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“La mia vita da mamma disabile vittima di abusi e maltrattamenti”

“La mia vita da mamma disabile  vittima di abusi e maltrattamenti”

Violenza sulle donne, foto di repertorio

Chiara (nome di fantasia), 36 anni, della provincia nord di Torino, è una donna forte e determinata con alle spalle maltrattamenti e abusi da parte del marito dal quale si è separata due anni fa.

Questa non è una normale storia di violenza sulle donne, ma è la storia di una violenza perpetrata ai danni di una donna con una disabilità fisica, costretta da anni su una a sedia rotelle. «Quando conobbi Luca (nome di fantasia) consideravo piacevole il suo atteggiamento nei miei confronti, infatti fin da subito mi era parso un uomo che non badava alla mia disabilità. Uno capace di cogliere la mia vera essenza senza soffermarsi sulla carrozzina. Mi sembrava che mi trattasse come una ragazza qualunque, e questo lo apprezzavo moltissimo. Luca aveva avuto un’infanzia difficile (o almeno così raccontava) ed io ne ero rimasta intenerita al punto da credere che con l’amore potessi aiutarlo a superare quelle asperità caratteriali che mi turbavano. Purtroppo solo con il tempo ho compreso la sua propensione al vittimismo e all’aggressività - racconta Chiara -. I maltrattamenti iniziarono con la possessività, una gelosia incontrollabile (una volta, al ristorante, si arrabbiò tanto perché, secondo lui, guardavo un ragazzo seduto a un altro tavolo). Vere e proprie manie di controllo ne trasfigurarono la personalità…».

Anno dopo anno, la libertà di Chiara è stata cancellata in virtù della dipendenza dal marito. Anni di autonomia conquistata a fatica sono finiti nell’oblio. «In primis ha sminuito la mia capacità di guidare, affogando ogni viaggio nell’ansia. Quando c’ero io al volante, infatti, iniziava a crearmi soggezione e timore: “Non fare così, gira più piano, attenta alla rotonda, occhio al vecchio, cazzo!…”» Chiara prosegue con la voce interrotta dalla commozione: «Questo suo modo di fare mi ha portato a smettere di guidare. Lo stesso è accaduto con la cucina perché, mentre all’inizio della nostra convivenza cucinavo regolarmente ed era anche una cosa che mi piaceva fare, pian piano le critiche sono aumentate fino a farmi abbandonare anche questa attività»

In un crescendo di violenza, Luca è passato dai maltrattamenti verbali a quelli fisici.  «Questi ultimi non erano ricorrenti, ma avvenivano durante le liti. Ne ricordo una in particolare in cui mi ha rotto un dito della mano e non mi ha accompagnata nemmeno in ospedale. Ho dovuto chiamare un taxi e tornare nello stesso modo con il dito ingessato…»

Questo, purtroppo, è stato solo l’inizio. «In seguito è passato agli schiaffi e proprio uno di questi mi ha lacerato un labbro. In quell’occasione ho avuto davvero tanta paura e così ho deciso di recarmi al Pronto Soccorso dove ho sporto anche denuncia.».

Nel “Contratto per il Governo del Cambiamento” è contenuta una disposizione che interessa in modo specifico le donne con disabilità vittime di violenza. Essa prevede l’introduzione di nuove aggravanti ed aumenti di pena quando la vittima è un soggetto particolarmente vulnerabile. Una misura in realtà già presente nel nostro ordinamento giuridico, che pare tuttavia introdurre misure per distinguere i reati commessi ai danni delle donne e quelli commessi contro le donne con disabilità.  Però, se le sanzioni esistono, allora qual è il problema?

«Purtroppo non è facile denunciare le violenze domestiche. Si pensa sempre che non accadrà più anche se nella testa si percepisce che è una menzogna che diciamo a noi stesse. Nostra figlia Cristina, seppur in tenera età, assisteva alle forme di violenza e anche lei poteva considerarsi vittima: una vittima di violenza assistita - sottolinea Chiara -. E’ stata lei la mia forza quando ho scelto di denunciare i soprusi e quando ho iniziato a pensare di poter costruire un nuovo futuro per ritrovare me stessa e soprattutto per tornare ad essere la persona che ero prima, sorridente e autonoma. Quando, però, ho incominciato ad avere a che fare con il Sistema — un groviglio di Istituzioni che dovrebbe tutelare le vittime di violenza e i loro figli ma che di fatto non lo fa — ho constatato che né i Servizi Sociali, né i giudici hanno tenuto conto della condanna subita da Luca per maltrattamenti a seguito del processo. Anzi c’è stata, inverosimilmente, la tendenza a perseguire la costruzione di un rapporto tra nostra figlia e il padre maltrattante».

Chiara assume nuovamente un tono di voce fiero e determinato. Il tono di voce di una donna che non ha mai accettato di essere una marionetta nelle mani di un uomo violento, né in quelle del Sistema.

«Sento di aver fatto la cosa giusta, sebbene mi fossi aspettata più aiuto dalle Istituzioni. Ogni giorno sento da parte dei media veri e propri atteggiamenti omertosi verso gli uomini maltrattanti. Si cerca sempre, in ogni modo, di sminuire e giustificare i gesti di violenza - conclude Cristina -. Questo non è il mondo in cui ho sognato di vivere. Non è la società che mi aspettavo quando da bambina guardavo con occhi innocenti l’ancora incomprensibile società degli adulti».

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