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Coulibaly al Palio dei Borghi: una bella storia di integrazione

Ha corso la staffetta nella squadra di Borgo Nuovo Rossetti

Coulibaly Palio

Coulibaly

Un paio di scarpe da running regalate perché lui non le aveva, il suo carattere timido che si apre di fronte ai metri da compiere di corsa, gli abbracci e le nuove amicizie.

La mascotte della squadra della staffetta del “Borgo Nuovo Rossetti” è Coulibaly. Per raccontare questa storia di integrazione nella cornice del Palio dei Borghi bisogna tornare indietro di tre anni. Coulibaly è un ragazzo di trent’anni arrivato in Italia dal Mali.

Immaginiamoci il suo stato d’animo appena arrivato nel nostro Paese dopo il lunghissimo “viaggio” che ha dovuto affrontare; l’aver lasciato il suo paese d’origine con la sua famiglia i suoi affetti e un futuro di fronte a sé tutto da costruire, tra tantissime incognite e poche, pochissime certezze.

Tra i tanti pensieri che affollavano la testa di Coulibaly appena toccato il suolo italiano non vi era neppure un millimetro di spazio per poter immaginare che esistesse una Città con meno di 20 mila abitanti di nome Ciriè: il luogo prescelto dal progetto di accoglienza in cui è stato inserito che sarebbe poi diventata la sua nuova Città, prima di essere stato ospite a Germagnano. E fin qui la narrazione del reale.

Adesso il romanzo ironico: poteva sapere Coulibaly che ogni due anni la Città si divide in borghi che si contendono tra gare a cavallo, tiro alla fune e staffetta, la spada per proteggere Margherita di Savoia? La risposta è ovvia, meno scontato è invece il racconto del reale che segue e che ci regala valori universali come la fratellanza, l’importanza delle occasioni di socializzazione, la caparbietà e il sorriso, quello degli occhi di Annamaria Semprini Bosio educatrice della Cooperativa Stranaidea che si è “intestardita” su questa opportunità di integrazione al punto tale da considerarla anche una sua soddisfazione personale.   

“I ragazzi della staffetta di Borgo Nuovo Rossetti mi avevano detto che non avevano il numero sufficiente di persone per gareggiare e mi hanno chiesto qualche contatto – i spiega ancora entusiasta nel ripercorrere le tappe di questa vittoria”.

La lampadina si accende in Arianna.

Coulibaly e un altro ragazzo di 20 anni di Germagnano, anche lui affidatario del progetto di accoglienza, sono le persone adatte.

Quale occasione migliore per giocarsi la carta dell’integrazione?

Ma come tutte le storie a lieto fine però ci sono delle difficoltà lungo il tragitto, altrimenti non sarebbe una storia vera.

Annamaria propone ai ragazzi della staffetta del Borgo Nuovo Rossetti i due suoi i contatti.  Il secondo ragazzo, però, si ritrae perché ci spiega Annamaria “è più improntato per lo studio, meno sulle attività sportive, e quindi non essendo interessato all’idea, si defila gentilmente”.

Ci sta. Non è che tutti devono per forza amare lo sport. Ecco che quindi resta Coulibaly. Nelle prime prove di staffetta nei mesi di Aprile e Maggio il ragazzo originario del Mali dà sfoggio della potenza fisica, però gli manca la tecnica.

Colulibaly non andava al cento per cento per la disciplina sportiva in questione, aveva qualche secondo di ritardo rispetto agli altri suoi compagni di squadra. Mettiamola così: tanta potenza, ma poco adatta per la staffetta che richiede requisiti diversi. Insomma il ragazzo maliano viene messo un po’ in pausa, calcisticamente parlando si direbbe in panchina.

Da utilizzare quando serve, se serve. Anzi peggio: arriva la doccia fredda per Arianna e per Coulibaly: “purtroppo – dal gruppo – ci avevano detto che per lui forse non c’era spazio, forse non veniva inserito in squadra”.

Nessuna pettorina, nessuna gara, nessuna goccia di sudore da scambiarsi con i suoi amici atleti. Un grosso peccato. Un’occasione di inserimento sociale che sfuma per via delle leggi dure e doverosamente severe delle discipline e poi, diciamolo pure al Palio si gioca, ma non per scherzo.

Così per il nostro protagonista, “un gigante buono" come lo definisce Arianna – un ragazzo alto e grande con un fisico che fa a pugni con il suo essere timido e delicato” finisce la parentesi della staffetta. Lo vediamo andare via dalla pista di atletica: un corpo da gigante e un’anima da farfalla che non ha grandi occasioni di socializzazione.

Lavoro e casa. Impiegato come giardiniere e coinquilino di altri cinque ragazzi in una mansarda a Ciriè. Vi ricordate i valori universali di cui parlavamo prima? Ecco che entra in scena la caparbietà di Arianna che non demorde e insiste affinché il suo affidatario possa entrare nella squadra della staffetta.

Nulla da fare però. Finché arriva quel colpo di scena che non ti aspetti, quel punto di rottura della sceneggiatura che riapre le porte della competizione sportiva a Coulibaly.

La mattina della gara, un ragazzo del Borgo Nuovo Rossetti ha rinunciato a gareggiare per un piccolo infortunio. E quindi, chi, al suo posto? Ebbene sì. Il gigante buono torna in scena: scalda i muscoli e concentra la sua mente sul tragitto da compiere veloce come una farfalla. Poca potenza, più tecnica. Poca potenza, più tecnica, come un mantra nella sua testa e così Coulibaly ha superato se stesso andando a recuperare lo scarto che la sua squadra aveva nei confronti di Borgo Devesi.  

Una corsa talmente rapida da bruciare tutti i secondi di differenza dai suoi rivali e un impegno così forte che gli è valso un coro improvvisato dalla tifoseria del Borgo Nuovo Rossetti in un momento di estasi collettiva, un omaggio vocale urlato a più non posso tutto per lui.

Sono davvero contenta di questa esperienza – dice raggiante l’educatrice Arianna - Spero che questo percorso di integrazione si possa ripetere e sono contenta anche del gesto simbolico che rappresenta questa storia: un ragazzo di colore al Palio dei Borghi non è passato di certo inosservato”.

La festa finisce, vince Borgo Loreto, ma inizia un capitolo ancora più importante, quello della vita di tutti i giorni. Ora Coulibaly ha stretto nuove amicizie e la sera si vede con i ragazzi della staffetta, per parlare, per bere una birra insieme. La porta della mansarda in cui vive si apre non solo per uscire ad andare al lavoro per poi richiudersi al suo rientro per cena. “Ci sono piccole ma grandi occasioni che permettono alle persone di capire che al di là della provenienza, del colore della pelle, ci sono dei punti di incontro – riflette a voce alta Arianna”.

Perché? “Perché siamo persone”.

Punto. Altro da aggiungere?

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