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Marzo il mese della donna e della prevenzione "femminile": ma cos'è la prevenzione femminile per chi ha disabilità motoria?

Marzo il mese della donna e della prevenzione "femminile": ma cos'è la prevenzione femminile per chi ha disabilità motoria?

Eleonora Zollo, 31 anni

Marzo il mese della donna e della prevenzione "femminile": ma cos'è la prevenzione femminile per chi ha disabilità motoria? Sovente, purtroppo, la prevenzione di una donna affetta da grave disabilità si limita a un qualche gesto scaramantico. Molte, troppe volte la prevenzione è lasciata al caso: all’accessibilità dello studio medico, alla campagna di sensibilizzazione (praticamente inesistente nei confronti delle donne con disabilità motoria), all’opinione pubblica che vede nella donna disabile un’eterna bambina, un angelo asessuato che non ha bisogno indi di preoccuparsi dei suoi organi genitali, né delle sue mammelle. E se l’argomento è la contraccezione, ahimè, apriti cielo! Il pregiudizio è ancora troppo radicato nella nostra mentalità retriva. Da ciò deriva una reazione a cascata frutto di stereotipi e credenze popolari.

Ciò porta a farsi che gli ambulatori non siano pensati per le donne con disabilità. E nemmeno gli spot pubblicitari dei contraccettivi, né distributori automatici di preservativi e sex toys — con pulsantiera in alto e sportelli troppo pesanti da aprire per chi presenta un’importante debolezza muscolare. Questa struttura sociale conduce la persona disabile a non poter vivere la propria sessualità in ambito privato, bensì ad avere sempre bisogno di qualcuno che “faccia per lei/lui”.

Eleonora Zollo, 31 anni, Psicologa della sezione UILDM di Chivasso e affetta da Atrofia Muscolare Spinale, racconta la sua esperienza: «Le visite ginecologiche sono sempre state il mio cruccio», spiega, «e le ho evitate fino a pochi mesi fa, quando mi è stato calorosamente consigliato dalla mia neurologa di sottopormi a un esame ginecologico per la prescrizione di un contraccettivo.». Eleonora Zollo, infatti, tra qualche settimana inizierà una terapia sperimentale con un farmaco prodotto dalla casa farmaceutica Roche per valutare gli effetti benefici sulla propria patologia. Tuttavia, il farmaco in questione (essendo ancora in fase sperimentale) potrebbe avere delle conseguenze sul feto e quindi è necessario che la persona che lo assume non rimanga incinta (almeno per il momento).

Eleonora, però, è attiva sessualmente da diversi anni e in questo lasso di tempo non ha mai preso in considerazione l’ipotesi contraccettiva, a causa di timori che da un lato riguardavano la sfera psicologica, dall’altro quella pratica-logistica.

«Mi imbarazzava l’idea che il ginecologo potesse farsi di me vista la mia vita sessuale. Sinceramente, temevo che sarebbe rimasto sconvolto dal fatto che “una come me” potesse avere rapporti intimi, visto il pregiudizio che ancora oggi dilaga in società

Ma c’è anche l’aspetto pratico da tenere in considerazione: Eleonora non sapeva come avrebbe potuto posizionarsi comodamente sul lettino ginecologico. Un dubbio talmente forte da farla desistere, per molti anni, dal prenotare una visita ginecologica.

«Devo ammettere che la mia prima visita ginecologica non è andata poi così malecerto, avrei preferito una maggiore comoditàma ci sono da tenere in conto due fattori: l’aver effettuato la visita in un ambulatorio dell’Asl (per cui il lettino era reclinabile e mi ha permesso di sfruttare lo schienale come piano d’appoggio per prepararmi), e la mia costituzione fisica che mi rende estremamente “facile dai muovere” in molte situazioni.» racconta la dottoressa Zollo. E, infatti, Eleonora pesa solo 35 kg ed è alta 1 metro e 45 centimetri. In realtà, anche un’altezza e un peso sotto gli standard possono causare problemi. E se non si riesce a mantenere la posizione eretta tutto risulta più complicato. Impossibile, a dirla tutta. Gli strumenti per effettuare la mammografia, ad esempio, sono tutti situati in alto, presupponendo che la donna debba stare in piedi durante l’esame.

Ma se non può alzarsi dalla carrozzina?

Beh, in questo caso non le resta che incrociare le dita. Poiché, nonostante in Italia le donne con disabilita siano circa due milioni, la maggior parte degli ambulatori di ginecologia e ostetricia non sono pensati per accoglierle. 

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