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Copacabana

Ma l’urbanismo tattico non sia una foglia di fico

Due persone anziane si portano dietro un paio di sedie e un tavolo, si posizionano lungo la strada di paese, e si mettono a giocare a carte. Cosi facendo definiscono la loro appartenenza al luogo, la strada è loro, loro sono la strada.

Accanto a loro si siedono altri a chiacchierare e intanto osservano i passanti, commentando.

Poco più avanti dei ragazzini giocano a palla. La parete di un palazzo funziona egregiamente da porta….. Tant’è vero che qualcuno ha pensato bene di ribadirlo scrivendocelo sopra: “porta da calcio”.

Basterebbero queste poche immagini note a tutti, tipiche delle città e dei borghi storici, per definire cosa sia l’urbanismo tattico.

L’urbanismo tattico non è altro che prassi e abitudini dei nostri modi di vivere consolidati da sempre.

Da molto prima che arrivassero le automobili e la loro onnipresenza invasiva.

Automobili ovunque, al posto di ragazzini vocianti sotto casa e anziani che osservano; e parlo di strada sotto casa, non della piazza principale del paese.

Oggi assistiamo un po’ ovunque ad una reazione a questa invasività.

In una grande città alcuni abitanti decidono di prendersi cura delle aiuole abbandonate, piantano fiori, innaffiano, spontaneamente, senza autorizzazione, rischiando persino di prendersi una multa; alcuni la definiscono “guerrilla gardening”.

Altri lo fanno da tempo con l’accordo delle amministrazioni; succede a Settimo, ma in molti altri luoghi se provi a piantare una violetta ti multano…….

Altri ancora più praticamente, occupano spazi demaniali abbandonati e ci coltivano degli orti (specie in una grande città la possibilità di pochi metri quadrati di orto, sono un lusso inimmaginabile; la disponibilità di un orto da coltivare è una vera rivoluzione).

In un traforo stradale molto trafficato, alcuni anonimi decidono di tracciare a terra (abusivamente) le strisce per delimitare una corsia per le bici. La cosa funziona. Le auto spontaneamente tendono a rispettare la corsia.

In un una remota cittadina olandese, in un incrocio particolarmente pericoloso, i residenti decidono di allargare autonomamente lo spazio del marciapiede. Prima posizionano dei coni stradali, poi intervengono verniciando a terra lo spazio pedonale. L’amministrazione capisce e interviene, modificando la viabilità in maniera definitiva.

Ancora Europa, ancora scena urbana. L’amministrazione realizza un nuovo parcheggio, uno spazio anonimo pensato solo per le automobili. Alcuni residenti si organizzano e cominciano a occupare il parcheggio con gazebo e tavolini. Così facendo lo trasformano, lo rendono una area accessibile ai bambini, un luogo dove i residenti possano stare liberi dai pericoli. Anche in questo caso l’amministrazione capisce e interviene.

L’urbanismo tattico è un metodo di trasformazione dello spazio pubblico, codificato solo recentemente ma di fatto utilizzato da molti anni, che si basa sul concetto che minime modifiche allo spazio urbano possano generare una diversa visione di quello spazio stesso e alimentare quindi un miglioramento della città.

L’idea di fondo è quella di fare leva sull’uso che viene fatto della città, cercando di creare situazioni che stimolino l’opinione pubblica a modificare la percezione, e le abitudini legate alla città stessa.

Uno stesso oggetto pur senza cambiare in maniera sostanziale la sua forma, se cambia l’uso che ne viene fatto può diventare strumento di profonda innovazione.

In questi giorni di lock down, tutti Abbiamo visto come è cambiata radicalmente la percezione delle nostra case; abbiamo scoperto che oltre ad essere il luogo dove dormire e mangiare, le nostre abitazioni potevano essere il nostro ufficio, la nostra palestra, ed in generale il terminale che ci metteva in contatto con il mondo.

Cambiando il modo con cui siamo vissuti nelle nostre case  ne abbiamo scoperto i limiti ma anche le potenzialità.

Così vale per le città. Soprattutto per le città contemporanee, cresciute, spesso in maniera caotica e disordinata, sistematicamente costruite attorno all’automobile come unico e indiscusso mezzo di spostamento.

Città nelle quali fatichiamo a riconoscere nella strada sotto casa una destinazione d’uso diversa da quella della viabilità.

Eppure è il nostro mondo, la nostra vita. Casa nostra.

Porta da calcio

Per le strade ci si muove in macchina oppure si parcheggia, e lo spazio per i pedoni è sempre laterale, marginale, spesso inesistente.

Lo spazio destinato all’incontro, al gioco ed in generale alla socialità sono in genere spazi di risulta, quello che avanza, i ritagli che restano dopo che sono state sistemate le automobili. Chiaramente ci sono i parchi, ci sono le aree destinate allo sport. Ma anche questi luoghi sono sempre collocati in maniera marginale rispetto alla città e sempre comunque pensati in relazione alla viabilità. Si pensi anche a Settimo, dove i grandi parchi sono appunto collocati fuori dal perimetro urbano; finita la città si può dare sfogo al parco; al contrario i giardini interni all’abitato sono rari e molto sacrificati.

L’urbanismo tattico è quindi una pratica di riscatto sociale e nasce come critica dal basso, cioè come azione di protesta da parte di cittadini, o di determinati gruppi organizzati, di riappropriarsi degli spazi pubblici utilizzandoli in maniera diversa da quella tipicamente destinata alla viabilità o al parcheggio.

Vale ovviamente in senso più ampio.

La città è di chi la usa, o ancora meglio, la città è di chi se ne prende cura.

Un altro criterio su cui fa leva l’Urbanismo Tattico è appunto la cura, il prendersi cura delle cose.

