre 37 GWh già a partire dal 2025.  Carlstrom fa sapere ai siciliani di aver già raccolto (attraverso investitori vari) circa 5 milioni, ma conta di arrivare a 200 milioni. Lo definisce uno dei più importanti piani di rilancio mai visti per la Sicilia e l’area del Mezzogiorno.

La notizia è dell'ultima ora. Fiato alle trombe e rullo di tamburi.... Il 2 ottobre 2023, è scaduto il termine per la presentazione delle offerte vincolanti per l’acquisto e  Italvolt (toh guarda) non ha presentato alcuna offerta al Ministero delle imprese e del Made in Italy, ministero che aveva aperto il bando per la cessione dello stabilimento.

Morale? Il progetto  è finito nella spazzatura.

Lo svedese s’è giustificato? Eccome se lo ha fatto. Dice di non aver presentato alcuna offerta perché sarebbe stato obbligato ad assumere i 600 dipendenti ex Blutec che lavoravano nello stabilimento. 

“Siamo interessati all’area, ma non possiamo essere coinvolti in questo enorme rischio” ha dichiarato alla stampa locale. 

Peccato che l’imprenditore avesse millantato un accordo con il Politecnico di Milano per riqualificare 600 operai.

Anche Sergey Shapran (imprenditore ucraino a capo dell’azienda di profilati e componenti di alluminio Alumeta) ha rinunciato all’acquisto. Per la cronaca di offerte ne è arrivata solo una di Ros Pelligra imprenditore del settore edile e neo-proprietario della squadra di calcio del Catania.  Prometto un investimento di qualche milioni di euro, e l’assunzione di un po’ di operai.

Come si suol dire (parlando di Carlstrom) quando una cosa è troppo bella per essere vera è perché non è vera. 

Britishvolt

Gran parte dei problemi siciliani, in verità, sono legati ai costi dell'operazione, ancor più che il Governo non si è mai impegnato con "aiuti di Stato". Altro particolare di non poco conto quello degli eventuali investitori di Carlstrom di cui non si è mai conosciuto il nome né se ci siano mai stati. Italvolt Spa fino a qualche mese fa restava una specie di start up con sede legale a Milano e un capitale di 7,7 milioni sborsato da Statevolt srl che fa capo allo stesso Carlstrom. 

Qualche dubbio su Italvolt a Scarmagno era venuto fuori quando si era saputo del fallimento di Britishvolt, la sorella inglese.

Fondata nel 2019 dagli imprenditori svedesi Orral Nadjari e Lars Carlstrom, Britishvolt ha sempre avuto in agenda piani ambiziosi (forse anche un po’ troppo): la costruzione di uno stabilimento nel Northumberland, la creazione di 3.000 posti di lavoro diretti e 5.000 nell’indotto. Purtroppo non è mai riuscita a raccogliere i soldi necessari per andare fino in fondo.

Lars Carlstrom con Patrizia Paglia ex presidente di Confindustria Canavese

Stando a quel che han scritto alcuni tabloid inglesi avrebbe raccolto qualcosa come 2,5 miliardi di dollari di impegni di finanziamento, tra cui 100 milioni di sterline (circa 113 milioni di euro) dal governo britannico.

Nel 2022, s’innamorò di loro  l’allora primo ministro britannico Boris Johnson che definì l’impianto “una forte testimonianza sulla presenza di lavoratori qualificati del nord-est e sul ruolo del Regno Unito come leader della rivoluzione industriale verde globale”. Seguì il sostegno all’iniziativa di diverse case automobilistiche come Lotus e Aston Martin per un investimento totale di 200 milioni di sterline.

Qualche mese dopo, ad agosto, la doccia fredda con il licenziamento della maggior parte dei 232 dipendenti e delle dimissioni di Najdari, sostituito dall’ex dirigente di Ford Graham Hoare, con il ruolo di presidente delle operazioni globali.

Troppo tardi considerando che l’azienda aveva già accumulato un monte salari arretrato di 3 milioni di sterline tanto da annunciare (siamo ad ottobre) di aver bisogno di 200 milioni di sterline per arrivare all’estate del 2023. 

Tra i principali motivi della catastrofe, almeno questo dicevano nel Regno Unito, il fatto che i fondatori non avessero esperienza nel settore dei veicoli elettrici, a cui si erano avvicinati con un approccio più simile a quello di una start-up  e ricorrendo per esempio all’autofinanziamento, oltre a fare promesse su una futura crescita. 

S’aggiungeva che in alcune occasioni Britishvolt si sarebbe comportata come se non avesse problemi di liquidità, affittando una villa da 2,8 milioni di sterline per i propri dirigenti e utilizzando uno jet privato per gli spostamenti. Il Guardian sostiene poi (e qui siamo alle comiche) che al personale fossero state regalate delle lezioni di yoga impartite da un istruttore di fitness di Dubai. 

I nostri dubbi

Balli caraibici e  pupille che si arrotolavano su se stesse non potendo credere  ai propri occhi. La notizia di una super azienda per la super batteria in quel di Scarmagno nei primi mesi del 2021 scaldò gli animi di un bel po’ di persone a cominciare dal presidente di Confindustria Canavese Patrizia Paglia, passando dal sindaco di Ivrea Stefano Sertoli, a quello di Scarmagno Adriano Grassino e a un bel numero di consiglieri regionali, non in ultima il leghista Andrea Cane, tanto per citarne uno. Talmente incredibile da indurre la vicesindaca di Ivrea Elisabetta Piccoli a farsi fregio del “successo” con una nota nella relazione programmatica al bilancio... 

