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Il caso
10 Luglio 2023 - 11:31
Loredana Devietti
Ci risiamo: il sindaco di Ciriè Loredana Devietti decide di mettere nuovamente in mezzo gli avvocati e querela due blogger. L'anno scorso aveva fatto la stessa cosa, salvo poi ritirare la querela di fronte alle scuse pubbliche della malcapitata. Stavolta i due blogger sarebbero colpevoli di istigazione all'odio razziale e diffamazione.
Nello specifico, avrebbero la responsabilità di aver fomentato decine di commenti insultanti, diffamanti e magari anche minacciosi ai danni del sindaco sui social. Il loro peccato originale? Un post in cui criticavano duramente la decisione del sindaco di emanare un'ordinanza per tutelare l'ordine pubblico in occasione dei festeggiamenti del terzo scudetto del Napoli a Ciriè.
Raccontata così, l'azione del sindaco sembra di quelle che per educarne cento ne vogliono punire uno (anzi due). La cosa si fa ancora più strana se si pensa che questi due hanno la colpa di aver espresso una critica. Non di aver accostato il sindaco a un fatto falso o di averla pesantemente diffamata con ingiurie e insulti personali. Hanno semplicemente espresso una critica.
E tanto è bastato per chiedere alle autorità di prendere provvedimenti nei loro confronti. Ora viene da domandarsi se ricorrere a uno strumento come la querela per i cittadini che osano criticare l'operato della Giunta sia un'azione lecita oppure no. Non da un punto di vista giudiziario (non compete a noi stabilirlo) ma politico. Ed è ben diverso.

Le critiche al sindaco erano piovute dopo l'ordinanza sulla festa del Napoli
L'anno scorso, se guardiamo la vicenda solo sotto il profilo strettamente "legale", Devietti non fece niente di male a querelare la blogger che le aveva lanciato accuse pesanti e pure infondate. Ben diversa la vicenda di quest'anno, in cui per punire orde di commenti vergognosi il sindaco querela la fonte della shitstorm: chi ha scritto un post di critica.
E "il diritto di critica, nelle sue più varie articolazioni (politica, giudiziaria, scientifica, sportiva ecc…) costituisce espressione della libertà di manifestazione del pensiero (art. 21 Cost. e art. 10 CEDU) e rinviene, pertanto, il carattere identitario proprio nell’espressione di un giudizio o di un'opinione personale dell'autore, che non può che essere soggettiva".
Sono le parole di Corrado Bile, il giudice che nel dicembre scorso ha respinto una imponente richiesta risarcitoria nei confronti del Fatto Quotidiano da parte di Eni per una serie di articoli. Ma ci si potrebbe anche solo avventurare tra le sentenze della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo o tra le pagine della Costituzione per imparare la stessa lezione.
Insomma, se nel caso dell'anno scorso si poteva quantomeno capire (con riserva...) lo sdegno del sindaco, quest'anno viene davvero difficile tirar fuori una mezza motivazione per darle ragione.
Querelare qualcuno significa di fatto condannarlo prima ancora che il giudice si pronunci sul suo caso: la lentezza del sistema di giustizia, i costi delle spese legali, l'ansia logorante di conoscere l'esito del processo e le conseguenze psicologiche ai danni del querelato sono già di per sé un pezzo di condanna.
Il 67% delle querele per diffamazione finisce archiviato ancor prima del rinvio a giudizio, mentre per quelle poche, pochissime che terminano con una condanna in terzo grado la Legge italiana prevede la pena del carcere, seppur spesso con la condizionale. Un sistema medievale, più volte criticato, che rende ancora più grave l'azione di un sindaco che, querelando un cittadino, sta di fatto chiedendo ai giudici di metterlo in galera.
Aggiungiamoci anche che chi viene querelato, al di là che venga o meno ritenuto responsabile da un giudice, ci penserà due volte prima di scrivere nuovamente qualcosa contro il sindaco. Se lo farà misurerà le parole, starà attento oltre ogni ragionevole limite. Si auto-censurerà.
Già, perché il risultato di un'azione come quella del sindaco è più mediatico che giudiziario. Se quereli due persone conosciute dai un segnale forte, e finisci per dissuadere il cittadino medio dalla partecipazione alla vita politica. Un atteggiamento che rischia di avere una indiretta conseguenza censoria.
Meglio sarebbe stato, l'anno scorso come quest'anno, che il sindaco si limitasse a chiedere le scuse pubbliche a chi, tra i commentatori social, ha lanciato minacce e insulti o a chi ha scritto falsità, al posto di tentare di punire per via giudiziaria chi ha generato quest'ondata di reazioni semplicemente esercitando un diritto: quello di criticare un'ordinanza.
Un diritto sacrosanto che non può essere messo a tacere da una querela pretestuosa. Né se a criticare è un giornalista, né se a farlo sono cittadini e consiglieri comunali. Nessuno deve essere costretto all'autocensura per timore di finire di fronte a un giudice dopo una querela di chi dovrebbe rappresentarlo e tutelarlo.
Ne va della salute della piccola democrazia cittadina ciriacese. E ci permettiamo di segnalarlo al sindaco, sperando che non quereli pure noi.
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