Esiste una celebre teoria detta del “vetro rotto” secondo la quale se si lascia andare una casa senza manutenerla, ad esempio non aggiustando il vetro di una finestra, le persone che frequentano quella casa si sentiranno psicologicamente autorizzate ad avere meno attenzione e magari anche a tollerare  altre rotture danneggiamenti.

Una manutenzione attenta e sistematica, che aggiusta le cose tempestivamente, rende anche meno probabile il verificarsi di atti vandalici.

Di qui l’idea che per migliorare le città sia una buona prassi quella di procedere con interventi minimali.

Così dopo anni di tentativi spontanei, adesso molte amministrazioni hanno visto nell’urbanismo tattico una maniera per intervenire sulla città migliorandone l’estetica e la vivibilità mediante azioni sul territorio facilmente realizzabili con costi relativamente contenuti.

Abbandonata la logica delle grandi infrastrutture, che richiedono tempo e risorse (paradossalmente il tempo è la variabile più pericolosa per una amministrazione che deve dimostrare di fare qualcosa nel periodo di una legislatura)  si preferisce un approccio minimale.

Ma è un approccio di rimessa.

Una maniera per mascherare una sconfitta; la triste presa d’atto dell’incapacità delle amministrazioni di intervenire con coraggio nella trasformazione della città.

Si fa così perché ci si rende conto che interventi più pesanti (o più coraggiosi) sarebbero enormemente più difficili da adottare; sia per ragioni economiche; sia per ragioni burocratiche; ma certamente anche perché gli interventi più forti ed incisivi sono anche quelli esponenzialmente esposti alle maggiori critiche.

Se solo l’idea di rendere pedonale una strada si porta dietro una scia di polemiche e contestazioni, figuriamoci se poi questo intervento dovesse assumere anche un forte carattere estetico.

Un conto sono i cittadini, che non avendo altri mezzi a disposizione, agiscono con espedienti (più o meno fantasiosi) per sollecitare un cambiamento.

Un conto è quando questa pratiche viene adottata dall’alto.

Ora sia chiaro,  io non ci trovo nulla di male nel fatto che una istituzione adotti questo approccio. Denota comunque una attenzione e una volontà nel cercare soluzioni diverse da quella di una anonima distesa di pavimentazione autobloccante; cosa avvenuta tristemente in via Roma; o di una semplice pittura a terra per delimitare una pista ciclabile (vedi il caso della pista di via Torino).

È altrettanto apprezzabile l’impostazione partecipativa alla progettazione.

Ma dovrebbe essere chiaro che si tratta di una operazione di ripiego.

Stiamo perdendo la battaglia, stiamo perdendo il controllo, quindi ci limitiamo a qualche azione di disturbo e nulla di più.

Il fatto è che una città come Settimo a mio parere ha  un disperato bisogno di simboli urbani.

Ha un disperato bisogno di estetica. E contrariamente a quello che si pensa in genere, la bellezza è quanto di più necessario ci sia per l’essere umano.

Opere di architettura, di design, opere d’arte che sappiano dare una anima ad una città altrimenti condannata all’anonimato.

E purtroppo quando si sente parlare di urbanismo tattico la sensazione è che si voglia ammantare con una foglia di fico qualcosa che si risolverà in poco più di qualche disegno a terra.

Il rischio, serio è che ci si limiti ad una mano di vernice e che tutto si trasformi in un elenco di buone intenzioni, destinate a scolorire nell’arco di una stagione o peggio a svanire nell’indifferenza generale. Sotto la vernice, poche grigie mattonelle autobloccanti.

Si fanno tante belle graficizzazioni, magari con il contributo delle università, si disegnano giochi della campana, e triangoli verdi ad indicare lo spazio in cui portarsi una sedia da casa. Si azzarda pure un tavolo da ping pong.

Si sta coltivando tuttavia il paradosso opposto, ovvero l’illusione che possano esistere soluzioni facili e a buon mercato e che i problemi di una società complessa come quella in cui viviamo possano trovare soluzione con una buona mano di vernice.

Un po’ come se Sisto quarto per sistemare la cappella sistina invece di chiedere a Michelangelo avesse deciso di dare una mano di bianco; sarebbe stato certamente molto decoroso, sicuramente economico; ma non avresti avuto la cappella sistina.

L’Italia che conosciamo e che amiamo è fatta di queste cose, non vedo perché dovremmo smettere adesso, non vedo perché non si possa fare a Settimo.

Lanciano corso trento

Per cui il mio invito per questa operazione è quello di non mettersi sulla difensiva. Non nascondetevi dietro belle ed effimere suggestioni; procedete con tutta la partecipazione del caso, ascoltate i cittadini, ma poi cogliete l’occasione per progettare la città, per farla finalmente vostra.

Settimo è la nostra casa, merita di più di una mano di vernice.

Solo per citare due esempi di interventi caratterizzati da semplici pavimentazioni, ma che hanno conferito all’intervento una forte identità.

Il lungomare di Copacabana, progettato dal designer Roberto Burle Marx, caratteristico per le sue forme sinuose; e un recente intervento a Lanciano in Abruzzo, dove il progettista, il prof. Carpenzano, ha ripreso le forma del merletto tradizionale diffuso nella regione.

 

Progettatela, pensate al disegno della pavimentazione, pensate ai materiali, pensate agli arredi, le panchine, i lampioni, agli elementi che la caratterizzeranno; date a questa città un’anima.

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Blogger: Giulio Pascali

Giulio Pascali
Forma Urbis

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2 Commenti

  1. Avatar
    Dante Rapisarda

    Fu Sisto IV a commissionare la famosa cappella a Michelangelo

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