Il comprensorio ex Olivetti di Scarmagno

Perchè significava ripresa, voglia di ricominciare. Significava posti di lavoro. Soldi. Benessere. La domanda oggi come allora era una soltanto ma con più di una risposta: quanto ci si poteva fidare del Ceo di Italvolt Spa, lo svedese Lars Carlstrom, il cui cognome, nella lingua originale, si scrive con due puntini sulla “o”. 

La risposta è: “boh”.

Di lui, oltre all’età (57 anni) si sapeva solo quel che avevano scritto i tabloid inglesi, non foss’altro che, alcune settimane prima, aveva rassegnato le dimissioni dalla presidenza di una società inglese che aveva contribuito a fondare, anche questa impegnata nella costruzione di un mega stabilimento per la produzione di batterie al litio.

Obiettivo? Tremila dipendenti.... Il nome dell’azienda? Britishvolt! 

Sembrava una barzelletta, purtroppo non lo era. Molto serio era, infatti, il motivo per cui si era dimesso. Lo aveva fatto in seguito alla notizia, diffusa a piene mani, di una sua condanna per frode fiscale in Svezia, risalente a circa 25 anni prima.

Otto mesi di carcere e il divieto ad esercitare attività commerciali per quattro anni. 

Pena poi ridotta a  60 ore di lavoro socialmente utile.

“Sono a conoscenza di questa accusa - si era difeso Lars Carlstrom con i giornalisti d’oltre Manica - Per questo, data l’importanza dell’operazione che vuole mettere il Regno Unito in prima linea nell’industria globale delle batterie e non desiderando affatto di diventare un impedimento, mi faccio da parte con effetto immediato...”.

E non era ancora finita lì. Stando alle cronache, lo svedese avrebbe avuto legami con il poco raccomandabile uomo d’affari russo Vladimir Antonov durante il tentativo di salvataggio della casa automobilistica svedese Saab.

Un’operazione  bloccata dalla Banca europea per gli investimenti. 

Epperò Antonov, nel Regno Unico, si era fatto conoscere per ben altro e come presidente, per poco più di 6 mesi, nel 2011, del Portsmouth FC, poi passato all’Amministrazione controllata.

Arrestato  a Londra pochi giorni prima di dimettersi dal club, in seguito ad un mandato di cattura europeo emesso dall’Autorità giudiziaria della Lituania interessata ad approfondire una presunta distrazione di quasi mezzo miliardo di euro di una banca fallita, la Snoras, di cui era l’azionista di maggioranza.

Seguì la fuga in Russia, pochi giorni dopo l’estradizione negata.

Si dirà... Che cosa c’entrava tutto questo con Carlstrom? 

Nulla, salvo il fatto che Carlstrom avesse aiutato Antonov ad aprire una filiale di Snoras in Svezia e, più o meno nello stesso periodo, il 2011, un giornale svedese (Realtid) riferiva che una delle società del signor Carlstrom era sotto indagine per una fattura non pagata di 215.000 corone svedesi e di un debito non onorato di 1,5 milioni di corone nei confronti di un studio legale londinese Reynolds Porter Chamberlain.

Alcuni siti inglesi  riferivano poi che “prima di fondare Britishvolt”,  Carlstrom, grande appassionato di golf, avrebbe lavorato alla  Jool Capital Partner  di Göteborg, una grossa società di consulenza finanziaria e di raccolta fondi. 

Alla Jool Capital (almeno fino al 2018) avrebbe lavorato  anche Orral Nadjari, che nel 2021 ha preso il posto di Carlstrom alla Britishvolt. A lui (a Orral nadjari) si deve una delle più grandi raccolte fondi mai realizzate in Svezia pari a 335 milioni di corone nel 2016 ben poca roba rispetto ai miliardi che avrebbe dovuto raccogliere per Britishvolt. Da qui la richiesta di un sostegno al Governo e l’impegno (mai accertato) di sostenitori internazionali degli Emirati Arabi Uniti e della Scandinavia.

Nel luglio del 2021, il Financial Times riferiva che la Britishvolt stava pianificando una quotazione in borsa per raccogliere tra i  300 milioni e i 400 milioni di sterline.

La presa per i fondelli...

A prescindere da Carlstrom, nel settore delle batterie per auto sono in tanti ad essersi buttati. Perchè l’automotive va in questa direzione, ma anche perchè l’Europa ha deciso di investire un bel mucchio di quattrini con dei veri e propri “Aiuti di Stato” ed è la prima volta che capita.

Obiettivo dichiarato: limitare la dipendenza dall’estero e soprattutto dalla Cina. Francia e Germania hanno fatto nascere un consorzio (Battery alliance), dal quale l’Italia, con il governo Pd-Cinquestelle era rimasta fuori, anche dal “board”.

Con Mario Draghi, almeno in teoria, si sarebbe dovuta inserire la quinta marcia. Certo sarebbe stato decisamente “bello” se il progetto di una gigaafactory in quel di Scarmagno o in una qualsiasi altra parte d’Italia lo avesse  firmato l’Ad di Stellantis o di Volkswagen. Un imprenditore con i soldi. Uno a cui piacciono le catene di montaggio. Come si faceva una volta, insomma. All’interesse finanziario si sarebbe aggiunto un vero e proprio interesse alla produzione, ma tant’è!

E’ un po’ pochino? Diciamo di sì!

Per questo, qualche mese fa avevamo chiuso uno dei nostri approfondimenti con una supplica. Quel che si chiedeva a Carlstrom era di non prenderci per i fondelli come già in tanti hanno fatto in questi ultimi 30 anni in cui si è solo ed esclusivamente assistito ad aziende che chiudono o a imprenditori che investono i soldi dello Stato per poi scappare via. Quel che si chiedeva a Carlstrom era di non approfittare della disperazione che c’è, capace di tutto anche a farci credere in un nuovo miracolo economico...

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